Ha annunciato il cambiamento sui social. Ha scandito l’attesa da… influencer navigata e poi Francesca Selva ha rivelato che il prossimo step nella sua carriera di pistard passerà per la velocità. Dato che il terzetto della velocità olimpica che tenterà la qualifica per Los Angeles si sta ancora formando, il suo arrivo potrebbe diventare motivo di interesse.
Tuttavia non è (solo) questa la motivazione che ha spinto la veneziana al cambio di pelle. Alla base della decisione c’è stata un’importante presa di coscienza. I problemi fisici degli ultimi tempi hanno cambiato il suo motore, impedendole di tornare ai livelli migliori. La velocità le è sempre piaciuta e quelle intensità, per periodi ovviamente brevi, sono alla sua portata. Il cittì Ivan Quaranta non si è opposto, per cui il tentativo ha preso il via.



Dall’endurance alla velocità: un ritorno alle origini?
Ho sempre scherzato sul fatto di tornare velocista, perché mi è sempre piaciuto: in gara e in allenamento. La mia unica medaglia agli italiani in pista fu un secondo posto da junior nel keirin, al Vigorelli. Miriam Vece ancora se lo ricorda, perché lei fece terza. Quando però sono salita di categoria e ho deciso di lasciare la strada, le sole gare in pista erano quelle di endurance. La velocità non c’era, Miriam viveva al centro UCI di Aigle e le gare erano poche.
Sei soddisfatta della tua carriera finora?
I miei risultati li ho avuti, non avrei mai pensato di vestire la maglia azzurra e prendere una medaglia in Nations Cup (argento con Paternoster nella madison a Cali, in Colombia, nel 2022, ndr). Non ho rimpianti, ma oramai il mio corpo fa fatica a reggere i carichi di allenamento. Il livello si sta alzando tantissimo. Quello che tre anni fa mi ha fatto arrivare a una medaglia in Coppa adesso non basta nemmeno per provare a vincere una gara normale. Era arrivato il momento di prendere una decisione.
Questo calo si può attribuire alla miocardite post Covid che ti ha fermato nello scorso inverno?
Non lo so. Devo considerare che sin da quando ero esordiente di secondo anno, non ho mai fatto una stagione senza fermarmi. Forse un anno, non di più. Il continuo ripartire per problemi di salute influisce sulla base atletica generale che costruisci anno dopo anno. Arrivi a un livello, devi fermarti e poi ricostruisci da zero. Per anni la mia carriera è stata un continuo tira e molla e ho letto il problema dello scorso anno come l’ultima avvisaglia del mio corpo.


Come dire che il corpo ha ceduto e ti ha suggerito di fermarti?
Per fare endurance, ti serve… l’endurance, ma con questa continua necessità di ricostruirmi non ho mai potuto lavorarci. Ogni volta si cerca di tornare competitivi in pochi mesi e non avendo mai avuto dietro una grande struttura che mi desse tranquillità e dovendo pagare sempre tutto da me, ho sempre cercato di bruciare i tempi. Il corpo rispondeva, correre mi è sempre piaciuto, ma alla fine ho pagato il conto tutto insieme. E mi rendo conto che anche di testa non sono più disposta a giocarmi tutto per tornare al livello in cui ero, sapendo che comunque non sarebbe abbastanza per essere competitiva.
Durante l’estate hai corso e vinto nei Criterium in America, questo non ti ha incoraggiato a continuare?
Il Criterium è una cosa diversa, proprio per il livello di sforzo. Sono andata bene, mi sono divertita, però in tutte le gare che ho fatto in pista quest’anno, mi sono resa conto che non riesco neanche a tenere le ruote. E ovviamente non mi diverto più, soprattutto se devo spendere soldi e rimetterci in salute. Così ho chiesto a Diego Bragato se potevamo vederci e parlare. Volevo capire se valesse la pena insistere o tirare fuori questa idea che tenevo ben nascosta di dedicarmi alla velocità. Per il mio corpo sarebbe stato più facile arrivare a un buon livello atletico come velocista, perché sono sforzi che mi sono sempre venuti più naturali e più facili.
Bragato in quanto persona di fiducia o per il suo ruolo in Federazione?
Una via di mezzo, ma con l’ago della bilancia sulla persona di fiducia. Conosco Diego da prima che avesse un ruolo importante in Federazione, perché correvo con sua sorella. Al tempo stesso avevo bisogno di parlare con qualcuno che potesse darmi un consiglio onesto. Sei finita, lascia perdere. Oppure si può provare una carta diversa, con la consapevolezza di quello che accade sotto il cielo della nazionale. Ho pensato che fosse la persona giusta per capire se le mie fossero idee folli.


E cosa ti ha detto Bragato?
Secondo lui anche quando facevo il quartetto, mi ha sempre visto più con una nota veloce. Mi ha fatto capire che le atlete di endurance sono grandi campionesse e ce ne sono tante che valgono un titolo mondiale. Mentre con la velocità c’è una nuova storia da scrivere. Dopo averlo fatto con gli uomini, stanno cercando di creare un bel gruppo con le donne. Mi ha detto che non sarà mai la Federazione a chiedermi di cambiare pelle in modo così netto. Ma ha aggiunto che se ho voglia di mettermi in gioco, mi conviene farlo subito per non sprecare altro tempo. Così è iniziata la nuova avventura.
Si può dire che la prospettiva olimpica sia un ottimo incentivo?
Quest’estate sono stata a fare una perlustrazione del velodromo olimpico. Per il resto, io sono quella che non ha mai sognato di diventare una professionista, però uno scenario del genere mi rende ancora più motivata. Può essere tutto o niente. Chiaro che se tutto funziona, quello è l’obiettivo. E se non funziona, anche solo l’idea di aver pensato che poteva succedere, è già tanta roba. Il 90 per cento degli sportivi nel mondo non riuscirà mai neppure a pensare di potersi guadagnare quel posto, per cui è una molla importante.
A quali cambiamenti vai incontro, di cui sei già consapevole?
Sicuramente vivrò un cambiamento fisico, dovrò avere più massa muscolare. Mentalmente dovrò passare dal performare per 10 miuti a 45 orari, al farlo sotto il minuto. Questo aspetto, anche mentalmente, mi viene abbastanza bene, perché mi è sempre piaciuto. E’ complicato pensare che in un giorno di allenamento si tratterà di fare solo due volate. Saranno volate massimali: appena fatte, non devi essere in grado di parlare. Finora invece capitava di fare cinque ore con tre volate dentro, per cui difficilmente si dava tutto.


E’ il cambiamento più grosso?
Riuscire a dare il 150 per cento in dieci secondi sarà la sfida più grande. I velocisti si allenano tantissimo per andare a una gara, fare una qualifica di 10 secondi e poi è tutto finito, perché magari non l’hai fatta bene. Quindi in quei 10 secondi devi essere in grado di performare al massimo. Mentre se sei un atleta di endurance in una corsa a punti, se sbagli la prima volata, poi ne hai altre 12.
Hai parlato con le altre ragazze? Non temi di invadere il loro… orticello?
Con Miriam Vece sono in contatto da sempre, anche con lei ho sempre scherzato sul fatto che sarei arrivata per farle compagnia. Penso sia contenta che io abbia preso questa decisione, anche perché siamo amiche da 10 anni. Poi ci sono le altre ragazze che faranno con lei l’europeo e sono la Trevisan e Matilde Cenci. Con loro non ho parlato, so solo che faranno l’europeo a febbraio. Ma non mi sento di definirmi una minaccia. Per adesso non sono ancora né carne né pesce. Sto iniziando una cosa nuova, come ho detto anche a Ivan (Quaranta, ndr) quando gli ho parlato e mi ha chiesto: «Ma sei sicura?».