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Il protocollo di Bianchi: 4 ore e 30′ tra recupero, rulli, balzi, riso…

24.01.2024
4 min
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«Non è voluto tornare in hotel e ha messo in atto il protocollo di defaticamento e recupero che abbiamo studiato. E’ stato anche dall’osteopata, poi ha atteso sul pullman». Così Ivan Quaranta, tecnico della pista responsabile del settore velocità, parlava di Matteo Bianchi in occasione della conquista del Chilometro da fermo in quel di Apeldoorn.

Un protocollo del quale ci parla in modo più approfondito il responsabile della performance della Fci, Diego Bragato. Oggi ogni aspetto ha il suo peso e il dettaglio è talmente ricercato che quasi non è più un dettaglio. Specie come nel caso della velocità dove si ragiona sui centesimi, neanche decimi di secondo.

Prove di partenza in allenamento per Bianchi. Bragato al cronometro, Quaranta lo sorregge
Prove di partenza in allenamento per Bianchi. Bragato al cronometro, Quaranta lo sorregge
Diego, parlaci dunque di questo protocollo?

Direi che sono i protocolli, plurale, visto che ormai tutti i ragazzi specie quelli della velocità (e non solo) ne hanno uno personalizzato in base alle loro caratteristiche, agli orari delle gare… E la cosa è importantissima.

Perché?

Perché lo sforzo dopo il chilometro è molto elevato e quindi è importante restare attivi. Ricerche scientifiche dimostrano che per smaltire bene, meglio e più in fretta l’acido lattico che si è accumulato serve un minimo di attività fisica. La componente lattacida da smaltire è davvero elevata in questo caso.

Cosa s’intende per attivazione? E che tempistiche ci sono?

Dipende soprattutto dagli orari tra una prova e l’altra. Ma una cosa è certa: l’attivazione per la seconda prova è un po’ più rapida rispetto alla prima. L’organismo infatti si è già attivato e si è espresso al massimo. Quindi se il riscaldamento per la prima prova dura complessivamente un’ora e 15′-30′, quello per la seconda dura 45′-50′.

Quindi, Diego, nello specifico cosa ha fatto Bianchi tra le due prove?

Immediatamente dopo la prova si è proprio accasciato a terra. Ha recuperato un po’ ed è saltato sui rulli. Ha fatto una decina scarsa di minuti, ma non del tutto blandi, diciamo ad un’intensità che lo stradista individuerebbe come Z2. Successivamente è passato nelle mani dell’osteopata-massaggiatore. Ha eseguito un tipo di massaggio volto a scaricare meglio le tossine e quindi si è riposato veramente. In questa fase ha anche mangiato.

Un po’ di riso in bianco nel bus della nazionale. Questo è stato il pasto principale di Bianchi secondo il suo protocollo
Un po’ di riso in bianco nel bus della nazionale. Questo è stato il pasto principale di Bianchi secondo il suo protocollo
Come si è alimentato?

Principalmente con dei carboidrati. Per la durata del suo sforzo (circa 45”, ndr) serve solo del glucosio. Quindi lo zucchero, la benzina più pregiata. Ha corso le qualifiche alle 15 e la finale alle 19,30. In questo buco centrale di quattro ore e mezza ha anche mangiato del riso. Ancora un piccolo trattamento e poi è tornato in pista per il riscaldamento in vista della seconda prova.

E la riattivazione come è avvenuta?

Ha iniziato con il riscaldamento per la parte neuromuscolare, a secco: esercizi per la mobilità articolare, balzi, stretching… Poi è salito sui rulli, chiaramente, e ha effettuato delle partenze da fermo. Si tratta di volate di 10”, sia da fermo che da una cadenza più alta. Seguite poi anche da volate più lunghe: 30”-40” per attivare la componente lattacida. A quel punto ha iniziato il riscaldamento per la parte metabolica. Il riscaldamento deve essere completato mezz’ora prima della gara. Per la seconda prova ha ridotto un po’ la parte della mobilità articolare.

Credevamo il contrario…

Fosse stato un corridore di endurance, sì. Non esiste il protocollo perfetto. Ma i velocisti tendono a fare così. Un po’ perché lo dice la letteratura scientifica, un po’ perché un riscaldamento è efficace se il corpo lo riconosca come tale. E Matteo, così come altri velocisti, è abituato a riscaldare prima la parte neuromuscolare e poi quella metabolica. Anche in allenamento.

Ogni centesimo conta. Dal protocollo seguito alla perfezione, alle scelte tecniche, al serraggio dei pedali
Ogni centesimo conta. Dal protocollo seguito alla perfezione, alle scelte tecniche, al serraggio dei pedali
Si può dire che il chilometro da fermo del ciclismo su pista corrisponda ai 400 metri piani dell’atletica leggera?

Direi di sì, soprattutto crono alla mano. Fisiologicamente parlando è lo sforzo peggiore che ci sia. Quello che lascia più strascichi, più scorie nei muscoli. In quei secondi l’organismo sfrutta al massimo tutte le sue qualità. E’ una sforzo davvero violento.

Ultima domanda, Quaranta aveva parlato anche dei rapporti da scegliere e del fatto che per la prima prova si poteva optare per un dente più duro e magari Bianchi avrebbe fatto il record italiano. Cosa ci dici in merito?

Che è vero. Ma è anche vero che era la prima volta che nel chilometro da fermo ci trovavamo in una situazione così, vale a dire con un atleta molto valido. Ci siamo quindi ritrovati a fare una scelta tattica. Sapevamo che Bianchi sarebbe entrano tra i primi otto e quindi si sarebbe giocato la finale, pertanto abbiamo deciso di preservarlo per la finale. In altre occasioni avremmo dato tutto per entrarci.

Incide così tanto un dente in termini di dispendio energetico?

Come ho detto, il chilometro da fermo è lo sforzo peggiore: quindi sì, incide. Pensate che in finale hanno peggiorato tutti, “noi” siamo quelli che hanno peggiorato di meno.