Tanto tuonò che piovve, dice il proverbio. Che ben si attaglia alla stagione di Giovanni Lonardi, il velocista della Polti Visit Malta che dopo una lunga serie di piazzamenti ha finalmente riassaporato il dolce gusto del successo. Stava quasi diventando una malattia per lui, sempre in prima linea ma respinto per questione di centimetri o magari per un colpo di sfortuna.
Lonardi, tornato a casa dopo una piccola odissea di volti di ritorno dalla Norvegia («è stato quasi più faticoso del ritorno» dice ridendo) mette da parte la corsa norvegese liberandosi di quello che stava diventando un peso.
«Finalmente è arrivata, visto che l’ho cercata tanto. Sono andato abbastanza fiducioso, anche perché in Danimarca due settimane prima ero andato bene, anche oltre le mie aspettative considerando che dopo il Giro e il tricolore avevo staccato prendendomi una piccola vacanza sia fisica che mentale per ricaricare le batterie a metà stagione e non credevo che la forma sarebbe ritornata subito. Sono arrivato in Norvegia con una buona gamba, e anche la squadra era motivata. Alla fine ho portato a casa una vittoria, un podio e la maglia a punti, era difficile far meglio…».


Il fatto che la vittoria non arrivava stava diventando una preoccupazione? In fin dei conti ogni anno una tua zampata arriva sempre…
Sì, un po’, perché è sempre più difficile vincere in ogni gara dove vai, il livello è sempre più alto e per noi velocisti, quando non vinci da un po’, perdi un po’ di fiducia, il morale comincia ad andar giù perché il velocista ha proprio bisogno di vincere. Quando non accade da tempo cominciano a comparire i dubbi. Diciamo che vincere aiuta a vincere e chissà che da qua a fine stagione non riesca a farlo un’altra volta…
Dipende anche dal fatto che le occasioni, rispetto a quando hai iniziato tra i professionisti, sono sempre di meno, perché ormai gli organizzatori tendono sempre a ridurre lo spazio per gli sprint?
Sì, è vero, è che loro vogliono lo spettacolo dimenticando secondo me che anche una tappa piatta, quando sei quasi sicuro che arrivi in volata, c’è sempre chi prova a inventarsi qualcosa, c’è il ritmo talmente alto che basta poco per far sì che tutto cambi, arrivi la fuga o parta l’attacco improvviso. Quindi devi sempre farti trovare pronto, perché se arrivi a una gara che sei al 90 per cento è veramente difficile emergere.


Tu sei in una Professional dal 2019. Guardandoti indietro, come giudichi la tua carriera? Sei soddisfatto di quello che sei riuscito a fare fino adesso?
Direi di sì, solo che negli ultimi anni ho pensato che ho un po’ perso tempo nelle prime stagioni, un po’ perché ero giovane, un po’ perché quando ho firmato alla Nippo, la squadra ha chiuso subito al primo anno e ho avuto qualche problema, poi sono andato alla Bardiani e ho perso 2-3 anni all’inizio che potevano andar meglio – ammette Lonardi – Ma nel complesso mi ritengo abbastanza soddisfatto, alla fine ho già fatto 5 giri d’Italia, qualche gara di buon livello e anche qualche risultato. So di non essere un campione, però mi sono sempre difeso e almeno una volta all’anno un timbro lo metto…
Che cos’è che ti è mancato per fare quell’ulteriore gradino e salire in una squadra WorldTour?
Non saprei sinceramente, se avessi saputo la soluzione di questo enigma l’avrei fatto prima. Magari militando in una squadra un po’ minore è più difficile trovare il risultato in gare dove le WorldTour possano vederti o tu possa fare la differenza per essere visto. Manca un po’ di treno, manca un po’ di squadra e per un velocista è importante. Ma la mia carriera nelle Professional me la sono costruita quindi non ho grandi rimpianti sapendo che ce l’ho messa tutta.


Quest’anno al Giro d’Italia sei arrivato secondo al traguardo di Roma, quindi nella tappa principale per i velocisti. Quel secondo posto ti ha dato più soddisfazione o t’è rimasto un po’ di rammarico?
Sicuramente soddisfazione perché era un po’ la tappa alla quale guardavano tutti gli sprinter. Facendo le debite proporzioni è come gli Champs-Élysées a Parigi per il Tour. Io sono arrivato secondo dietro a Milan, quindi è stata quasi come una vittoria per me. E’ uno di quei secondi posti che sanno tanto di vittoria, me lo ricorderò per sempre. Ovviamente quando non vinci e ci arrivi così vicino, un po’ di rammarico c’è, ma è molta più la soddisfazione.
Il tuo contratto scade quest’anno, pensi di rimanere alla Polti?
Ancora non lo so. Adesso stiamo un po’ parlando proprio in questo periodo, sia con loro che con altre squadre. E’ ancora tutto un po’ in alto mare, ma è il mercato nel suo complesso un po’ fermo, dicono nel gruppo perché c’è qualche squadra, come la Picnic e la Total Energies i cui dubbi sul futuro tengono bloccati tanti corridori. Staremo a vedere. Io sono sempre rimasto in patria, ma magari potrebbe anche arrivare un contratto dall’estero.


Da qui alla fine della stagione, quali sono le corse che si adattano di più alle tue caratteristiche?
A inizio settembre farò il Tour of Istanbul, una gara di quattro giorni dove ho vinto l’anno scorso e mi piacerebbe ripetermi. Poi ci sono tutte le classiche in Francia e in Italia, c’è Fourmies che è buona per me e ha un grande prestigio, ma anche la Bernocchi dove l’anno scorso ho fatto il podio e mi piacerebbe provare a ripetermi, ma in meglio…