Due fratelli, da sempre impegnati nel ciclismo ma da sempre con i fari puntati addosso e da sempre alle prese con un cognome (anzi due, ad essere precisi) pesante da portare sulle spalle. Kevin e Patrik Pezzo Rosola stanno però trovando il loro spazio nel difficile mondo delle due ruote acquistando sempre più una propria dimensione individuale, tra strada e ciclocross.
Più volte chiamati in causa individualmente, noi li abbiamo messi a confronto in un’intervista a due voci, stile Le Iene, anche per capire come si stanno orientando nel mondo del ciclismo, affrancandosi da facili pregiudizi e trovando una propria dimensione anche indipendentemente l’uno dall’altro, attraverso un rapporto interpersonale che va cambiando anche in base alla loro età.


Che cosa ti aspetti da questo 2026 ciclistico?
Kevin: Mi aspetto di fare il grande passo anche se quest’anno non è partito benissimo. L’avevo preparato bene col ciclocross, con la Fas Airport Services Guerciotti. Ho fatto 5-6 corse, dovevo essere al campionato italiano, ma mi sono fatto male al ginocchio e alla fine ho saltato quello e perso tutta la preparazione di gennaio. Sto ripartendo adesso, quindi diciamo che i piani sono un po’ cambiati, ma l’obiettivo non cambia, ho visto che l’anno scorso è stata una buona stagione, chiusa bene con il Veneto Classic dove ho dimostrato di poter essere all’altezza di quel mondo.
Patrik: Io mi aspetto di migliorare quanto fatto l’anno scorso anche su strada dopo la bella stagione che ho vissuto nel ciclocross, anche se non ha avuto l’epilogo che avrei voluto e sicuramente di trovare una bella squadra per i prossimi anni, quando si comincerà a fare sul serio continuando sul doppio binario strada-ciclocross.


Quanto influisce nella tua attività il fatto di venire da una famiglia legata al ciclismo?
K: Allora all’inizio poteva influire, perché dicevano sempre “è figlio di…” e quindi pensavano che dovevi andare per forza forte. Crescendo capisci che alla fine sono voci e basta, quindi a casa non me l’hanno mai fatto pesare ma è un’arma a doppio taglio, comunque ci abbiamo fatto l’abitudine.
P: E’ vero, un po’ influisce. Diciamo che tutti si aspettano che tu diventi come loro, che anzi sei già strutturato come loro, senza pensare che sei giovane e devi ancora farti le ossa. Mentirei se dicessi che non è stato un peso, ma si va avanti, anche se l’essere paragonato a loro è sempre qualcosa di negativo.


Ti influenza di più tuo padre o tua madre?
P: Sinceramente nessuno dei due. Sono sempre stato abituato a fare di testa mia, qualche volta mi arriva qualche consiglio soprattutto da mio padre ma poi decido io. Ma devo dire che caratterialmente non mi hanno mai fatto pesare la loro presenza e questo lo apprezzo.
K: Anch’io mi sono sempre un po’ arrangiato da solo. Sin dagli inizi, imparando ad andare in bici, la tecnica, lavorando tanto da solo e così è stato anche per mio fratello. Anche se magari sono stato un po’ una “testa di ponte” per lui, la cavia per imparare tutto quel che serviva. A Patrik ho passato tutto, anche gli errori, per imparare tutto quel che serve per l’alimentazione, per la preparazione, insomma per tutto.
Caratterialmente, a chi assomigli di più dei due?
K: Io al papà, sicuramente e mi piace il fatto che ora lavoriamo insieme alla General Store.
P: Io alla mamma, senza ombra di dubbio, caratterialmente mi rispecchio in lei.


Quanto influiscono i risultati di tuo fratello nella tua attività?
K: Influire direi di no. Ci sono tante coppie di fratelli che corrono, potrei citare gli Agostinacchio o i Milan. Io penso che avere un fratello che va forte è qualcosa di positivo, ma ognuno cresce avendo una propria carriera.
P: Anch’io non posso dire che ci sia un’influenza. E’ normale che ognuno segue l’altro, si interessa, è contento dei risultati, ma ognuno deve seguire la sua strada anche perché come corridori siamo molto diversi.
Il fatto di crescere e avere ognuno una propria carriera, ma anche una propria vita, una propria quotidianità, vi ha allontanato?
K: No, lui chiede consigli, ci sentiamo sempre, anche se adesso io abito per conto mio e lui è ancora a casa con i nostri genitori. Ma siamo sempre in contatto e ci vediamo spesso, a parte le ultime settimane dove lui è stato quasi sempre all’estero per le gare. Ma quando abbiamo la possibilità usciamo in bici e ci alleniamo assieme.
P: Kevin comunque abita vicino a casa e il fatto che non viviamo più insieme ci ha forse fatto legare anche di più.


Che cosa invidi a tuo fratello?
P: Le sue doti tecniche. Ha una capacità di guida che non è da tutti, credo davvero che sia un esempio al quale mi ispiro. Io penso che sia una sua caratteristica innata.
K: Forse il fatto che non si fa tanti problemi mentali, pensa alla bici, a come può andare ma non si pone problemi, affronta le gare in maniera spregiudicata e questo è il suo punto di forza, arriva alla gara e va forte.
Qual è stata la soddisfazione maggiore che hai vissuto tu e quale gara di tuo fratello ti ha trasmesso più gioia?
K: La mia è stata sicuramente la Coppa della Pace, gara internazionale di due anni fa, per Patrik quest’anno a Benidorm perché ero lì, era la sua prima prova di Coppa del Mondo che vedevo e vederlo vincere è stato unico.
P: Avrei detto le stesse gare…


Che cosa ti auguri per lui?
P: Che riesca a realizzare i suoi sogni e trovi un posto in una squadra importante perché per l’impegno che ci mette e la testa che ha nessuno più di lui lo merita.
K: Che riesca a passare professionista, a disegnare la sua vita intorno al ciclismo e che si diverta, perché adesso ci sono tanti che passano giovani, ma dopo i 25 anni già smettono perché è difficile. Gli dico di stare tranquillo e fare quello che gli piace di più.