Quanto pesano realmente i risultati che si colgono negli juniores e gli U23? Il tema è sempre più d’attualità, con discussioni senza fine tra chi guarda all’immediato e chi teme che i ragazzi si spremano troppo per emergere pagando poi dazio quando si tratta di passare professionisti. Trovare una risposta univoca è obiettivamente impossibile, ma le statistiche possono darci segnali interessanti, oltre a mettere in evidenza alcune storie cadute nel dimenticatoio troppo presto.


Quattro classiche da studiare a fondo
Abbiamo preso in esame le classiche del Nord riservate a juniores e under 23, dal 2010 a oggi. Gand-Wevelgem e Roubaix (in apertura, foto Maheux) hanno un palmarés pressoché completo, ricordando che nel 2020 e 2021 il Covid impedì la loro effettuazione (il primo anno tutta l’attività giovanile venne fermata e gli effetti devastanti si sentono ancora oggi nella maturazione di quella generazione). Il Giro delle Fiandre U23 ha chiuso i battenti nel 2019, quasi preavvertendo la crisi della categoria sempre più subordinata a quella inferiore, mentre la Liegi-Bastogne-Liegi per juniores è in calendario solo dal 2022.
In totale abbiamo quindi 94 vincitori fra tutte le gare. Il primo dato che emerge è che sono davvero pochi coloro che sono riusciti a emergere in più gare. Anzi, per essere precisi si registrano solo alcune doppiette. Ad esempio di corridori come Mads Pedersen (sua la Roubaix 2013 juniores e la Gand 2016 da U23) o Thomas Pidcock (Roubaix 2017 e 2019, negli juniores e poi da U23), a dimostrazione che il loro talento era strabordante già da giovanissimi.
Due vittorie anche per Jarno Widar (Fiandre 2023 juniores e Liegi 2025 da U23), risultati che hanno contribuito a spianargli la strada verso il WorldTour con corposo anticipo e grandi aspettative. Una curiosità: Pogacar non c’è, né fra gli juniores e tantomeno fra gli U23…


Una percentuale altissima
Allarghiamo però il discorso per comprendere meglio la situazione generale. Su 94 vincitori tra juniores e U23 abbiamo 61 corridori che hanno raggiunto il professionismo, approdando a squadre WorldTour o formazioni che possiamo considerare assimilabili, come Tudor o la vecchia Israel. Una percentuale molto alta: significa che almeno due ciclisti su tre sfruttano il trampolino del grande successo per trovare spazio in un circolo che in fin dei conti è sempre molto ristretto.
Attenzione però, perché tanti di loro salgono con dei sogni nel cassetto che lì rimangono e diventano elementi fondamentali per i team, ma non dei leader. Chi è riuscito a emergere nelle classiche anche da pro’? Un esempio è Stuyven, il vincitore della Sanremo 2021 che aveva vinto la Roubaix juniores nel 2010 e che quest’anno è approdato alla Soudal proprio per riassaporare il gusto della caccia al grande risultato. Lo stesso dicasi per Jungels, il lussemburghese primo alla Roubaix U23 nel 2012 e che poi si è ripetuto nella massima serie.


I dolorosi casi di Myngheer e Lambrecht
A fronte di tanti professionisti c’è anche un numero copioso di corridori che non ce l’hanno fatta. Tra i 25 censiti ci sono ciclisti che sono arrivati ad avere una buona carriera nelle Continental ma nulla più e fra questi ci sono casi davvero particolari. Molto dolorosi, come quelli di Daan Myngheer e Bjorg Lambrecht. Due talenti belgi la cui vita si è interrotta troppo presto e che, nel consesso professionistico, ci sarebbero arrivati in pompa magna.
Myngheer si era aggiudicato la Gand-Wevelgem juniores nel 2011 e da “espoir” non aveva smesso di crescere, continuando a raccogliere piazzamenti proprio nelle classiche di casa ma anche fuori, come l’Eschborn-Frankfurt 2014. Nel 2015 aveva trovato spazio in una squadra continental come la Verandas Willems spesso invitata a prove di alto rango e l’anno successivo alla Roubaix Lille Metropole, ma il 24 marzo 2016, quand’era impegnato al Criterium International è stato vittima di un infarto, morendo due giorni dopo.


Un talento capace di tutto
Caso più noto quello di Lambrecht, la cui vittoria alla Liegi U23 del 2017 era solo l’anticipo di quel che avrebbe potuto essere. Vincitore della Corsa della Pace e secondo alle spalle di Bernal all’Avenir, Lambrecht sembrava l’uomo giusto per riportare il Belgio ai vertici anche nelle grandi corse a tappe viste soprattutto le sue capacità di saper emergere in ogni contesto. La Lotto Soudal lo stava curando con enorme cura: due anni nel devo team prima di promuoverlo nella prima squadra dove stava rapidamente salendo i ranghi e mettendosi in mostra, cogliendo piazze d’onore alla Vuelta 2018 e l’argento mondiale quand’era ancora U23.
Tutti i sogni, tutte le speranze sono svanite in un maledetto giorno dell’agosto 2019, al Giro di Polonia. Terza tappa, chilometro 48. Una discesa affrontata troppo velocemente, la curva quasi improvvisa e la bici che diventa un cavallo imbizzarrito. La botta sul marciapiede è terribile, non è possibile neanche elitrasportarlo verso il più vicino ospedale. Bjorg muore il giorno stesso e la corsa polacca da allora non lo ha mai dimenticato.


Italiani al vertice: pochissimi, ma buoni…
Dall’analisi emerge come emergere nelle classiche di categoria sia un ottimo biglietto da visita per trovare posto fra i “grandi”, una sorta di cambiale che i vari procuratori possono spendere alla ricerca di un ingaggio. E gli albi d’oro dicono anche come le difficoltà del ciclismo italiano non siano figlie di queste ultimissime stagioni, ma affondino le loro radici nel tempo. Dal 2010 sono stati solamente 6 i corridori che si sono aggiudicati una classica e tutti hanno poi trovato spazio fra i pro’, salvo lo sfortunato Samuele Manfredi, fermato da un grave incidente.
C’è chi come Salvatore Puccio ha costruito sul suo successo al Fiandre U23 2011 una lunghissima carriera da gregario e chi come Filippo Ganna, primo alla Roubaix 2016 è volato verso una carriera luminosa su strada e su pista. Ultimo in ordine di tempo, Alessandro Borgo, primo alla Gand-Wevelgem dello scorso anno. Sarà anche per lui la pietra angolare di una carriera importante?