Il rilancio della Lega Ciclismo Professionistico intrapreso da Pella, arrivato direttamente all’organo ciclistico dal Parlamento Italiano, passa anche per un nuovo vicepresidente designato dalla FCI. Marco Toni è uomo di grande esperienza, presidente dell’Unione Ciclistica Sangiulianese e in passato presidente del Comitato Provinciale di Milano, consigliere regionale lombardo e presidente della Struttura Tecnica Nazionale nel quadriennio olimpico che porto alla fortunata edizione di Sydney 2000. Nei giorni scorsi, Toni ha rilasciato un’intervista toccando alcuni temi molto delicati come la necessità per il nostro ciclismo di avere un team nel WorldTour. Già, ma come si fa ad averlo, e in che tempi?


Abbiamo quindi voluto ricontattare Toni per avere risposte approfondite su questo e altri argomenti, partendo dal suo approccio con il nuovo ente.
«Ho trovato una Lega in buona salute finanziaria, un risultato importante considerando che fino a un paio d’anni viveva una gestione commissariale, un periodo tutto sommato piuttosto buio. Adesso invece si è non soltanto rimessa in piedi, ma è diventata una realtà sana anche dal punto di vista organizzativo, con una struttura decisamente più adeguata rispetto a qualche tempo fa».
Proprio dal punto di vista organizzativo si parla molto della Coppa Italia delle Regioni. Che impressione ne ha, come si sta lavorando?
Sicuramente è una vetrina prestigiosa, grazie alle dirette televisive, che consentono di veicolare all’estero un’immagine particolare del nostro Paese, perché non c’è sport, oltre al ciclismo, in grado di dare cartoline così lunghe, così efficaci dell’Italia e quindi questo rappresenta in qualche modo un valore aggiunto, l’elemento dal quale è scaturita anche la volontà da parte di diversi ministeri interessati nel mettere in piedi questa Coppa Italia delle Regioni che non è altro che una sorta di viaggio turistico, ovviamente oltre che sportivo.


Molte gare che vengono presentate all’inizio anno nella Coppa, poi però non vanno in porto, non riescono a essere realizzate. Qual è il problema principale?
Dobbiamo strutturare dei calendari su base pluriennale, perché se si coinvolgono partner istituzionali come gli enti locali ma anche sponsor privati su un lasso di tempo un pochino più lungo si possono ottimizzare anche i costi delle iniziative stesse. Purtroppo oggi non siamo ancora a quel livello, in quella dimensione. E’ vero che sono venute a mancare delle gare che erano state inserite in calendario, ma nel frattempo se ne stanno aggiungendo di nuove, come è stata la settimana in Sardegna, piuttosto che il ritorno del Giro di Campania a settembre dopo vent’anni e più di sparizione.
Il problema è esclusivamente economico?
Prevalentemente, per questo dobbiamo coinvolgere chi ci appoggia su tempi più lunghi, su proposte strutturate. Questi già sono dei tasselli che stanno rimettendo in piedi un mosaico temporale che dovrebbe avere un maggior respiro già a partire dal prossimo anno. Ci si sta muovendo per strutturare un calendario che abbia un suo peso, una sua dignità, ma anche per dare continuità agli atleti italiani, soprattutto a quelli che non che non fanno parte del circuito WorldTour.


Proprio a proposito del WorldTour, ha detto che si stanno gettando le basi per costruire una squadra WorldTour in Italia. Ma come si costruisce una squadra dal nulla?
E’ un problema molto grosso, è innegabile, nel senso che non è una cosa che si fa dall’oggi al domani. In passato ci sono stati dei progetti che sono naufragati soprattutto per via del budget, perché un progetto WorldTour deve avere un respiro quantomeno quinquennale, dove per partire servono almeno 30 milioni di euro per arrivare poi a regime più vicini ai 50 milioni. C’è da costruire una struttura importante, firmare contratti pluriennali col main sponsor e con sponsor collaterali, diversificare un po’ le entrate anche attraverso un pool di partner tecnici per le biciclette, i componenti, l’abbigliamento. E poi ci sono i rapporti con l’UCI, perché acquistare una licenza esistente non è facile.
L’idea è quindi ripetere quello che succede abitualmente nel basket, monitorare quello che succede intorno e trovare la squadra e la licenza utile da dover acquisire per entrarew nel WorldTour?
Sì, da un punto di vista amministrativo e regolamentare considerando che ci sono gerarchie stabili. Ma parliamo comunque di fondare un team WorldTour vero e proprio, gestire una rosa come avviene in tutti gli sport di squadra, quindi acquistare i corridori più adatti, fare la scelta, comprare il leader per le corse a tappe, i velocisti, un team comunque di 25-30 corridori, perché questo è il range attorno al quale ci si muove. Quelli corridori dedicati alle corse a tappe, i velocisti piuttosto che i finisher per le per le classiche e un gruppo fidelizzato e solido di cosiddetti gregari.


Ma c’è anche una filiera da affiancare…
Esatto, c’è anche l’obbligo di fondare almeno un devo team, una squadra satellite di categoria per far crescere gli under. Questo sarebbe il disegno ottimale, avere una squadra WorldTour e dietro comunque un vivaio che pian piano va a rimpinguare la squadra leader.
Proprio pensando a questo e considerando soprattutto la situazione attuale, certamente non semplice, del ciclismo italiano, è più consigliabile scegliere una squadra WorldTour classica, quindi multinazionale o puntare su un esempio come la Uno-X, che è una sorta di nazionale danese e norvegese?
E’ chiaro che si vuole puntare a una formazione WorldTour ad alto tasso di presenza di corridori italiani, quindi bisogna cercare di riportare a un livello reputazionale internazionale di livello consono anche il nostro vivaio. Ci sono degli atleti che secondo me hanno tutti i titoli per poter competere ad alto livello. Adesso non è il caso di andare a prendere Lorenzo Finn come esempio, ma ce ne sono tanti altri che possono raggiungere livelli eccellenti.


Quindi bisogna andare a cercare i corridori già nel circuito o puntare su nuove leve?
Si può pensare a un doppio binario, affidandosi all’esperienza di chi già è nel WorldTour ma è importante, io credo, partire dalla valorizzazione dei nuovi elementi, come ha fatto per esempio anche la Slovenia seguendo l’enorme messaggio trasmesso da Pogacar, guardare al nostro bacino di atleti e quindi a una squadra a un forte contenuto italiano.
Nella situazione in cui siamo, la prima cosa è perciò trovare fondi, sponsor, gente che investa sul ciclismo, a qualsiasi livello?
Assolutamente sì. Adesso non dico che dovremmo fare come il Bahrain, che sponsorizza direttamente come governo la sua squadra WorldTour. Ma viene fatto anche per fare da da cassa di risonanza per lo sviluppo del turismo nel proprio Paese che sappiamo essere anche per noi una forma primaria di introito. Si può sicuramente partire da questo. Lo Stato italiano ha tante partecipate che sponsorizzano, dal calcio ad altri sport, un sacco di eventi. Quindi si può, si deve partire da lì. E poi l’Italia offre anche grandi gruppi imprenditoriali che possono essere sicuramente dei soggetti e dei partner affidabili. Questo dipende molto dalla reputazione, dalla capacità di attrazione e, come dicevamo, dall’intendimento di mettere in campo progetti a lungo termine, strutturati, robusti, con alle spalle un piano industriale credibile. Si può fare.