La nazionale per i mondiali è fatta. 8 uomini a caccia di un risultato a sensazione, 8 guastatori in una gara che certamente non vede gli azzurri come favoriti, ma dove la mancanza del riferimento assoluto Pogacar apre grandi spazi a tanti pretendenti. Una nazionale che unisce esperienza e gioventù, tanta gioventù: ragazzi che si sono già messi in luce fra i pro’ come Pellizzari e Piganzoli e il talento Finn che dopo aver vinto tutto da U23 fa il grande salto.


Trentin e i giovani azzurri
Mai come in questo caso l’esperienza di Matteo Trentin diventa fondamentale, un riferimento in corsa ma anche fuori per i più giovani. Abbiamo già avuto modo di parlare con lui del Canada, della sua conoscenza del circuito teatro di tante sfide del WorldTour, ma il mondiale è un’altra cosa, è una corsa che non inizia con lo sparo dello start. Probabilmente prende il via quando l’aereo si stacca da terra…
Trentin è pronto per questo ruolo di guida, che affronta innanzitutto con un grande carico di fiducia verso i ragazzi: «Partiamo da Pellizzari: penso che si sia avvicinato bene visti gli ultimi risultati, ha raggiunto la forma al momento giusto. Mentre Piganzoli ho visto che dopo il Tour si è fermato, ma dopo due Grandi Giri era anche normale. Per Finn il discorso è un po’ diverso, deve partire con la mente sgombra, non deve mettersi nessuna pressione perché non può far male, nel senso che tutto quello che viene è comunque una grande esperienza in vista del prossimo anno».


Come te lo aspetti?
Non mi pongo particolari aspettative su di lui e sarebbe ingiusto farlo. Il suo percorso fra i pro’ inizierà davvero l’anno prossimo quando avrà modo di fare più corse di alto livello e essere sempre più pronto. Qui è una prima presa di contatto.
Lui viene da due titoli mondiali consecutivi nelle altre categorie. Considerando anche la situazione, senza il favoritissimo d’obbligo, non c’è il rischio che possa patire la pressione mediatica dei social?
Credo che in questo sia importante proprio il lavoro dei giornalisti, di chi gestisce i media evitare che abbia troppa pressione – ammonisce Trentin – anche da parte dei tifosi, come detto è giusto non attendersi nulla ma accompagnarlo in quest’esperienza e prendere tutto quel che verrà. Per quel poco che ci ho parlato, è un ragazzo intelligente, sa quello che fa e soprattutto è un buon segno il fatto che quest’anno si è posto 2-3 obiettivi e li ha centrati. Inoltre penso che il progetto di farlo correre al mondiale non sia nato l’altroieri e penso che sappia quello che sta andando a fare.


Come si possono guidare ragazzi del genere in un evento simile? Non solo in gara, ma anche considerando l’approccio…
Il ciclismo è cambiato tanto, i ragazzi di oggi non sono come noi alla loro età. Una volta da dilettante non sapevi quasi niente e ti trovavi gettato quasi allo sbaraglio. Adesso vuoi perché passano molto giovani, vuoi perché le squadre continental sono molto attrezzate, si muovono in modo già professionale. Questo per dire che sanno già, non dico tutto, però sono già molto ben inseriti.
Pensi che ci siano ruoli diversi per loro rispetto ad esempio a un Ciccone che viene al mondiale sull’onda delle belle prestazioni nelle due classiche canadesi?
Questo lo deciderà Amadio dando a ognuno dei compiti. Non ci sono solo le prestazioni di Cicco, ma anche di Pellizzari che ha fatto le gare in Italia rimanendo sempre sulla breccia. Le tante azioni che ci sono state nelle corse le ha create lui e una l’ha pure vinta. Sarà Roberto a decidere, ma come dicevo prima sono tutti ragazzi già ben formati e sapranno anche affrontare l’emozione di vestire la maglia azzurra al primo mondiale da professionisti.


Secondo te, conoscendo bene quelle strade, è un mondiale aperto? Le gare del Quebec e di Montreal ti hanno detto qualcosa a tal proposito?
Da quel che si è visto saranno i soliti nomi quelli chiamati in causa con dietro le nazionali dedicate a loro: la Francia per Seixas, il Belgio per Evenepoel e Van Aert (penso forse più Remco anche se Van Aert non togliamolo mai dalla mischia) e così via. Emergeranno quei corridori che vediamo sempre nelle classiche.
Tu che di mondiali ne hai vissuti tanti, ti ci avvicini anche con una sensazione di divertirti in gara?
Questo sarà il numero 23, fra le varie categorie. Un paio d’anni dall’ultimo. Alla fine corro ancora perché mi diverto, non c’è nessun altro motivo e questo avviene anche con la nazionale. Io sono abbastanza ottimista, credo che questa squadra sia forte e abbia davvero tutto per fare bene, se affronteremo la corsa con coraggio.