Mirco Maestri sta contando i giorni che mancano alla Milano-Sanremo come un innamorato sfoglia i petali delle margherite. In mezzo ci sarà la Tirreno-Adriatico, che scatterà da Camaiore lunedì 9 marzo: «La più difficile delle corse a tappe che abbia mai fatto», così la descrive il corridore della Polti VisitMalta. Si tratta di lavorare sodo, recuperare bene, correre mettendocela tutta e ripetere. Così fino al Giro d’Italia, poi si tira il fiato e sarà il tempo di bilanci. Maestri è uno dei più esperti all’interno del team di Ivan Basso, i diesse e lo staff ne riconoscono il valore e i giovani lo seguono.
«La squadra gira bene – racconta Mirco Maestri da casa – abbiamo raccolto qualche buon risultato. Ogni anno è peggio, la caccia ai punti è spietata e non si può sbagliare nulla. Si deve partire con la mentalità giusta, vincere o almeno andarci vicino è l’obiettivo in ogni gara. Però sono contento, siamo riusciti a ingranare bene. I giovani si sono subito ambientati e anche i più esperti stanno dando il loro contributo. Di solito mi piace essere autocritico, ma se il buongiorno si vede dal mattino…».


Rifinitura
La settimana di Maestri trascorre tra il recupero post Giro di Sardegna e la preparazione alla Tirreno-Adriatico. Solita routine, ci dice, con allenamenti di qualità e non di quantità. Dietro moto e intensità alta, con il mirino puntato sulla Corsa dei Due Mari.
«Aver fatto una corsa a tappe di cinque giorni già a inizio stagione – ci dice Maestri – vuol dire aver messo nelle gambe un bel blocco di lavoro. Ora si tratta di mantenere alta la condizione. Adesso si chiama supercompensazione, quando ho iniziato ad andare in bici si diceva “tenere allenata la gamba”. Non cambia il succo del discorso, voglio arrivare pronto alla Tirreno e poi alla Sanremo. Sono due gare che amo molto, mi piacerebbe ritagliarmi il mio spazio».
«L’anno scorso a Trasacco – ricorda – sono andato davvero vicino alla vittoria. Peccato perché arrivo sempre al 99 per cento, manca sempre quell’uno. Dicono che provandoci e riprovandoci prima o poi arrivi, ma le stagioni passano (ride, ndr)».


A proposito di giovani, durante una delle prime interviste della stagione Giovanni Ellena ha detto di aver visto in Dario Igor Belletta qualcosa di speciale…
Ha dei numeri pazzeschi e non intendo in termini di watt o di watt per chilo, ma in un senso generale, come si muove in gruppo e il modo in cui corre. Nella prima gara si è fatto trovare subito pronto. Si deve fidare di più di noi, arriva da un contesto diverso, da un devo team e ora è in una professional. Qui siamo una famiglia, c’è un gruppo affiatato che è anche la nostra forza.
Sono passati pochi mesi, si deve ancora ambientare?
Sicuramente e, da questo punto di vista, spetta a noi farlo entrare ancora di più nei meccanismi, dobbiamo essere un esempio. Quando sono passato professionista il mio primo “vecchio” è stato Sonny (Colbrelli, ndr), da lui ho imparato tantissimo. Mi ha insegnato come si corre e cosa vuol dire fare questo lavoro. Ora tocca a me con i giovani, è un ruolo che mi piace parecchio.


Da cosa dici che Belletta è sul pezzo?
Il modo in cui si muove in gara. Abbiamo anche Dario Giuliano, francese classe 2005, pure lui è uno che sa cosa fare. Li vedi che limano, corrono nelle prime posizioni del gruppo, si mettono a disposizione.
Si vede che un ragazzo come Belletta è cresciuto in un devo team?
Sì, gli hanno insegnato tanto dal punto di vista tattico. A Valencia, nella prima gara, ci sono stati dei ventagli e lui era tra i primi. Questo vuol dire avere gambe, ma anche testa. Si vede che non dorme. Si capisce che arriva da una squadra dove si pretendevano già certe cose.


E’ più avanti di altri…
Era abituato a certe dinamiche: preparatore, nutrizionista, cuoco. Quando parliamo di ciclismo e allenamento vedi che ne sa. Forse si potrebbe dire che è quasi esagerato.
In che senso?
Non lui, ma l’approccio che hanno i devo team. Ti insegnano tanto ma poi ognuno ci deve mettere del suo, altrimenti c’è il rischio di vedere tanti piccoli robot. A mio avviso entrare da giovane in certi meccanismi alza il rischio di sentirsi soli. Invece nel ciclismo il fattore squadra conta tanto, soprattutto a 18 o 19 anni.


Esistono anche i caratteri.
Vero, però se già da giovane ti abitui a vedere i tuoi compagni di squadra in ritiro e poi quando corri è difficile creare la giusta alchimia. Questo in Belletta, ma anche in altri ragazzi passati dai devo team, lo vedo, devono imparare a fidarsi. E’ giusto che un devo team ragioni in un certo modo, ma si deve anche capire cosa e quanto prendere.
Ad esempio?
Vanno bene i dati, il nutrizionista, il preparatore, il cuoco, ma non devi farti inghiottire da questo mondo. Anche lasciare giù il telefono e non concentrarsi sempre sulla bici e l’analisi dei numeri è importante. Il rischio è di entrare in un confronto diretto e costante, dove si mette in dubbio quello che si sta facendo. Per questo per i giovani è sempre più importante avere un sostegno psicologico, noi compagni possiamo dare una mano ma non sempre basta.
Quanto pensi che Belletta sia più avanti rispetto ai suoi coetanei?
Tanto, ma non dobbiamo farci ingannare. E’ giusto che faccia ancora esperienze intermedie, come fatto fino ad adesso. Magari poi farà comunque esperienze in corse importanti, ma sempre con i giusti passi e compiti.