Passa dalla Svizzera la lunga coda della prima parte della stagione di Alberto Dainese. Lo sprinter della Soudal-Quick Step ha fatto lo slalom tra cadute e guai fisici, ma finalmente adesso sembra che tutto sia a posto. Tour de Suisse, venerdì avrà l’occasione più ghiotta, e campionato italiano segnano gli ultimi impegni prima dello stacco estivo.
Dainese è arrivato quest’inverno nello squadrone belga. Una squadra che vuole tornare al proprio DNA naturale, quello delle corse di un giorno e delle tappe. Alberto è il velocista aggiunto che può dare un ulteriore slancio. Chiaro che con Paul Magnier e Tim Merlier non sia facile trovare spazio, ma le occasioni non mancano e anche il ruolo nel treno è tutt’altro che da scartare. E infatti si è già visto.
Le ultime due gare non sono andate benissimo: due cadute hanno penalizzato Dainese. Un peccato, perché erano due corse veloci in Belgio.


Alberto, partiamo da queste due cadute. Com’è andata? Che cosa è successo?
Sabato scorso, alla Heylen Vastgoed Heistse Pijl, più o meno a quattro chilometri e mezzo dall’arrivo, sul lato destro della strada eravamo… Io ero dietro a un corridore della Tudor, quindi in quinta posizione. De Kleijn ha centrato il paletto che separava per un tratto la carreggiata dalla ciclabile. Poverino, ha preso una bella botta. Dopo, la sua bici mi è volata addosso e sono caduto senza neanche frenare. Però a me è andata bene, sia per la velocità sia per come sono finito a terra: non mi sono fatto niente. Mi ha scritto la sera stessa, poi non l’ho più sentito, però si era rotto parecchie vertebre, alcune costole e aveva avuto problemi a un polmone.
E il giorno dopo?
Eravamo alla Brussels Cycling Classic. Ai 700 metri dall’arrivo che tira tutto all’insù, ero a ruota di Fretin e Aniolkowski. Stavo cercando di infilarmi nello spazio tra lui e il marciapiede, che non era altissimo ma restava comunque un ostacolo. Nel chiudermi ci siamo toccati, io sono finito sul marciapiede. Lui è caduto e si è fatto male, mentre a me è andata di lusso. Sono tornato a casa con il morale un po’ sotto i tacchi, perché anche questa stagione non è ancora decollata. La cosa buona è che il martedì ero già tornato ad allenarmi davvero. Il lunedì ho pedalicchiato, il martedì ho fatto un buon lavoro.
La stagione ancora non è decollata: cosa è mancato ad Alberto Dainese? Quali difficoltà ha incontrato?
Un po’ fisiche. Poi ci sono quei momenti in cui va tutto bene e altri in cui sembra che vada tutto storto. Quest’anno mi sono ammalato due settimane prima dell’Australia. Sono riuscito a pedalare appena due settimane prima di partire. La condizione c’era, però poi sapete come funziona: i treni da una parte e tu dall’altra, non fai la volata, il giorno dopo succede la stessa cosa e l’ultimo giorno cado. All’UAE Tour, anche lì, il primo giorno ho preso una gran botta alle costole. Non sono riuscito neanche a fare una vera volata. Sono tornato a casa e mi è venuto male al ginocchio. Insomma, per due mesi e mezzo ho sempre rincorso.


E sappiamo che inseguire è davvero dura nel ciclismo di oggi…
Esatto. Poi sono andato in Catalogna, dove ho ottenuto due piazzamenti nei primi dieci. Ho finito la corsa con una condizione che stava crescendo, anche se il ginocchio continuava a darmi fastidio. Sono tornato, ho recuperato, ho fatto Francoforte, che quest’anno era una gara piuttosto impegnativa, e poi il Giro d’Ungheria con Tim Merlier. E devo dire che lì mi sono divertito. Abbiamo vinto tre tappe. Nell’ultima ero quasi riuscito a vincere io. C’è stata un po’ di confusione. Ho lanciato una volata lunga ai 600 metri e non mi ha seguito nessuno. Tim è stato un signore, perché mi ha superato soltanto negli ultimi 50 metri, quando ormai mi avevano ripreso anche gli altri. A quel punto lui ha vinto e io ho chiuso quarto.
Però guardiamo il lato positivo, Alberto. Come hai detto, dopo le ultime due cadute eri già in sella…
Giusto. Alla fine mi sono ritrovato anche mentalmente. I momenti duri servono, perché si impara molto di più quando si perde che quando si vince. Non è che io vinca così tanto, quindi imparo sempre e arriverà il giorno in cui sarò super preparato! Però, come avete detto anche voi, in questo ciclismo è già difficile recuperare se perdi 15 giorni. Se poi ci metti in mezzo anche le cadute…
Come sta andando con Merlier e Magnier? Immaginiamo che non ci abbia trascorso moltissimo tempo, però con Merlier qualcosa in più…
In effetti li ho visti al primo ritiro invernale e in parte anche a quello di gennaio. Poi loro sono andati in Australia. Con Magnier non ho mai corso, mentre con Merlier ho lavorato in Ungheria. Stare vicino a Tim mi ha insegnato tantissimo.


Perché?
Come velocista l’ho osservato molto ed è incredibile. E’ scaltro, sa sempre come arrivare davanti al momento giusto. Parte la volata da dietro e poi riesce a trovarsi nella posizione ideale. E’ davvero un artista. Le volate può vincerle da solo oppure facendosi tirare. Ti segue se fai la cosa giusta, altrimenti segue il suo istinto. Un istinto che è quasi sempre vincente. Paul invece lo conosco poco. Che cosa dire? Ha fatto un Giro d’Italia incredibile. E’ un talento enorme. Mi ricordo che alla sua prima vittoria da professionista, nel 2024, arrivai secondo. Chiesero a me chi fosse quel corridore. Sapevo soltanto che era al primo anno tra i professionisti e arrivava dagli juniores. Si capì subito che fosse un talento.
A proposito di Giro, al netto dei tuoi problemi, eri nella lista?
No. Sono però nella lista per la Vuelta. Vedremo…
E ora cosa prevede il tuo calendario?
Adesso ho queste due corse. Dopo il campionato italiano, che potrebbe essere una buona occasione per me, farò un piccolo reset. Andrò in altura, anche se con la squadra stiamo ancora decidendo dove. Poi rientrerò alle gare tra fine luglio e inizio agosto. In parte il calendario è ancora da definire.


Come sta andando con i metodi della Soudal?
Con il preparatore faccio molta più intensità e questo approccio mi piace molto. In passato ero io a chiedere di fare qualcosa in più, adesso invece è il coach che mi prepara per bene. Quindi sono contento e penso solo ad allenarmi. Anche la palestra l’ho dovuta interrompere per qualche mese a causa del ginocchio. Dopo la Catalogna però ho ripreso il lavoro a secco. Ho iniziato a usare l’accelerometro e a svolgere esercizi diversi. Questo mi ha dato qualche beneficio.
Come chilometraggio fai più o meno quello dell’anno scorso?
Più che i chilometri guardo le ore, e quelle sono più o meno le stesse. Come dicevo, è cambiata soprattutto l’intensità.
Hai detto che al campionato italiano potresti avere qualche chance. Che cosa sai della corsa tricolore?
L’italiano dovrebbe essere veloce, almeno nella sua parte finale. All’inizio ci sarà un tratto più vallonato, ma poi dipenderà sempre da come verrà interpretata la corsa. Il campionato italiano è una gara particolare. Bisogna essere attenti a entrare nelle fughe giuste e a gestire i momenti più caotici, perché ci sono squadre molto numerose e altre, come la nostra, con molti meno atleti.