Nairo Quintana

Quintana saluta e Malori ricorda: «L’ultimo scalatore puro»

27.03.2026
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Nairo Quintana chiuderà la carriera a fine anno. Ad annunciarlo è stato lo stesso atleta della Movistar alla vigilia della Volta a Catalunya. Non che sia un’immensa novità: alla fine questo momento era nell’aria, se non altro per la carta d’identità del colombiano, che ha 36 anni. Ma certo, quando saluta un corridore di questo calibro, la cosa fa sempre un po’ effetto.

Nairo Quintana, nato a Cómbita, in Colombia, il 4 febbraio 1990. Piccolo immenso scalatore che si rivelò al mondo durante il Tour de France del 2013, quando fece tremare l’allora mostruoso Chris Froome, salvo poi crollare per battiti cardiaci arrivati oltre il limite. Nairo Quintana dal volto imperturbabile, che pedalava con la maglia chiusa fino al collo anche se c’erano 40 gradi. Ma altrettanto capace di vincere con la neve: ricordiamo l’impresa del Terminillo alla Tirreno-Adriatico.

Per lui in bacheca oltre 50 vittorie, tra cui un Giro d’Italia, una Vuelta, due Tirreno e anche i prestigiosi secondi posti al Tour de France. Questi successi Quintana li ha ottenuti anche grazie ad Adriano Malori. Tra i due c’era un gran bel rapporto e a raccontarci questa storia, e Nairo stesso, è proprio il “Malo”.

Adriano Malori in una delle prime gare vicino a Quintana. Tra i due nacque subito un buon feeling
Adriano Malori in una delle prime gare vicino a Quintana. Tra i due nacque subito un buon feeling
Adriano Malori in una delle prime gare vicino a Quintana. Tra i due nacque subito un buon feeling
Malori in una delle prime gare vicino a Quintana. Tra i due nacque subito un buon feeling
Adriano, hai condiviso una bella fetta di carriera con Nairo Quintana…

Posso dire senza alcun dubbio che con Nairo ho vissuto gli anni più belli della mia carriera, che sono stati il 2014 e il 2015. Sin dall’inizio mi hanno messo subito nel suo gruppo. Ricordo che cominciammo al Tour de San Luis, in Argentina, e lui vinse. Poi facemmo anche la Tirreno, quando batté Contador. Ho sempre fatto parte del suo gruppo, insomma, e con Nairo mi sono tolto le soddisfazioni più grandi a livello di compagni in squadra, visto che con lui ho vinto un Giro d’Italia e sono salito sul podio di un Tour.

Tu Adriano lo conoscevi anche dietro le quinte ovviamente, che tipo è?

A dispetto di quello che appariva, molti lo reputavano un burbero che non rideva mai. Nairo invece è molto aperto, socievole. Solamente era un po’ timoroso in certe situazioni. Aveva paura di essere fregato. Quindi sembrava sempre un po’ sulle sue, invece era il primo a trascinare la squadra, era un leader.

In effetti conoscendolo in ambito lavorativo non appariva così…

Sì, era un leader. Per esempio ricordo il Tour de San Luis 2014, la prima gara che feci con lui e la Movistar. Io ero un po’ timoroso, anche se non era una gara importante. Comunque ero con la punta della squadra, facevo parte del suo gruppo e al tempo stesso parlavo ancora poco spagnolo. Ebbene fu lui a trascinarmi e a coinvolgermi. Proprio in quei primi giorni in Argentina mi diede un grosso aiuto con la lingua, anche grazie a Ventoso, perché lui parlava bene l’italiano. Spesso dunque parlavamo in italiano, ma Nairo intervenne e disse: «No, qua si parla in spagnolo, non parlate in italiano». E disse a Ventoso che dovevo apprendere la lingua.

Tour 2013, un giovane colombiano quasi sconosciuto fra tremare Froome sul Mont Venotux
Tour 2013, un giovane colombiano quasi sconosciuto fa tremare Froome sul Mont Venotux
Tour 2013, un giovane colombiano quasi sconosciuto fra tremare Froome sul Mont Venotux
Tour 2013, un giovane colombiano quasi sconosciuto fa tremare Froome sul Mont Venotux
Invece dicci di questo suo essere leader?

Mi accorsi subito che era un trascinatore. «Adesso ragazzi facciamo così». «Oggi facciamo così». Era il primo che si esponeva, se non era d’accordo con la tattica della squadra. Diceva: «No, secondo me dovremmo fare in quest’altro modo». E’ stato un capitano di grande personalità. Ha personalità. In corsa voleva stare sempre davanti e soprattutto aveva una grande consapevolezza dei suoi mezzi. Per dire, ricordate al Giro 2014 quella maxi caduta nelle prime tappe?

Quella verso Cassino?

Esatto. Pioveva forte e caddero 80 corridori. Noi restammo in piedi miracolosamente, ma là davanti Evans guadagnò quasi un minuto. Noi eravamo tutti preoccupati. Mi ricordo che parlando con Nairo gli dissi: cavolo, adesso Evans ha tutto quel vantaggio. Ora come faremo? Lui si gira e mi fa: «Adriano non ti preoccupare, voi continuate a fare il lavoro che state facendo, che Evans ne perderà di minuti da qua alla fine».

Però, che decisione. Invece Adriano tu che ruolo avevi in quel gruppo Quintana?

Non dovevo solo scortarlo in pianura. Ero una sorta di jolly perché andavo forte in pianura e lo tenevo davanti, ma quando ero in forma andavo anche in salita, dove ero l’ultimo dei “bestioni” a staccarsi. Impostavo il passo nella prima parte. O magari mi mandavano avanti fino alla prima o all’ultima salita, dipendeva dalla tattica, per dargli borraccia, assistenza, gel… Ma soprattutto all’epoca, quando c’erano più cronosquadre, sapevano che ero un uomo importante.

Giro 2014, tappa della Val Martello. Sullo Stelvio nevica. La discesa viene neutralizzata, ma con diverse lacune. Tra chi ne approfitta per scappare c'è Quintana. Quel giorno si vestirà di rosa fino al termine
Giro 2014, sullo Stelvio nevica. La discesa viene neutralizzata, ma con diverse lacune. Tra chi ne approfitta per scappare c’è Quintana che si vestirà di rosa fino al termine
Giro 2014, tappa della Val Martello. Sullo Stelvio nevica. La discesa viene neutralizzata, ma con diverse lacune. Tra chi ne approfitta per scappare c'è Quintana. Quel giorno si vestirà di rosa fino al termine
Giro 2014, sullo Stelvio nevica. La discesa viene neutralizzata, ma con diverse lacune. Tra chi ne approfitta per scappare c’è Quintana che si vestirà di rosa fino al termine
Insieme avete vinto il Giro d’Italia delle polemiche per la discesa dello Stelvio neutralizzata male. Raccontaci di quel giorno…

Bandierine o non bandierine, fatto sta che lui alla fine, anche con la bravura e con la scaltrezza, perché serve anche quella, è riuscito ad avere la meglio. L’errore semmai lo commise l’organizzazione. Perché è vero che Nairo andò avanti nonostante la bandiera, ma non fece altro che seguire Pierre Rolland e qualche altro corridore. Poi se nessuno ti obbliga, chi si ferma? L’atleta non si ferma in certi momenti. Successivamente salendo in Val Martello vinse e andò in rosa. E comunque in salita era il più forte in quel Giro. Vinse la crono del Grappa e sullo Zoncolan controllò con grande tranquillità.

E voi quella sera della Val Martello in hotel che cosa dicevate?

Noi eravamo contentissimi perché comunque Nairo era andato in maglia rosa. E poi avevamo visto che aveva realizzato il miglior tempo di scalata, anche meglio di quelli che avevano inseguito dietro, gli altri big insomma. Avevamo fatto vedere a tutti quelli che erano i più forti e quella sera abbiamo capito che il Giro lo potevamo perdere solo noi.

Un altro passaggio simbolo della carriera di Quintana fu il Ventoux in maglia bianca, attaccato a colui che sembrava inarrivabile, Froome. Secondo te Nairo è stato uno di quei giovani che ha iniziato ad alzare l’asticella?

Più che altro credo che Nairo rimanga l’ultimo scalatore vero e puro del ciclismo e che sia riuscito anche a vincere dei Grandi Giri. Mi riferisco al fisico minuto, al fatto che era sempre in piedi, che spingeva rapporti lunghi… Un Escartín, un Pantani. Oggi gli scalatori vanno forte a cronometro, in discesa, nelle crono…

Nairo Quintana
Quintana e la Movistar: Nairo ha sempre militato nel team di Unzue, salvo tre stagioni (2020-2022) in cui ha vestito i colori dell’Arkea
Nairo Quintana
Quintana e la Movistar: Nairo ha sempre militato nel team di Unzue, salvo tre stagioni (2020-2022) in cui ha vestito i colori dell’Arkea
A proposito di crono, Quintana andava anche abbastanza bene: gli hai mai dato qualche consiglio?

Molti. Solitamente quando correvo con lui partivo sempre abbondantemente prima e gli davo consigli sul percorso, sui materiali, sul vento, sull’impostazione di quella curva. Tipo: anche se l’ingresso sembra brutto, tu vai dentro deciso… E lui mi ascoltava tantissimo. Sapeva che io le crono le facevo forte e si fidava.

Immaginiamo siano belle storie anche per voi professionisti o ex professionisti, Adriano…

La cosa che mi ha fatto piacere è vederlo tornare nel ciclismo importante, dopo quell’anno fermo per la vicenda del Tramadol. A danneggiarlo per me è stata la lotta faccia a faccia con l’UCI. Non si meritava dunque di finire in quel modo. Quando l’ho rivisto qualche tempo fa mi ha detto di essere tornato per non chiudere la carriera nel dimenticatoio e che avrebbe fatto altri due o tre anni con la Movistar, una squadra che alla fine gli vuole bene e quella che lo aveva lanciato. Non dimentichiamo che è stato il primo latinoamericano a vincere un Grande Giro e la sua popolarità è stata, ed è, enorme. Giusto dunque andare avanti.