Circa 50 chilometri dopo il via da San Severino Marche, domani il gruppo della Tirreno-Adriatico raggiungerà Sarnano e da lì metterà le ruote sulla salita che porta a Sassotetto (in apertura, foto di Fabio Marziali). Stando alla tabella di marcia ufficiale, la attaccheranno poco prima di mezzogiorno e passeranno in cima dopo mezz’ora abbondante. Perché la salita è lunga e dalla cima, a quota 1.465, si tufferanno verso il lago di Fiastra e la serie spaccagambe di alture che condurrà al traguardo di Camerino.
Per gli sciatori marchigiani, Sassotetto è garanzia di neve. Per i corridori invece, è una palestra e da qualche anno anche un luogo dello spirito. Lassù nei giorni più limpidi risuona ancora la risata di Scarponi e arrivare in cima negli allenamenti di primavera dà la misura della condizione. Di certo, è garanzia di fatica, come ricorda bene Roglic che lassù vinse nel 2023. E lo sa bene Simone Stortoni, che era solito andarci con Michele e che su quelle pendenze nel 2010 provò anche a tentare la fuga.
«Da queste parti – racconta l’ex corridore di Jesi – Sassotetto è soprattutto una montagna collegata alla Tirreno-Adriatico, perché è stata affrontata spesso e quindi questo abbinamento con la corsa la rende ancora più affascinante. Sicuramente per noi marchigiani è la salita simbolo di questa parte della stagione».


Stortoni ha 40 anni e ha smesso di correre nel 2015, a capo di sette anni fra la CSF-Panaria di Reverberi (poi diventata Colnago), la Lampre e l’Androni. Di sei anni più giovane, ha condiviso allenamenti ed esperienze con Scarponi. E nell’anno in cui Michele vinse la Tirreno-Adriatico brillando proprio su Sassotetto, lui era un neoprofessionista.
Vi capitava davvero spesso di andare a Sassotetto?
Soprattutto prima che iniziassero le corse o nell’imminenza della Tirreno, quando magari si andava in perlustrazione. Facevamo sempre il versante da Sarnano, altrimenti partendo da Ancona arrivare da quelle parti risultava un po’ scomodo. Per i nostri test usavamo altre salite, come Monte San Vicino che è più vicino a casa, mentre posso capire che per un Pellizzari arrivare a Sarnano sia più semplice e possa usare Sassotetto per sondare la sua condizione.


Andare lassù partendo da Jesi significava fare una bella distanza?
Decisamente, veniva una giornata bella lunga. Una volta in cima, scendevamo dall’altro versante e facevamo tutto l’entroterra. Quando fai quei giri, il dislivello è bello tosto, chiunque le frequenti lo sa bene. Immagino che anche Pellizzari sappia che se va in quella direzione, ci sarà da soffrire. L’entroterra marchigiano verso i Sibillini è veramente tosto.
Come descriveresti Sassotetto a chi non c’è mai stato?
E’ una salita lunga, molto lunga, che ti spegne piano piano. Sembra che non sia durissima, ma alla fine è devastante, soprattutto fatta in questa parte della stagione in cui magari non sei al top, ma il livello del gruppo è davvero alto. Non c’è un punto strategico per fare la differenza, ad esempio un tratto che sale al 20 per cento. Quello che inganna è proprio questo non sembrare durissima, finché arriva il momento in cui c’è da menare e ti accorgi di non avere più gambe.


Ricordi la prima volta che la facesti in corsa?
Ricordo che attaccai, provai ad anticipare, perché ero entusiasta di partecipare alla Tirreno e di fare quella salita. Era il 2010, secondo anno da professionista. Venne a riprendermi Vinokourov, poi si mossero tutti i più grandi e alla fine io mi staccai. Michele mi aveva detto di stare fermo e aspettare, che la salita era ancora lunga, ma io non lo ascoltai. E quando i big si mossero, io rimasi senza gambe.
Nel 2009, quando Scarponi vinse a Camerino, tu eri al primo anno da pro’. Che cosa ricordi?
Chiaramente non ero in gruppo, quell’anno feci poche corse e di livello un po’ più basso, così la guardai alla televisione. Eravamo andati a fare Sassotetto qualche settimana prima e Michele disse subito che sarebbe stata la sua tappa. Provammo più volte anche l’arrivo di Camerino, fino al centro della città. Proprio la sentiva sua. Parlammo al telefono anche la sera prima.


Che cosa ti disse?
Che si sentiva veramente bene, che voleva fare la tappa e che si sentiva di vincere. Due giorni prima c’era stato l’arrivo sul Muro di Montelupone, vinto da Joaquim Rodriguez, l’uomo dei muri. Michele non era riuscito a prendere la salita davanti ed era arrivato nono, una ventina di secondi dopo il vincitore. La sera prima di Camerino, mi disse che se fossero partiti alla pari, avrebbe avuto le gambe per stare con lo spagnolo. Che però a Camerino non avrebbe sbagliato e così fu.
Che cosa rappresenta la Tirreno-Adriatico per un ragazzo marchigiano?
Certo il Giro è molto più grande, però la Tirreno-Adriatico è veramente sentita. Da ragazzi è anche più facile vederla, è più facile venire in contatto col gruppo, anche se io da bambino non ricordo di esserci mai andato. Al contrario, mio figlio, cui evidentemente ho trasmesso questa passione, stamattina è andato alla partenza da Marotta, che è vicino casa. Io forse andrò, ma dipende dal lavoro. Ho scoperto da tempo che gestire un negozio di bici non lascia troppo tempo per riposare.