Valentina Scandolara è il perfetto esempio del moto perpetuo. La veronese, che ha corso fino al 2023, è stata appena nominata direttore sportivo al World Cycling Center di Aigle: il centro verso cui confluiscono gli atleti che l’UCI seleziona dai suoi hub in tutto il mondo. Contemporaneamente, nella sua agenda occupano un posto fisso la Down Under Cycling Academy (base italiana per talenti australiani e neozelandesi) e il ruolo di regolatore in moto per alcune corse in Oriente. Difficile dire se ci sia posto per altro, a capo di un 2025 di soddisfazioni e momenti duri, fra il master in Psicologia dello Sport e la scomparsa di sua madre.
«La donna più forte che abbia mai conosciuto – ha scritto Scandolara su Instagram – quella che mi ha insegnato a sognare sempre in grande, a lavorare sodo e a credere in me stessa. Non è più qui fisicamente, eppure in qualche modo sento che il suo amore mi accompagna in ogni passo del cammino».
Abbiamo intercettato Valentina Scandolara dopo un rapido passaggio a casa per assistere alla cucciolata di pastori tedeschi che le è appena nata.


E’ vero che in passato l’UCI ti aveva già offerto questo incarico?
Vero, ma uscivo da un problema di overtraining e volevo riprovare a correre. Sono piuttosto decisa: una cosa o l’altra. Quindi ringraziai, ma dissi di no. Volevo capire se sarei potuta tornare ai livelli di un tempo, ma non ci sono riuscita e così ho deciso di smettere. Quest’estate avevano bisogno di un sostituto, per cui sono andata a Aigle e mi hanno detto che avrebbero assunto qualcuno di nuovo. Così ho risposto al bando inviando la mia candidatura e mi hanno scelto.
Che differenza c’è per Valentina Scandolara tra fare il direttore sportivo in una squadra e farlo al centro mondiale dell’UCI?
Ho già guidato alcune delle squadre in cui correvo, da una continental fino alle porte del WorldTour. C’è tanta differenza, soprattutto il fatto che ricoprirò vari ruoli. L’UCI vuole gestire la preparazione delle ragazze e spetterà a noi seguirle. Io al momento ne ho due, ma durante la stagione arriverò a quattro. Le altre vengono preparate dal road manager Mickael Bouget. Quindi rispetto al ruolo di direttore sportivo di una squadra, qui c’è tanto più lavoro, compresa la burocrazia.
Ad esempio?
In questi giorni sto richiedendo le licenze radio ai vari Paesi in cui correremo, cosa che nelle squadre di solito viene fatta dall’ufficio. Però gestendo la mia Down Under Academy, sono abituata a fare tutto: dal mandare le iscrizioni alle gare alla logistica e tutto il resto. Qui è tutto a un livello più alto quindi sicuramente riuscirò anche a imparare molto.



Che tipo di atlete arrivano al World Cycling Center?
Sono talentuose fisicamente. Alcune sono già a un livello molto avanzato, altre hanno bisogno di partire dall’ABC e anche per questo si tratta di un ruolo complicato. Anche per la scelta delle corse, per cui seguiremo la falsa riga del 2025. Faremo gare nazionali in Svizzera e in Francia. E poi gare UCI al massimo di classe .1 o .2. Non di più, per dare a tutte il tempo e la possibilità di imparare.
Dovrai risiedere a Aigle oppure farai avanti e indietro?
Per ora sto facendo avanti e indietro, anche perché ho questa bellissima cucciolata, per cui ogni weekend scappo via. Altrimenti, fatti salvi i weekend delle gare in cui saremo in giro, dovrò risiedere in Svizzera.
Riesci a tenere in piedi la Down Under Cycling Academy oppure hai dovuto fare qualche scelta?
Già l’anno scorso ho iniziato a delegare qualche incarico e ho trovato delle persone che seguiranno i ragazzi. Ci sono Giorgio Noro e Georgios Varverakis, che collabora con noi già dal 2023. Poi come collaboratori occasionali abbiamo Paolo Ratti e Imerio Bortoli. Io ci sarò nelle occasioni in cui riuscirò a tornare. Non sarò sul campo, ma lavorerò dalle retrovie, occupandomi di tutto il management, le iscrizioni alle corse e tutto il resto.
Pensi che il tuo master in Psicologia dello Sport ti sarà di supporto in questo nuovo incarico?
Penso che nei team sia un aspetto molto importante, a maggior ragione nel nostro. Raccogliamo ragazze da Nazioni che nel ciclismo sono piuttosto indietro, senza il sostegno delle federazioni o di persone capaci sul campo. Purtroppo si tratta di alcune fra le Nazioni più povere del mondo, perché abbiamo ragazze dall’Etiopia, l’Eritrea, una del Benin. Cambiano tutti i riferimenti.


In che senso?
Quando arrivano gli australiani, i neozelandesi o i canadesi, trascorrono l’estate facendo ciclismo in un ambiente molto simile al loro. Invece queste ragazze si ritrovano in un mondo totalmente diverso con una cultura diversa e questo richiede sensibilità e capacità di adattamento. Ne abbiamo due dall’Afghanistan, per esempio. Una non è parte della squadra UCI e quindi la manderemo al progetto Los Angeles 2028 in Francia. Arrivano da situazioni molto molto difficili, nel 2018 sono scappate dai talebani con l’aiuto dell’UCI. Quindi, tornando alla domanda, penso che nelle squadre sia molto importante avere questa sensibilità.
In quale lingua comunicate?
Al centro mondiale di ciclismo parlano tutti inglese, perché di svizzeri ce ne sono davvero pochi. C’è una ragazza che parla solo francese e una che parla solo spagnolo. Con il nuovo manager Andrew Smith abbiamo fatto una partnership con Rosetta Stone, la piattaforma per imparare le lingue, e offriamo alle ragazze la possibilità di studiare gratuitamente l’inglese e francese. Con lui tra l’altro ci eravamo incrociati in Greenedge (del 2014 e 2015, Scandolara ha corso nella allora Orica Greenedge, ndr), per cui abbiamo una base comune.
Quindi non offrite soltanto formazione sportiva…
Esatto. Non ci proponiamo solo di sfornare ragazze che poi diventeranno professioniste, perché sappiamo benissimo che la percentuale sarà bassa come in tutti gli altri progetti di development. Uno dei pilastri del progetto è formarle per la vita – spiega Scandolara – e far sì che ognuna torni al suo Paese con un bagaglio di conoscenze importante per far crescere il ciclismo. Le faremo partecipare gratuitamente ai corsi coach dell’UCI e daremo loro vari arricchimenti in base alle nostre conoscenze, ciascuno a seconda della sua preparazione. Io ad esempio seguirò più la parte mentale, mentre Mickael quella della preparazione.


Le ragazze sono già in Svizzera e girano in pista?
No, non sono ancora arrivate. Abbiamo solo l’ucraina, Anna, che si sta allenando in pista per gli europei. Però comunque va anche fuori, in realtà il clima a Aigle non è tanto diverso da Verona.
Fra le tante cose che fai c’è ancora il ruolo di regolatore?
C’è ancora, però è un incarico a spot. Collaboro con ProTouch Global, un’agenzia di rappresentanza per atleti e organizzazione di corse, per cui da tre anni a novembre vado in Cina con diversi ruoli. Nel 2024 mi avevano anticipato che mi avrebbero provato come regolatore e il piano è di fare lo stesso nel 2026, ancora in Cina, per fare esperienza in una gara più semplice da seguire. Probabilmente invece nel 2027 mi chiederanno di fare le altre gare, in base al mio calendario, come il Tour de Suisse e altre con cui collaborano.
Prima di chiudere, ci ha fatto venire la curiosità: ci racconti della cucciolata dei pastori tedeschi?
Sono quattro, l’avevo programmata. Lo faccio per passione – spiega Scandolara – ho cominciato perché rimasi malissimo quando persi Alvin che era il mio pastore scozzese. Dei quattro, terrò la femminuccia, perché ho già la nonna e ovviamente la mamma. Voglio avere la dinastia completa (sorride, ndr). La verità è che la mia prima passione, ancora prima del ciclismo, sono gli animali.