Search

Raccagni Noviero: «In Belgio per diventare grande»

14.11.2022
5 min
Salva

Con l’arrivo di Andrea Raccagni Noviero si chiude il duo di junior italiani che passeranno alla Soudal-Quick Step Devo Team. Il tema dei giovani con le valigie in mano è caldo e scottante, perché pesa sul futuro del movimento italiano. 

«La mia aspirazione – racconta dal treno Raccagni – dall’inizio dell’anno, ma anche dalla scorsa stagione, era di andare a correre fuori Italia. Il movimento nostrano lo vedevo un po’ monotono, passare under 23 la considero una continuazione della categoria juniores. L’obiettivo della stagione era mettermi in mostra: su strada non ho vinto molto e fino ai mondiali su pista non avevo contatti con squadre estere. Poco prima del ritiro ho incontrato Moreno Nicoletti, il mio procuratore, ed abbiamo pensato alla possibilità di andare via. Non c’era nulla di concreto fino ai mondiali, lui aveva il contatto con la Soudal-Quick Step e in breve tempo si è concretizzato tutto».

Le maglie del Lunigiana: verde (leader) Morgado, blu (punti) Nagnier, poi (GPM) Morgado, bianca (giovani) Gualdi, arancione (TV) Raccagni, azzurra (italiani) Gualdi
Le maglie del Lunigiana: verde (leader) Morgado, blu (punti) Nagnier, poi (GPM) Morgado, bianca (giovani) Gualdi, arancione (TV) Raccagni, azzurra (italiani) Gualdi
Come ti sei sentito a trattativa conclusa?

Sentivo di aver realizzato un mio sogno. 

Da dove arriva la considerazione che hai fatto prima sugli under 23?

Quest’anno grazie al movimento con la nazionale abbiamo corso molto all’estero. Ci siamo messi alla prova su strade e percorsi diversi. Ho notato che correre delle gare internazionali era diverso rispetto a fare delle corse under 23 in Italia. 

Tra gli under 23 non hai corso però.

Vero, ma tra corridori parliamo, soprattutto noi che alla Work abbiamo la squadra under. In più le gare le vedo.

Il quartetto iridato a Tel Aviv, da sinistra Raccagni (riserva), Giaimi, Delle Vedove, Fiorin e Favero (foto Uci)
Tre componenti del quartetto iridato a Tel Aviv, da sinistra Raccagni, Giaimi e Delle Vedove (foto Uci)
Ritorniamo agli junior, quale differenza hai notato nel correre all’estero e qui?

Innanzitutto hanno già dei metodi di allenamento diversi, in Italia si pensa a fare tante ore al medio invece lì curano molto l’intensità. Anche la mentalità è differente, sono più spavaldi, ricordano il modo di correre di Van Der Poel o Van Aert, sempre “full gas”. Sono ragazzi molto forti fisicamente e mentalmente. 

Sono le squadre che insegnano a correre in quel modo…

Vero, i metodi di allenamento sono sicuramente diversi, in più fare gare internazionali e per di più a tappe ti fa crescere moltissimo. Sono abituati ad un livello superiore, per forza di cose quando noi ci scontriamo con loro soffriamo. 

Facci capire.

Vi faccio un esempio: se un corridore da noi si gioca la vittoria ogni domenica lì deve stare attento a non rimanere incastrato nei ventagli o nelle stradine. Non esiste che la corsa si giochi in volata o sull’ultima salita, c’è sempre il ritmo alto, è una guerra continua. In Italia quest’anno la cosa era un po’ diversa perché molti ragazzi hanno corso all’estero e hanno portato qui quella mentalità.

Raccagni nei suoi due anni da junior ha corso con la Work Service Speedy Bike
Raccagni nei suoi due anni da junior ha corso con la Work Service Speedy Bike
C’è più intensità?

Assolutamente. Eravamo a correre in Olanda, il ragazzo che ha vinto, Max van der Meulen, ha fatto un’azione in un tratto di curve prima di una zona di vento che ha tagliato le gambe a metà gruppo. Quelle sono tattiche preparate, studiate, cose che in Italia non si vedono. Sanno quando stare davanti, se attaccare, quando spingere…

Tu che ci hai corso contro a questi ragazzi pensi di aver già imparato qualcosa?

Ho imparato molto a livello di posizione, alla Gent-Wevelgem juniores per prendere gli strappi in pavé davanti dovevi passare sui marciapiedi… Robe da matti! La gara e la fatica vera si fanno prima di prendere lo strappo, quello è una conseguenza di tattiche e movimenti studiati prima. 

In quei Paesi fanno molta attività di ciclocross, qui in Italia si fa solo pista, manca un po’ di differenziazione?

Io stesso faccio pista e mi ha dato molto. Si sa che molti ragazzi anche vincenti, come Herzog, fanno Mtb o ciclocross. Fare quel tipo di doppia attività gli permette di dare qualcosa in più. 

Forse non è un discorso sull’immediato ma su quello che possono imparare?

Sono discipline che ti lasciano molto anche dopo, è una mentalità diversa. Se ci pensate un corridore italiano è abituato ad arrivare a fine stagione e smettere, loro attaccano il numero e si buttano nel fango. Potrebbe essere un’arma a doppio taglio, ma se impari a gestirti puoi farlo per gran parte della carriera. Sono tanti i pro’ che si dilettano nella doppia attività, basta trovare l’equilibrio giusto con la squadra. 

Si tratta di avere connessione tra tutte le sfaccettature della bici: squadra, discipline e tra categorie…

La connessione tra under 23 e professionisti è fondamentale. Un corridore italiano per passare deve vincere e essere sempre davanti, ed anche lì in alcuni casi si fa fatica. Quello che secondo me è il valore aggiunto di una Devo è che anche se non sei vincente ma vai forte, sei già dentro. Valutano altre caratteristiche, ti permettono di avere più sbocchi. E’ quello che dice Bragato nella vostra intervista.

Il ligure ha fatto parte del quartetto che ha vinto l’oro di categoria agli europei su pista nell’inseguimento a squadre (foto UEC)
Il ligure ha fatto parte del quartetto che ha vinto l’oro di categoria agli europei nell’inseguimento a squadre (foto UEC)
L’hai letta? Che ne pensi?

Mi trovate pienamente d’accordo. In Soudal-Quick Step si è già parlato di periodizzazione del piano di allenamento, vuol dire programmare i periodi per quando essere pronto ed andare forte. Sono anche dell’idea che se le squadre under 23 italiane avessero la possibilità di andare a correre in Europa ci andrebbero. Gli sponsor però non sono tutti favorevoli, i costi si alzano e le vittorie diminuiscono. In Work era differente.

In che senso?

Loro ci hanno permesso di correre molto all’estero, preferivano portarci a fare esperienza piuttosto che farci vincere una gara in una volatina qui. E’ stato un bel libro su cui studiare, e mi ha dato la mentalità e la spinta giusta per guardare, provarci fino in fondo e lanciarmi in questa esperienza. 

Cosa ti aspetti da questa nuova avventura?

Il primo anno imparerò molto e prenderò tante bastonate. Dovrò essere pronto per dare una mano ai miei compagni tra febbraio e aprile, mesi della mia prima fase di periodizzazione. Poi vedremo il secondo anno cosa potrò fare. 

E la pista?

Non vorrei abbandonarla. Abbiamo solo un velodromo, quello di Montichiari e se sei lì non puoi allenarti su strada. Ma se e quando il cittì chiamerà io risponderò presente, la maglia azzurra va onorata, sempre.