Succede ogni volta che a comandare c’è qualcuno che non abbiamo votato. In politica è un ritornello costante. Prima con Craxi, Andreotti, Ciampi, Berlusconi, Prodi, Monti, Renzi, Conte, Draghi e ora Meloni: le bandiere di tutti gli schieramenti possibili. La gente non va a votare e poi si lamenta. Le tasse aumentano o non diminuiscono. I fondi per la ricerca spariscono. Gli ospedali perdono pezzi. I carburanti aumentano. Non si va più in pensione e tutto il campionario delle (giuste) insoddisfazioni. Ma se quel giorno hai preferito andare al mare, perché ti lamenti?
Succede anche nel ciclismo, che siano Omini, Carlesso, Ceruti, Di Rocco e ora, per la seconda volta, Dagnoni. Le cose non vanno, chi comanda ovviamente sostiene il contrario e la gente alla base coltiva varie frustrazioni. Qui se non altro la lamentela è giustificata dal fatto che non si possa effettivamente votare. Lo fanno i delegati, ma chi controlla cosa scrivono nel segreto dell’urna?
Alla vigilia dell’ultima elezione, quelli di Martinello avevano contato i numeri ed erano molto più che ottimisti: il giorno dopo vissero una debacle clamorosa. Che cosa era cambiato nella notte? Non votano le società, non votano i singoli, come invece sarebbe giusto. E alla fine ti trovi davanti ai problemi e alle rivendicazioni di chi probabilmente avrebbe votato diversamente e non può farci niente.


Un modello superato
Le regole del ciclismo sono vecchie di 50 anni e non cambiano. Quello che ha detto ieri Enrico Mantovanelli sugli juniores è sacrosanto. Nessuno governa la categoria – in Italia e nel mondo. Nel nome del diritto europeo, chiunque sia appena maggiorenne o abbia genitori consenzienti fa come vuole. Tanti si lamentano, però intanto l’ultima volta che si è trattato di scegliere, hanno votato per gli stessi, che evidentemente per alcuni lavorano bene. Intanto cosa succede al ciclismo italiano? Si restringe, perde società ed è sempre più limitato a poche regioni, che a loro volte hanno numeri in calo.
Il Sud è sparito. Quanto tempo passerà prima di poter raccontare nuovamente le storie di Fina, Galati, Nibali, Visconti, dei due Caruso, Tiralongo, Napolitano, Di Grande e Palumbo? Che cosa fa la FCI per rilanciare il ciclismo del Meridione?
Mentre ci teniamo stretti Damiano Caruso e Fiorelli, ricordiamo l’esperienza di Sciortino, che ha preferito l’università ai pochi soldi di rimborso che avrebbe ricevuto in Lombardia. Forse non aveva le giuste motivazioni. Oppure forse non è più il tempo di corridori kamikaze che lasciano casa a 16 anni per rincorrere la fortuna in uno sport che non dà più certezze.
Al momento non è possibile fare attività regolare nelle regioni al di sotto della Toscana. Le squadre pronte ad accoglierti al Nord sono sempre meno e meno ricche. E se a 22 anni non hai sfondato, devi tornartene a casa – bocciato – senza nulla in mano. Scegliendo di vivere diversamente, a 22 anni sei laureato e magari trovi anche un posto di lavoro.


La paranza dei bambini
Un utente di Facebook ieri ha scritto: «Procuratori, rovina del ciclismo!». Vero o falso? Se nessuno scrive una regola che limiti le concentrazioni di agenti per la stessa agenzia e di atleti per singolo agente, c’è poco da puntare il dito.
Gli agenti lavorano sulle percentuali, normale che si siano messi in caccia di donne e ragazzini. Sulle prime qualcuno faceva il prezioso, poi ha visto il livello degli stipendi e con grande disinvoltura ha rimesso in tasca i preconcetti. Sui secondi nessuna remora, accade da sempre, solo che adesso l’età minima si è abbassata.
Il giorno dopo la vittoria di Cunego ai mondiali juniores di Verona, quindi nel lontano 10 ottobre del 1999, guidammo fino a Cerro Veronese per intervistare il fresco campione a casa sua. E la mattina alle 8,30, nella cucina, a prendere il caffè con Damiano e sua madre, c’era già Alex Carera. Parliamo di 26 anni fa, niente di nuovo.
Quello che c’è stato di nuovo nel frattempo è stato il Covid. Non siamo abbastanza psicologi per spiegarlo, ma sottoporre a forti pressioni dei ragazzi che sono stati bambini e pre-adolescenti durante il lockdown e nei due anni successivi significa fare dei grossi danni senza averne la consapevolezza.
Vengono trattati come adulti prima del tempo, spesso lasciano la scuola o ne scelgono una online. Viaggiano con la promessa di lauti guadagni e magari hanno alle spalle famiglie cui quei soldi cambierebbero la vita. Tutto sul ciclismo, tutto sulle loro spalle: costi quel che costi. Se sfondano, applausi. Se tornano a casa, sconfitti e bocciati dopo almeno sei anni senza fare altro che pedalare, chi si prenderà cura di loro?


Il ruolo della Federazione
La Federazione è ferma su schemi superati. Se vuoi fare di tuo figlio un corridore, lo iscrivi a una società, non ti rivolgi alla sede locale della FCI. Avete mai visto un manifesto federale su strada o in qualche scuola in cui si invitino i bambini a praticare ciclismo? L’accesso allo sport avviene tramite i privati e, dove i privati non ci sono, il ciclismo sparisce.
Ha ancora senso che si continuino a prevedere delle rappresentative regionali per i campionati italiani juniores (in apertura il podio 2025, con Carosi primo su Pezzo Rosola e Pascarella – immagine photors.it) e per il Giro della Lunigiana? Nei dilettanti sono state eliminate da anni e se hanno un senso fra gli juniores è proprio per sostenere l’attività nelle regioni in cui le squadre non ci sono. Fa bene la Sicilia con Alessandro Mansueto, che si arrampica sugli specchi per mettere insieme il pranzo con la cena, ma forse avrebbe più senso modificare l’approccio e dare continuità all’azione.


La svolta necessaria
Perché non prevedere una foresteria federale, al pari dell’UCI World Cycling Center di Aigle, in cui per periodi definiti possano alloggiare i ragazzi del Meridione, facendo attività in modo continuativo, evitando il costo di viaggio e degli hotel? Al pari dei britannici e degli australiani, che fissarono la base in Toscana e in Lombardia: per un siciliano o un sardo, un calabrese o un pugliese – visti i prezzi dei biglietti – fare ciclismo in Italia è come farlo in Francia o in Belgio.
Forse le società come quella di Mantovanelli troverebbero interessante partecipare a questo tipo di spesa, perché sarebbe il modo di visionare nuovi atleti, vedendo l’utilità di contributi attualmente versati senza riscontro. Un solo progetto organico, che preveda fasi di reclutamento in tutta Italia.
Non sarebbe interessante, ad esempio, che nel velodromo di Palermo (al momento aperto al calcio e non al ciclismo), quello di Monteroni, a Lanciano o a Marcianise due volte all’anno si facessero test di valutazione dei ragazzi interessati e che, sulla base dei valori riscontrati, si portassero in questo centro di sviluppo al Nord?
La Federazione dovrebbe fare promozione, invece a volte sembra che si limiti a contare le medaglie. Le medaglie arrivano perché i tecnici federali sono bravi, ma anche perché le società investono sugli atleti e per questo ottengono appena una pacca sulla spalla. E’ un po’ come continuare a seminare gli stessi terreni con identica coltura: i contadini lo sanno bene, dopo un po’ il terreno diventerà arido e il raccolto sarà insoddisfacente. Continuando sulla stessa strada di sempre, il rischio è proprio questo.
Qualcuno dirà: i soliti discorsi che si fanno d’inverno, poi comincia la stagione e non se ne parla più. E’ vero, l’inverno è il momento migliore per ragionare e progettare, la stagione è la fase di osservazione in cui le criticità vengono a galla. Cari tesserati, per cosa votereste se domani vi dessero la possibilità di farlo?