Con ben 23 piazzamenti nei primi 10, Mathys Rondel è stato una colonna portante per la Tudor, nella sua rincorsa verso i punti necessari per salire nel WorldTour. Tante volte il 23enne francese è stato il leader della squadra, emerso quasi per forza di cose, per evoluzione della corsa, diventando un interlocutore abituale per quella sorta di podcast che ogni squadra ha a fine gara, dove l’addetto stampa di turno raccoglie le prime impressioni da trasmettere ai vari media.


Una presenza costante che, a fine stagione ha destato una curiosità che meritava di essere soddisfatta attraverso una tranquilla chiacchierata, che prende spunto innanzitutto dalla sua storia di ciclista: «Ho cominciato nel club in cui ero tesserato già da qualche anno, a Montfort-le-Génois nella Sarthe – racconta Rondel – lì ho fatto tutto il percorso, dalle categorie giovanili fino agli junior, dato che ero tesserato con loro fin da quando ero cadetto. In seguito, sono passato tra gli amatori nel team Loudéac, in Bretagna, che era una squadra di prima divisione nazionale. Sono approdato alla Tudor per il mio secondo anno nella categoria Under 23. Ero nel devo team e, passo dopo passo, sono arrivato fino alla squadra maggiore».
Tu sei nato a Le Mans, come mai hai seguito più una passione ciclistica che per i motori?
In realtà praticavo già altri sport, come il pattinaggio a rotelle e quello di velocità su ghiaccio e usavo la bici per prepararmi a quelle discipline. La bicicletta permetteva di lavorare sulla resistenza senza che fosse uno sport troppo gravoso per le articolazioni. La usavo già come parte della mia preparazione, ma i motori non sono mai stati un’attrattiva per me.


Quale pensi sia la tua principale caratteristica come corridore e che cosa preferisci tra gare in linea e corse a tappe?
Credo la perseveranza. Durante ogni corsa cerco sempre di ottenere il massimo possibile, anche quando le gambe non sono al top o quando magari non mi trovo nella posizione migliore. Cerco sempre di perseverare per puntare al miglior risultato. Ultimamente ho gareggiato soprattutto in corse di un giorno: è un format che apprezzo molto, ma ho anche molta esperienza nelle corse a tappe. Io cerco di non fossilizzarmi in uno specifico tipo di corse, dipende anche dal momento della stagione. Però è vero che con le corse a tappe ho molta più familiarità; sono più abituato a questo tipo di competizioni.
Quest’anno hai ottenuto un numero enorme di top 10, ma nessuna vittoria: è davvero così importante vincere nel tuo caso?
Sì, è proprio la vittoria ciò che mi manca al momento. Ed è quello a cui punto per la prossima stagione, perché è proprio questo che manca al mio palmarès. Ho ottenuto qualche podio e molti piazzamenti, ma per il prossimo anno mi manca solo riuscire ad alzare le braccia al cielo e mi pesa.


Tra le tante gare pensi ci sia stata un’occasione persa per poter vincere, un piazzamento che ti ha deluso?
Sì, parecchi. Direi che uno dei più recenti è quello del Giro d’Abruzzo, dove ho perso tempo in una tappa in modo un po’ strano e questo mi è costato la classifica generale per un paio di secondi. E’ successo proprio nell’ultima tappa, quindi sì, è un piccolo rammarico, visto che avrebbe potuto essere il mio primo successo in una classifica generale. Anzi, avrei potuto vincere e portare a casa la maglia nello stesso tempo. Per il resto, però, non ho particolari rimpianti; forse ripenso ai campionati europei, al fatto di non essere riuscito a restare subito a ruota di Evenepoel e Ciccone. Ma le corse vanno così e bisogna anche accettarlo.
Tu sei il corridore che ha portato più punti alla Tudor: la ricerca dei punti per il ranking vi mette molta pressione?
E’ sicuramente un aspetto che teniamo sempre a mente, perché ci permette di accedere alle gare più prestigiose del calendario senza dover attendere un invito da parte degli organizzatori. E’ una cosa molto importante al momento, finché non arriviamo quel fatidico limite. Io cerco soprattutto di ottenere il miglior risultato possibile e quindi logicamente questo porta anche dei punti. Ma in realtà il mio obiettivo principale è sempre ottenere il miglior risultato possibile, non è tanto l’acquisizione di punti ciò che mi interessa.


Hai un contratto fino al 2030, ben 9 stagioni con la Tudor. Come vedi crescere la tua squadra?
Spero fortemente in un passaggio al WorldTour al termine di questo ciclo. L’obiettivo è continuare a ottenere buone prestazioni e far crescere i corridori che la squadra ha ingaggiato per diverse stagioni, me compreso, ovviamente. E poi, creare un ambiente favorevole alla performance e mantenere un ottimo spirito di gruppo. Una volta approdati nel WorldTour, si tratterà anche di competere nelle gare più importanti al mondo con l’ambizione e la concreta possibilità di vincere. L’idea è questa. In ogni caso, l’ambizione della squadra è quella di evolversi gradualmente, fino a raggiungere il livello delle migliori formazioni al mondo.
Agli europei hai vestito per la prima volta la maglia della nazionale: che effetto ti ha fatto?
Beh, niente di particolare. Ero comunque piuttosto orgoglioso di essere stato convocato per un campionato, anche se l’avevo già indossata al Tour de l’Avenir e all’Orlen Nations Grand Prix, quando ero nella categoria Under 23. Però è vero che, tra gli élite, era la prima volta. Quindi è stata anche una nuova esperienza, con un gruppo diverso rispetto al resto della stagione con la Tudor E’ stato bello.


Per il prossimo anno qual è la tua ambizione più grande?
Direi che ce ne sono parecchie. Di sicuro, ottenere una vittoria sarà, per me, l’obiettivo più importante del prossimo anno: vincere e non importa tanto quale gara sia, quel che conta è che ci riesca il prima possibile.