Un post sui social di Giampaolo Cheula, nel quale augurava ai propri ragazzi della Giovani Giussanesi un in bocca al lupo per il loro cammino e la loro crescita ha catturato la nostra attenzione. Essere diesse di una squadra juniores non è un lavoro semplice, considerando che un lavoro nemmeno lo è, ma una passione. Quella che spinge un ex corridore, per 12 anni professionista, a seguire e trasmettere l’amore per il ciclismo a dei giovani. Quella del direttore sportivo è una divisa che non ti togli mai di dosso, imparando a incastrare tutto tra lavoro e una vita da portare avanti.
Giampaolo Cheula in questo ottobre che ha portato l’autunno e le piogge che sono mancate nei mesi scorsi, continua a restare attivo. La stagione ciclistica è terminata da una decina di giorni, quindi adesso si gode un po’ di riposo prima di ripartire per un altro anno.


Un anno per imparare
Il team Giovani Giussanesi ha chiuso la stagione con diversi risultati e piazzamenti importanti, confermandosi una delle realtà capaci di lavorare bene con i ragazzi. Sicuramente non è facile ma questa, come tante altre, è la testimonianza che si può fare ciclismo anche senza l’appoggio di nomi e grandi sponsor.
«E’ stato un anno molto positivo – ci racconta Cheula – nel quale ci siamo tolti delle belle soddisfazioni. Avevamo un gruppo di nove corridori, cinque dei quali di secondo anno, abbiamo fatto diverse trasferte all’estero tra Francia, Spagna, Belgio e Svizzera. In una categoria come quella juniores il nostro obiettivo era quello di permettere ai ragazzi di fare esperienze che potessero farli crescere».


C’era questo dietro il post social?
Alla fine hai modo di lavorarci insieme per due anni, nei quali cerchi di mettere a disposizione tutte le tue conoscenze. Cerchi di far capire dove sbagliano, e in questo le corse di alto livello aiutano molto.
Quanto è difficile insegnare tutto in questi due anni?
Tanto, io sono agevolato magari, perché ho corso tra i professionisti e so cosa si cerca in quel mondo. Anche se è cambiato tanto, però mentalmente so cosa c’è dall’altra parte e posso dare una mano. L’evoluzione tra gli juniores è incredibile, non si può mai abbassare l’asticella. A livello di allenamento la differenza con il professionismo è sempre più sottile.
Quel che può dare un diesse tra gli juniores ora è un aspetto più umano?
Sicuramente, perché ti rapporti con ragazzi tra i 16 e i 18 anni, non sono uomini adulti e di questo bisogna sempre tenerne conto. Sono piccoli e l’aspetto psicologico conta parecchio.


Il rapporto continua anche dopo questi due anni?
Con alcuni crei un’amicizia o comunque un legame stretto e capita di sentirsi per telefono o di parlare anche quando passano under 23 o professionisti. Diventi un riferimento con il quale confrontarsi, ti raccontano e chiedono a te. In fondo li hai cresciuti, nel senso sportivo del termine.
In un ciclismo sempre più esigente quanto è importante avere una figura esterna capace di ascoltare?
Lo è per molti aspetti, adesso i ragazzi aspirano tutti ad entrare in un devo team ma non è semplice. Entrano in un ambiente nel quale si devono spesso gestire in autonomia e avere qualcuno su cui contare può dare una mano. Personalmente nessuno dei miei ragazzi andrà in un devo team, però tutti ci sperano.


Ribaltiamo la domanda: come si convince un ragazzo che esiste anche un ciclismo fuori da quell’ambiente?
Ripeto sempre di non fossilizzarsi su aspetti del genere, ognuno ha i suoi tempi di maturazione e crescita. Tanti ragazzi entrano e poi dopo due stagioni tornano indietro perché non erano pronti. Bruciare le tappe non conviene a nessuno, la posta in gioco è tanta e vale una carriera.
Una figura come la tua magari è utile anche per questo, per avere un appoggio…
Nella mia carriera da diesse ho lavorato con tanti giovani, anche quando ero all’Androni mi interfacciavo con il gruppo giovani. Con alcuni di loro parlo anche adesso, magari sono corridori vincenti, ma da un complimento o un appunto nascono belle chiacchierate. Ci tengo a sottolineare che non sostituisco la squadra, che rimane sempre il riferimento per ogni atleta.
Ma dai una visione esterna, una prospettiva diversa.
Conosco i corridori, anche a livello umano. Li ho visti crescere, sbagliare e imparare. Capita a volte di vedere o sentire un racconto da loro e di ricordargli che in passato avevano già vissuto un momento simile. Sono una specie di memoria storica (ride, ndr).


Adesso è più complicato?
In un certo senso sì, perché il ciclismo è diventato ancora più selettivo e i ragazzi lo vedono. Molti non vogliono correre se non in certi contesti, io dico loro che ci sono atleti che hanno fatto una carriera partendo dal basso. E’ più difficile ora, ma se si ha voglia di fare fatica ce la si può fare.
I corridori lo sanno, ma magari vedono l’imbuto sempre più stretto?
Assolutamente, perché di ragazzi che magari vogliono correre e rimangono senza squadra ce ne sono tanti. E’ un mondo ben più difficile, serve quella forza di volontà che spinge ad andare oltre e crederci sempre.