Guanti sì, guanti no. La caduta di Mathieu Van der Poel alla Milano-Sanremo e la conseguente “pelata” a mani e dita ha riportato in auge l’annoso discorso circa l’utilizzo dei guanti in bici, soprattutto in gara. Due anni fa un corridore della Bardiani tornò a casa anzitempo dalla Malesia proprio a causa delle mani spellate. Perché qualcuno dunque non li indossa, viene da chiedersi?
Ora si profila una serie di gare in cui i guanti giocano un ruolo importante, se pensiamo che alcuni brand, per esempio, ne hanno studiati appositi per il pavé e le vibrazioni di certe corse che prevedono tanto sconnesso. E sempre perché arrivano certe gare, di guanti sì e guanti no ne parliamo con Alessandro Ballan. E’ lui che ci porta dentro questo discorso che tutt’oggi divide. Chiaramente non è un processo a Van der Poel, atleta formidabile e indiscutibile. Da lui prendiamo solo lo spunto per un argomento che comunque è attuale.


Tu, Alessandro, eri solito indossare i guanti?
Eh sì, appartenevo alla vecchia scuola! Io li usavo e stavo male quando vedevo i veri fiamminghi tipo Tom Boonen fare la Parigi-Roubaix e altre gare senza guanti. Già all’epoca, in squadra, la sera ne parlavamo e non trovavamo vantaggi tecnici nel non indossarli.
Sei entrato diretto nell’argomento. Partiamo proprio da questi campioni. VdP, Boonen, ma anche altri. Come ci riescono, almeno in certe gare?
Sono domande che mi sono sempre fatto anch’io e la risposta non è affatto facile. Certamente alla base c’è una grande attitudine naturale. Ci sono nati e cresciuti, ma resta comunque un fatto particolare. Per farvi capire cosa vuol dire pedalare sul pavé, alla mia prima edizione della Roubaix sono uscito dalla Foresta di Arenberg in quarantesima posizione più o meno. Non ero messo male, ma sono stato costretto a ritirarmi proprio per le vesciche che avevo sulle mani.
Ma avevi i guanti però…
Sì, indossavo i guanti, ma avevo anche dolore all’interno della mano. Non riuscivo più a chiuderla. Tanto è vero che quando arrivavo su qualche curva dovevo frenare con il polso, quindi dovevo staccare la mano completamente, il che era anche molto pericoloso. Così decisi di ritirarmi. Ricordo che arrivai al velodromo di Roubaix con un passaggio che mi diede un signore. Fu la mia prima esperienza alla Roubaix con un ritiro non voluto, a causa delle mani.


E avevi i guanti…
E avevo i guantini, ripeto. Da lì, per dire quanto sia importante preservare le mani, prima di ogni campagna del Nord mi consigliarono di fare degli allenamenti specifici per la mano. Comprai le classiche molle, quelle per rafforzare la presa, e un mese prima di tutte le mie campagne del Nord, dal mio secondo anno da professionista, alla sera mentre guardavo la tv, sul divano o nelle varie trasferte mentre ero in camera, facevo questi esercizi con le molle per 5-10 minuti. E questo mi ha aiutato tantissimo per non avere il problema del dolore all’interno della mano. Poi è anche vero che al primo anno si sbaglia anche l’impugnatura.
Cioè, spiegaci meglio…
Il manubrio non va tenuto forte, non va serrato. La mano deve quasi essere sospesa sul manubrio, deve vibrare insieme al manubrio. Quindi cambia qualcosa anche sotto quel punto di vista. Il problema di oggi è che questi manubri aerodinamici, che in presa alta non sono neanche più tondi ma sono profilati, possono creare anche qualche problema in più. Un altro accorgimento che adottavo era quello di mettere del gel sotto al nastro manubrio: erano delle placchette per ammortizzare di più le vibrazioni. Oppure c’è chi metteva il doppio nastro e addirittura gente che sotto il guantino si fasciava le falangi, tipo i pallavolisti.
Proprio come Van der Poel l’altro ieri ad Harelbeke.
Esatto, lui perché aveva delle ferite, nel nostro caso per prevenire le vesciche. Per farvi un esempio, l’anno scorso mia figlia Azzurra è andata a fare il Giro delle Fiandre juniores. E la prima cosa che le ho raccomandato è stata proprio quella di usare i guanti, perché lei è abbastanza selvaggia e sapevo che non li avrebbe utilizzati. Ho insistito molto su questo tasto: «Guarda, devi mettere i guanti perché il pavé è tremendo e ti lascerà dei segni». E’ andata e dopo cinque chilometri di strada era piena di vesciche. E per fortuna che li aveva utilizzati.


A prescindere dal pavé, Alessandro perché il guantino secondo te va usato?
Il guantino ti aiuta nel momento della caduta. Ti dà quella protezione soprattutto sul palmo della mano che senza ovviamente non avresti. Quando si cade o si scivola, ancora di più, l’istinto è quello di mettere giù la mano per protezione, per fermarsi. E quando cadi senza il guanto è logico che ti fai veramente male alla mano. Ricordiamo che la mano è uno dei punti di appoggio, pertanto è bene averlo sempre integro questo appoggio.
Te lo dicevano oppure indossarlo per questo motivo è qualcosa che facevi in automatico?
Lo facevo in automatico. Da quando ero bambino ho sempre indossato i guanti e così sono andato avanti nella mia carriera. Magari non li mettevo in allenamento d’estate perché c’era meno rischio di cadere e perché mi dava fastidio l’abbronzatura a strisce, ma in gara li ho sempre indossati.
Secondo te perché certi corridori non li usano?
Per me certi corridori non indossano i guanti per far vedere che ci sanno fare, che sono forti. E’ anche un po’ una sfida mentale, un affronto verso gli altri avversari. Come a dire: «A me non servono neanche sulle pietre». Anche perché, parliamoci chiaro, i guanti non danno fastidio: non pesano e quasi non si sentono sulle mani.


Anzi, quelli di oggi danno anche un piccolo vantaggio aerodinamico…
Esatto. Con questa profilazione che si estende sul polso e con i nuovi materiali consentono di guadagnare qualcosina. A parte qualche tappa del Tour a luglio, non sono neanche così caldi. Di certo non danno fastidio nella campagna del Nord.
Ti è mai successo di cadere, di rovinare i guanti e di pensare: per fortuna che ce li avevo?
Sì, molte volte. Infatti tante volte quando il corridore cade e si rompe la clavicola è perché appoggia il polso e di conseguenza ne risente la clavicola, che non regge l’impatto. L’ideale per non romperla sarebbe andare giù di spalla, però non è una cosa istintiva. L’istinto è quello di mettere sempre giù la mano prima del corpo. Mi è capitato di cadere e di finire la gara con il guanto tutto rovinato e con la mano spellata nonostante li indossassi. L’avevo consumato tutto.
Alla fine lo stesso Van der Poel ha dichiarato che sì, le gambe non erano quelle dei giorni migliori a Sanremo, ma ha detto anche che non poteva fare leva e forza sul manubrio per via delle ferite alle mani…
Esatto, lo capisco bene. Tra l’altro le ferite alle mani sono sempre molto lunghe a guarire: la pelle è dura ed è sempre in movimento. E per non indossare un capo così minimal si rischia di compromettere più gare.