Un anno dopo aver sollevato la questione di quelle che definì “le zone grigie” della lotta al doping, il Movimento per il Ciclismo Credibile (MPCC) torna alla carica per invitare l’UCI a gestire diversamente l’indagine su metodi che potrebbero risultare poco limpidi.
Le segnalazioni del Movimento (nato in Francia nel 2007 nel bel mezzo di una serie di scandali doping) si succedono con regolarità, ma non sempre riscuotono l’attenzione che probabilmente meritano. Se infatti l’UCI sembra prenderle sul serio, sono gli stessi dirigenti di MPCC a denunciare la cronica lentezza nelle risposte da parte della WADA, che più di altri avrebbe l’obbligo di indagare e intervenire.
Le squadre e i loro sponsor sono alla continua ricerca di marginal gain, le istituzioni indagano e pongono limiti. Se tuttavia sul fronte delle tecnologie si tratta di un lavoro estenuante e spesso cervellotico, quando si passa all’integrazione e all’uso di prodotti creati per altri obiettivi, il discorso diventa spinoso perché tocca la delicatissima sfera dell’antidoping.


Il monossido di carbonio
Lo scorso anno, l’UCI rispose piuttosto prontamente alla denuncia sull’inalazione di ossido di carbonio, chiedendo alle squadre di non farvi ricorso. Dalla WADA invece non giunse risposta. In precedenza MPCC aveva segnalato l’uso del Tapenadolo (un antidolorifico ritenuto più potente del Tramadol) e ne aveva chiesto il divieto. Nessuna risposta giunse però dalla WADA, sebbene il farmaco sia negli elenchi delle sostanze sotto osservazione.
Sebbene spesso le azioni di MPCC siano state additate come i sintomi di un’esagerazione francese sul tema, è innegabile che le denunce abbiano portato a includere il Tramadol fra i prodotti vietati. Come è innegabile che sarebbe imprudente dare per scontato che nessuno cadrà più in certe trappole.
«Il Consiglio dell’MPCC – si leggeva nel comunicato dello scorso anno – ritiene che, nel contesto di comportamenti sconsiderati come l’uso ripetuto di un gas tossico o di un potente oppioide, la WADA dovrebbe invocare una procedura di emergenza per far rispettare il principio di precauzione quando emerge una pratica o un farmaco potenzialmente pericoloso. Più in generale, l’MPCC deplora lo sviluppo di queste “zone grigie” nelle pratiche mediche. E incoraggia tutti gli organi di governo a creare un quadro favorevole per limitare la medicalizzazione del nostro sport al minimo indispensabile».


Un nuovo presidente
Dato che l’adesione a MPCC è fra le condizioni per ottenere l’invito alle grandi corse, non c’è da meravigliarsi che il 94% delle squadre professional vi aderisca, mentre la percentuale delle WorldTour sia appena del 39%. Stessa storia fra le donne: l’adesione delle Professional è al 100% mentre le WorldTour si attestano al 27%.
Nel frattempo il Movimento ha scelto di cambiare mano. Il presidente fondatore Roger Legeay, ammiraglio francese di lungo corso, ha ceduto il posto a Emily Brammeier, irlandese di 31 anni, responsabile della comunicazione del Team Picic-PostNL.
«Succedere a Roger Legeay – ha dichiarato dopo l’elezione del 23 ottobre – è un privilegio e una responsabilità. Credo profondamente nei valori di trasparenza, responsabilità e azione collettiva che caratterizzano questo Movimento e sono convinta che la nostra missione sia più attuale che mai. L’obiettivo rimane chiaro: eliminare le zone d’ombra create dalla medicalizzazione illimitata del nostro sport, che ne mina lo spirito stesso, e promuovere un ulteriore rafforzamento del nostro sistema antidoping».


Le zone grigie
E proprio da queste zone d’ombra si riparte con il comunicato di fine anno, in cui MPCC affronta il tema di sostanze e trattamenti medici non ancora vietati dalla WADA, ma che sollevano seri interrogativi etici se utilizzati da atleti sani, piuttosto che dai pazienti malati per i quali sono stati sviluppati.
«Il ciclismo – si legge nel comunicato – ha bisogno che l’UCI agisca rapidamente e con decisione per proteggere sia la credibilità dello sport che la salute del gruppo, in modo che nessun atleta si senta costretto ad assumere prodotti discutibili solo per stare al passo».
Le lunghe tempistiche dei processi antidoping, senza un’azione rapida e concreta, lasciano spazio ogni anno a dibattiti su varie sostanze. Nel frattempo però gli atleti continuano a utilizzarle, nonostante i dubbi legati alla loro stessa salute o gli effetti sul miglioramento delle prestazioni. Non sarebbe un approccio più sicuro – chiedono da MPCC – vietare un prodotto durante le indagini e poi, quando è sicuro, consentirne l’uso?


Chetoni e borracce
L’esempio più recente è quello dei chetoni, di cui si parla dal 2017: anno in cui fu pubblicata la prima ricerca scientifica. Dopo vari suggerimenti piuttosto vaghi, il 25 ottobre scorso l’UCI ha pubblicato un comunicato stampa in cui ribadisce di non raccomandarne l’uso. Nonostante ciò, diversi team continuano a farne uso, inserendone i produttori fra i propri sponsor tecnici. E non è tutto qui: MPCC punta lo sguardo su altre pratiche.
«Le voci sulla cosiddetta “Finishing Bottle” (borraccia per il finale) riaffiorano nel gruppo – si legge nella dichiarazione – con diverse sostanze al limite che si dice vengano mescolate e passate al gruppo per preparare i corridori al finale. Oltre a questo, ci troviamo di fronte ad altri potenziali abusi di sostanze con farmaci come il Tapenadolo, che è fino a dieci volte più potente del Tramadolo). L’UCI sta monitorando questa specifica sostanza, ma dobbiamo aspettare il risultato di un’altra lunga analisi mentre la salute dei ciclisti è a rischio e gli incidenti stanno diventando sempre più frequenti?».
Finché persisterà la zona grigia, dichiara MPCC, la credibilità del ciclismo continuerà a risentirne e la salute dei ciclisti sarà a rischio. La continua medicalizzazione dei ciclisti è un problema grave e richiede un intervento. Difficile dargli torto.