Evenepoel UAE Tour

Quelli con la scusa sempre pronta: sentiamo la mental coach

27.02.2026
6 min
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Lo spunto è arrivato guardando gli ultimi chilometri della terza tappa del UAE Tour. Remco Evenepoel, uno dei grandi attesi assieme a Del Toro, si stacca sulle prime, durissime, pendenze di Jebel Mobrah, finendo la tappa ad oltre due minuti dal vincitore Antonio Tiberi. Nel post gara il capitano della RedBull-Bora ha attribuito la brutta giornata allo sforzo della cronometro del giorno precedente (vinta, ma pedalando con una dispendiosa corona da 68) e all’aver dormito male a causa del malfunzionamento del condizionatore. Ha comunque terminato le sue dichiarazioni dopo l’arrivo dicendo: «Non posso nascondermi dietro a una scusa».

Abbiamo preso questo spunto del campione belga per approfondire proprio questo tema: la scusa che a volte si cerca nello sport (ma non solo). Assieme alla mental coach Paola Pagani abbiamo cercato di capire come funzioni questo meccanismo mentale, da cosa è generato e i pericoli che gli si annidano attorno.

«Usare la parola scusa è un po’ fuorviante – ci spiega subito Pagani – semplicemente un atleta cade in un bias cognitivo, la sua mente cerca un meccanismo di protezione che sposta il problema all’esterno. Se uso la parola “scusa” devo trovare un colpevole, se invece lo immagino come meccanismo cerco più facilmente una soluzione, che è quello che faccio come mental coach».

Paola Pagani, mental coach che tra i tanti ciclisti ha seguito anche Sonny Colbrelli nella sua ripresa
Perché alcuni cercano una scusa per spiegare la sconfitta? Risponde Paola Pagani, mental coach, secondo cui la parola “scusa” è però fuorviante
Paola Pagani, mental coach che tra i tanti ciclisti ha seguito anche Sonny Colbrelli nella sua ripresa
Perché alcuni cercano una scusa per spiegare la sconfitta? Risponde Paola Pagani, mental coach, secondo cui la parola “scusa” è però fuorviante
Cosa succede in quei momenti?

La persona, atleta o non, attribuisce il problema a qualcosa al di fuori del suo controllo, come forse è capitato ad Evenepoel in questo caso, a fattori che dipendono dall’esterno. Il problema è che questo meccanismo deresponsabilizza l’atleta, gli fa pensare: “Non dipende da me”. Brutta cosa perché fa cadere in un autosabotaggio che non permette di analizzare davvero quello che è successo. Quindi non si riesce nemmeno a capire dove poter migliorare. 

Trovare una scusa capita a tutti, ma a qualcuno di più?

Gli studi hanno dimostrato che succede soprattutto in persone che si danno altissimi standard. A me piace molto Evenepoel perché è l’unico che dice chiaramente: «Voglio battere Pogacar», che è una cosa bellissima perché è propositiva, stimolante. Il rovescio della medaglia è che spesso a standard troppo elevati si accompagna anche tanta paura di fallire. Si rimugina e a volte si costruiscono scuse, come si diceva prima. Non so se è quello che è successo nella sua testa, ma è una cosa che in generale ho visto accadere.

Evenepoel UAE Tour cronometro
La monocorona da 68 usata da Evenepoel al UAE Tour: crono vinta, ma con tante tossine accumulate nelle gambe. Scusa o verità?
Evenepoel UAE Tour cronometro
La monocorona da 68 usata da Evenepoel al UAE Tour: crono vinta, ma con tante tossine accumulate nelle gambe. Scusa o verità?
Infatti, nella tua esperienza cosa puoi dirci a riguardo?

Ho lavorato con tanti sportivi di alto livello e posso dire che nessuno parte mai per essere battuto. Ma il nostro cervello primordiale, l’amigdala, ci fa vivere la competizione come una possibile minaccia per la nostra autostima e quindi va in protezione. Una cosa che dico spesso è che il cervello non è fatto per farci vincere, ma per farci sopravvivere. Quindi bisogna allenarlo a cambiare schemi, anche perché è un organo plastico, capace di rigenerarsi ed adattarsi sempre, ma perché questo accade dobbiamo fare qualcosa di nuovo. Proprio come il fisico, anche il cervello ha bisogno di costante allenamento.

Un possibile allenamento a non dover ricorrere a una scusa quale potrebbe essere? 

Per prima cosa direi di escludere il paragone con altri. Già voler battere Pogacar è problematico in questo senso, perché è qualcosa fuori dal mio controllo: non dipende solo da me, ma anche da lui. Fare paragoni ci mette sempre in una situazione di debolezza, perché ci porta a vedere negli altri tutto il meglio e in noi tutto il peggio. Quindi si instaura un meccanismo perverso che ci fa pensare per esempio che gli altri non facciano fatica quando invece non è vero, non è detto. Ma già il pensarlo ti indebolisce e allora magari cadi nella tentazione della scusa.

Evenepoel Lombardia 2025
Al belga non manca la determinazione. Come dice Pagani, è l’unico che dice apertamente di voler battere Pogacar
Evenepoel Lombardia 2025
Al belga non manca la determinazione. Come dice Pagani, è l’unico che dice apertamente di voler battere Pogacar
Quindi qual è il lavoro da fare?

Concentrarsi su quello di cui ho il controllo, i miei pensieri e le mie azioni. Per esempio, davanti allo scatto di un avversario posso bloccarmi, oppure pensare al fatto che sono pronto, che ho lavorato bene e che farò tutto il mio massimo. A seconda di quello che penso creo un’energia diversa e questo fa tutta la differenza del mondo. Dico sempre ai corridori che seguo: «Volete la bici più leggera possibile, ma poi vi portate sulla schiena una zavorra di pensieri». Il lavoro da fare è ristrutturare quei pensieri, come si farebbe con una casa. Togliere la potenza distruttiva e metterne una generativa E’ forse il lavoro più impegnativo da fare.

Prima hai detto che è importante non paragonarsi agli altri. Molto complicato in un mondo come il ciclismo professionistico…

Per questo occorre costruire un’identità forte. E’ vero che i corridori hanno un fardello di aspettative da parte della squadra, dei tifosi, a volta anche dalla stampa. Ma proprio per questo occorre costruire un’identità così forte che non venga scalfita dall’esterno. Non performi bene perché fai quello che devi, ma perché sai chi sei e quanto vali. Sii il tuo meglio, trasforma il tuo lavoro nel meglio che puoi fare, e ricordati chi sei, perché l’identità è la convinzione più potente di un essere umano. Se so di essere un corridore che dà sempre il mio meglio lo darò, se invece penso che dipenda da agenti esterni c’è il pericolo di autosabotaggi e, appunto, cercare scuse.

Pogacar Mondiale Ruanda
Pogacar è uno che sembra prendere le sconfitte nel modo giusto: dopo il secondo posto al Tour del 2023 ha inanellato due stagioni eccezionali
Pogacar Mondiale Ruanda
Pogacar è uno che sembra prendere le sconfitte nel modo giusto: dopo il secondo posto al Tour del 2023 ha inanellato due stagioni eccezionali
Un esempio di questa mentalità?

Lindsey Vonn. Lei sa esattamente chi è. Ha smesso 4 anni e poi ha voluto tornare. Si è allenata per avere i punteggi per tornare in Coppa del mondo, ce l’ha fatta e adesso, nonostante non possa più gareggiare per l’infortunio, farà comunque un grande risultato per le prestazioni fatte prima delle Olimpiadi. Lei sa che è una vincente, che è una regina ed è riuscita a tornare a quei livelli per questo. Come la Brignone, lei è la tigre, sa di esserlo e poi il resto viene quasi di conseguenza.

Ma c’è il pericolo, in certi casi, che questa consapevolezza diventi eccessiva, controproducente? 

Più che troppa consapevolezza può esserci un disallineamento, cioè una non accettazione di una sconfitta. Invece bisogna accettarla e anche usarla, perché la sconfitta è sempre utile. Se fossi la mental coach di Evenepoel come prima cosa avrei valutato con lui quello che in quella tappa ha funzionato. Poi quello che non è andato bene, ma solo per capire come migliorare, proprio perché il fallimento è un feedback, importantissimo. Mi deve fare male perdere, è giusto, ma quella sconfitta non deve essere qualcosa per cui cercare scuse, mi deve insegnare qualcosa. Allora sì che faccio un passo verso un livello successivo.