Ci sono corridori che vincono e altri che, anche quando non vincono, riescono comunque a lasciare qualcosa. Mikel Landa appartiene alla seconda categoria: quella dei ciclisti capaci di costruire attorno a sé un sentimento che va oltre i risultati. Il suo modo di stare in bicicletta, le accelerazioni in salita, quelle giornate in cui sembrava poter cambiare il destino di una corsa con un attacco hanno alimentato negli anni il landismo. Un fenomeno quasi sentimentale, fatto di tifosi che continuano ad aspettarlo anche quando la sorte sembra essersi accanita contro di lui.
A 36 anni, dopo un’ennesima stagione complicata e un’altra caduta che aveva rimesso tutto in discussione, Landa è tornato a vincere. Lo ha fatto alla Vuelta, sul Collado del Alguacil, nella tappa regina, al termine di una fuga e di un’azione solitaria che sembrava appartenere a un’altra parte della sua carriera. E invece era ancora lui. «Oggi tutto acquista un senso», ha detto il basco al traguardo. Forse è proprio questa la misura della sua vittoria: non soltanto un successo, ma la risposta che il corridore cercava da tempo. Tutti sono stati contenti del suo successo.


Landa e il Landismo
Prima di entrare nel merito dell’uomo e del campione, ricordiamo brevemente quell’11 settembre. La tappa partiva da La Calahorra e arrivava al Collado del Alguacil. Era la tappa regina, con cinque salite e quasi 4.900 metri di dislivello. Una giornata costruita per gli scalatori, ma anche una delle ultime occasioni per chi cercava un successo prima della passerella finale di Granada. Dunque per chi non aveva vinto la pressione iniziava a farsi sentire.
La fuga prende forma dopo una lunga battaglia e davanti si ritrovano uomini capaci di reggere il ritmo sulle salite. Landa è lì, insieme a Tobias Johannessen e Ramses De Bruyne. Quando la corsa entra nella parte decisiva, il gruppo dei migliori continua a muoversi alle spalle, ma davanti il basco capisce che quella può essere la sua giornata. Sul Collado del Alguacil, scalata semi-inedita a quasi il 10 per cento di pendenza media, arriva il momento che tutti aspettavano. Landa attacca a sette chilometri dall’arrivo, le mani basse, la solita pedalata potente, cadenza relativamente bassa e velocità alta. Lo sguardo perso sulla ruota anteriore… un po’ come Pantani. Roba da scalatori puri. Johannessen e De Bruyne non possono che vederlo scappare. Mentre per Landa comincia una lunga cavalcata solitaria.
Mikel taglia il traguardo con le braccia alzate e gli occhi lucidi. Era dal 2021 che non vinceva e alla Vuelta il precedente successo risaliva addirittura al 2015. Undici anni dopo, il Landismo ha trovato un’altra giornata da ricordare.


Ragazzo d’oro…
Davide Bramati lo conosce bene. Da direttore sportivo della Soudal Quick-Step ha seguito da vicino gli ultimi anni della carriera di Landa e soprattutto ne ha visto da vicino la capacità di continuare a lavorare anche quando i risultati non arrivavano. Per questo, quando gli si chiede che uomo sia il basco, la risposta arriva quasi naturalmente.
«E’ un vero professionista, è la vecchia scuola del ciclismo», dice Bramati. Ed è una definizione che sembra cucita addosso a Landa. «Non soltanto per il modo in cui interpreta le corse, ma per una professionalità che ho avuto modo di apprezzare soprattutto nei momenti più difficili. L’anno scorso la caduta nella prima tappa del Giro d’Italia aveva compromesso il suo grande obiettivo stagionale. Landa era arrivato alla corsa in condizione, dopo il quarto posto alla Volta a Catalunya e un altro periodo di preparazione in altura. Poteva fare una grande classifica, ma la caduta in discesa nella prima tappa ha mandato subito in frantumi il nostro goal».
E questo è vero in quel 2025 durante le tappe del Giro non c’era giorno che Brama ci dicesse di Landa: «Che occasione… Come stava bene»
«Poi sempre in quel 2025 era arrivata la Vuelta, con un secondo posto alle spalle di Bernal e una buona prestazione al Lombardia, dove aveva chiuso nei primi venti aiutando anche Remco Evenepoel. Quest’anno, invece, un’altra caduta, ai Paesi Baschi, aveva complicato nuovamente la sua preparazione. Penso che con la sfortuna abbia dato tanto in carriera. Ma anche stavolta non ha mollato. Nelle prime tappe non era super, si è anche un po’ tenuto, poi è andato in crescendo. Le sensazioni miglioravano».
Una sequenza di episodi che aiuta a capire perché il successo di Collado del Alguacil abbia avuto un peso diverso dagli altri. Non era soltanto una vittoria che mancava da cinque anni. Era una vittoria arrivata dopo essere stato costretto, ancora una volta, a ricominciare.


Corridore di classe
Per capire il corridore, però, Bramati torna indietro a una giornata apparentemente meno importante ai fini del suo essere scalatore e uomo da corse a tappe. Brama racconta un aneddoto relativo alla Strade Bianche del 2025.
«Quella – dice Bramati – era la prima partecipazione di Landa alla corsa senese. Non aveva mai affrontato quegli sterrati e ci era arrivato senza una lunga sequenza di gare nelle gambe. Eppure, al termine di una prova durissima, aveva chiuso undicesimo. Ci eravamo andati proprio perché in quel famoso Giro ci sarebbero stati gli sterrati toscani.
«Dopo la corsa abbiamo parlato e abbiamo detto che con qualche corsa nelle gambe avrebbe potuto cogliere ben altro risultato. Ma partire a una Strade Bianche e arrivare undicesimo la prima volta a 35 anni non è facile. Questo per dire della capacità di adattarsi, imparare, soffrire e trovare comunque una prestazione di livello. Questa gara è forse quella che più mi ha colpito di lui da quando è con noi».
La carriera di Landa è stata costruita sulle montagne, ma non si è esaurita lì. Ha saputo essere competitivo al Giro, al Tour, alla Vuelta, nelle corse di una settimana.
«Il problema, semmai, è ciò che la sorte gli ha tolto. Nella sua carriera manca magari qualcosa nei Grandi Giri. Spesso ha avuto sfortuna».


Il fiuto del campione
Il successo della Vuelta, inoltre, non è stato vissuto soltanto da Landa. E’ stata una vittoria della squadra, costruita anche attraverso una giornata in cui la Soudal Quick-Step ha dovuto reagire a una situazione tattica non favorevole. Il giorno precedente, infatti, la fuga era arrivata al traguardo senza uomini della squadra. In più la Vuelta stava per finire e loro ancora non avevano vinto. Per la tappa regina bisognava cambiare atteggiamento.
«Io – racconta Bramati – ero prima a casa e poi con la squadra in Canada. Sono stati capaci, sia i miei colleghi che i compagni di squadra, di motivarsi a vicenda, entrando in tanti nel secondo gruppo di giornata, parlo della fuga che era già scappata. Quel gruppo aveva un ritardo di circa tre minuti e il lavoro dei ragazzi (tra cui Filippo Zana, ndr) ha permesso di chiudere il buco e riportare Landa nella posizione giusta. Quando poi Mikel è rientrato davanti il morale gli è andato alle stelle. E anche noi a quel punto ci abbiamo creduto. Stavamo facendo il trasferimento da Quebec a Montreal. La linea internet andava a singhiozzo. Ma siamo riusciti a goderci il finale. E abbiamo gioito tutti insieme».
«Vincere la tappa regina della Vuelta così, con un grande corridore come Mikel, è una soddisfazione doppia. Tra l’altro la Soudal Quick-Step in questo modo è riuscita a conquistare almeno una vittoria in tutti e tre i Grandi Giri della stagione, obiettivo che il team si era posto all’inizio dell’anno».
E poi c’è il messaggio mandato al corridore. Poche parole, ma forse quelle giuste: «Gli ho detto che è una grande vittoria. Con tutti i problemi che ha avuto penso che debba godersi questo momento, perché è un ragazzo d’oro e se l’è meritato».


Mikel uomo squadra
Bramati racconta poi l’altro Landa, quello che forse si vede meno durante le corse. L’uomo che sta vicino ai giovani, che parla con loro, che prova a trasmettere quello che ha imparato in una carriera ormai lunghissima.
«Sicuramente Mikel è un uomo squadra, parla tanto con i giovani, li aiuta. Cerca di spiegare quello che ha sempre fatto anche lui, anche tatticamente. In riunione è uno che parla. Davvero un corridore di classe, una brava persona. Ed è vero: la sua vittoria ha fatto felici tutti».
Il landismo forse nasce proprio da questa contraddizione. Dal corridore che sembra sempre sul punto di fare qualcosa di straordinario, dall’attesa che precede ogni salita, dal suo modo di pedalare unite alle cadute, alle sfortune, ai sogni che svaniscono e alla voglia di ritornare ogni volta.
Landa non ha cancellato con una vittoria tutte le cadute, i piazzamenti sfumati e le occasioni perdute. Ha fatto qualcosa di diverso: ha aggiunto un’altra pagina alla sua storia. Una pagina che racconta ancora una volta perché, dopo tanti anni, ci siano così tanti tifosi pronti a seguirlo. E perché, quando parte in salita, una parte del ciclismo continua istintivamente a pensare: magari oggi è il giorno di Mikel.