Lo scorso gennaio la Chiesa di Palù di Giovo ha inaugurato la Via Crucis e Via Lucis intitolata a Sara Piffer (foto sarapiffer.com)

Renato Pirrone e quelle morti di ragazzi che ti mettono alla prova

24.02.2026
7 min
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La mente di Renato Pirrone era concentrata a pianificare l’avvio di stagione e guardare il resto del calendario agonistico del 2026 tra un invito e l’altro. Gli ultimi collegiali delle sue ragazze prima di esordire in Croazia il 4 marzo e poi dirigersi nelle settimane successive verso Strade Bianche, Trofeo Oro in Euro, Trofeo Binda, Giro dell’Appennino. E poi ancora gare in Belgio, Francia, Lussemburgo, Tour de Pologne Women. Un bel programma per la sua Mendelspeck E-Work, quando il 15 febbraio scorso, alla morte in allenamento di Francesco Mazzoleni per mano di un automobilista, il team manager della continental italiana ha avuto un sussulto. Il pensiero è tornato indietro di tredici mesi.

Ammesso che si possano assorbire colpi morali del genere, Pirrone nella tragedia del giovane bergamasco ha rivissuto il dramma patito con l’incidente mortale della sua atleta Sara Piffer. Per entrambi i casi, così come per altri simili in passato, anche noi su queste colonne stiamo rischiando di dedicare editoriali e approfondimenti per capire come sia ancora possibile perdere la vita in bici senza che alcuna istituzione riesca ad intervenire e dare risposte soddisfacenti. Così, mettendo da parte questi interrogativi, abbiamo chiesto a lui quale sia stata la sua prima reazione alla notizia.

Dopo la morte di Sara Piffer a gennaio 2025, Renato Pirrone ha meditato se proseguire o meno con l’attività della squadra (immagine Instagram)
Dopo la morte di Sara Piffer a gennaio 2025, Renato Pirrone ha meditato se proseguire o meno con l’attività della squadra (immagine Instagram)

Una ferita aperta che condiziona

Strada provinciale tra Mezzocorona e Mezzolombardo, un automobilista azzarda un sorpasso che trasforma in disgrazia centrando la diciannovenne Sara Piffer che si stava allenando con suo fratello Christian. E’ poco prima di mezzogiorno del 24 gennaio di un anno fa, la notizia si sparge nell’ambiente qualche ora dopo nell’incredulità generale.

«E’ passato più di un anno – racconta Pirrone seguendo il suo sentimento – e la ferita è sempre aperta, viva. Per quanto passi il tempo, non si metabolizzano vicende simili. Per me è cambiato l’approccio col ciclismo e con la bici. Perdi quell’entusiasmo che si ha nel gestire una squadra, andare alle corse e voler far crescere le ragazze.

«Sono cambiate tante cose da quel giorno – continua – soprattutto per gli allenamenti. Al netto dei programmi di preparazione da seguire, abbiamo iniziato a scegliere zone, strade ed orari diversi per allenarci ed evitare il traffico o per cercare di non incappare in circostanze di insicurezza. Ho iniziato a fare ancora più attenzione a come, dove e quando cala il sole, che in inverno con le nostre montagne attorno a Bolzano, è ancora più basso. Queste sono le conseguenze di una disgrazia che ti tocca da vicino. E’ dura».

Frenesia e raccomandazioni

Il discorso si apre a tante diramazioni, tutte importanti che ti portano ad un’altra serie di considerazioni. Basta un attimo perché anche gli addetti ai lavori si possano perdere in questo labirinto, figuriamoci una famiglia rovinata da un evento così.

«Quando ho saputo della morte di Francesco Mazzoleni – spiega Renato Pirrone – ho pensato subito ai suoi genitori, tutti i famigliari e i suoi conoscenti più stretti. Ti scorre nelle vene nuovamente quel dramma che hai vissuto. E mi sento di abbracciare non solo loro, ma anche dirigenti e compagni della sua squadra.

«Dopo la morte di Sara – va avanti nella sua analisi – mi sono chiesto se valesse la pena ancora andare avanti a fare attività, tenendo conto che ho due figlie che corrono in bici nella mia squadra (Elena tra le elite e Silvia tra le juniores, ndr). Anche se ormai sono grandi e vanno in bici da tanto tempo e sono state toccate dall’incidente di Sara, mi sento di dare ancora a loro mille raccomandazioni. E uguale per le altre mie atlete. Non è più come una volta, quando ho iniziato ad avere una squadra giovanile.

«Forse – prosegue – hanno ragione quelle persone che dicono che bisogna andare avanti perché purtroppo non possiamo controllare tutto. E allora ti adegui, ma non stai sereno perché per i ciclisti in strada, che siano ragazzi in allenamento o persone normali a passeggio, non vedo soluzioni applicabili nell’immediato».

Nelle quattordici stazioni, tutte illuminate autonomamente, ci sono anche i disegni fatti da giovane da Sara (foto sarapiffer.com)
Una via crucis per Sara. Nelle 14 stazioni, tutte illuminate autonomamente, ci sono anche i disegni fatti da giovane da Sara (foto sarapiffer.com)
Nelle quattordici stazioni, tutte illuminate autonomamente, ci sono anche i disegni fatti da giovane da Sara (foto sarapiffer.com)
Una via crucis per Sara. Nelle 14 stazioni, tutte illuminate autonomamente, ci sono anche i disegni fatti da giovane da Sara (foto sarapiffer.com)

Promuovere nelle scuole

Ora per strada tra auto, moto e camion c’è tanta frenesia, molto egoismo, zero rispetto e tante distrazioni tra cellulari e i cosiddetti “infotainment” – sistemi multimediali – delle auto. Nessuno sa più aspettare pochissimi secondi, senza contare lo stato pietoso dei fondi di quasi tutte le strade.

«Recentemente – dice Pirrone – sono stato in alcune province della Lombardia per lavoro e mi sono chiesto come facciano i giovani ciclisti della zona ad allenarsi con quella mole di traffico. Ora in tanti parlano di bike lane che può tutelare il ciclista, ma se manca la cultura di base di rispettare distanze e limiti, siamo daccapo.

«Penso – sottolinea – che bisognerebbe lavorare nelle scuole. Dalle nostre parti, c’è Max Sorci, un insegnante delle elementari, che dopo la morte di Sara ha inserito educazione stradale nel suo programma didattico. Vuole sensibilizzare i bambini anche verso i loro genitori che magari spesso e volentieri non rispettano la velocità o la segnaletica. Per la verità anche in alcune scuole guida che conosco stanno facendo un po’ di teoria dal punto di vista del ciclista. La speranza è che tutti questi giovani si ricordino poi da grandi di questi insegnamenti e diventino dei guidatori responsabili».

Il percorso votivo di Palu di Giovo sale fino alla Madonna del Vascon, completamente restaurata da Sara Piffer nel 2022 (foto sarapiffer.com)
Il percorso votivo di Palu di Giovo sale fino alla Madonna del Vascon, completamente restaurata da Sara Piffer nel 2022 (foto sarapiffer.com)
Il percorso votivo di Palu di Giovo sale fino alla Madonna del Vascon, completamente restaurata da Sara Piffer nel 2022 (foto sarapiffer.com)
Il percorso votivo di Palu di Giovo sale fino alla Madonna del Vascon, completamente restaurata da Sara Piffer nel 2022 (foto sarapiffer.com)

Nel ricordo di Sara

Mentre siamo costretti ad incassare l’immobilismo delle istituzioni – chi governa il ciclismo e il nostro Paese – sulla mattanza dei ciclisti ammazzati dagli automobilisti, fortunatamente c’è chi onora la figura di Sara Piffer in tanti bellissimi modi.

Lo scorso 14 settembre a Dozza, in provincia di Bologna, alla presenza dei suoi genitori Marianna e Lorenzo le è stata dedicata una struttura polivalente ricavata dalla ristrutturazione di un vecchio bocciodromo. A decidere l’intitolazione è stata la Consulta locale dei giovani che l’ha scelta come simbolo dei valori dello sport. Sempre nell’area della centro sportivo del Comune bolognese, le hanno dedicato anche un murales realizzato con la supervisione dell’Università delle Belle Arti di Bologna.

Il centro polivalente di Dozza, in provincia di Bologna, è stato intitolato a Sara, come "simbolo dei valori dello sport" (foto sarapiffer.com)
Il centro polivalente di Dozza, in provincia di Bologna, è stato intitolato a Sara, come “simbolo dei valori dello sport” (foto sarapiffer.com)
Il centro polivalente di Dozza, in provincia di Bologna, è stato intitolato a Sara, come "simbolo dei valori dello sport" (foto sarapiffer.com)
Il centro polivalente di Dozza, in provincia di Bologna, è stato intitolato a Sara, come “simbolo dei valori dello sport” (foto sarapiffer.com)

L’omaggio dei francesi

A fine ottobre a Canezza di Pergine, in Trentino, è stata affissa una targa in memoria di Sara su un paracarro all’interno del “Museo del Paracarro”. Più recentemente in occasione invece dell’anniversario della sua scomparsa, la Chiesa di Palù di Giovo (il suo paese) ha inaugurato la Via Crucis e Via Lucis, un percorso votivo di circa trecento metri con le 14 stazioni dotate di illuminazione propria che sale fino al capitello della Madonna del Vascon, la cui statua venne interamente restaurata da Sara nel 2022.

«La figura di Sara – conclude Renato Pirrone – è arrivata fino in Francia. L’anno scorso al Tour Féminin International des Pyrénées gli organizzatori si sono ricordati che lei nel 2024 aveva disputato la loro gara e così avevano preparato un trofeo molto simile a quello della vincitrice della generale da portare alla famiglia. Un gran bel gesto che conferma che non bisogna dimenticarsi dei corridori vittime di incidenti».