Domani iniziano i mondiali di Montreal. Stamattina Adriano Malori ci ha parlato della crono, con un occhio particolare alla sfida fra Ganna ed Evenepoel che tiene banco dal 2021, domenica prossima si correrà invece la gara in linea degli elite e il circuito di Montreal fa parlare.
I 12 giri sono scanditi da tre salite ciascuno e poi c’è l’arrivo in Avenue du Parc. La prima salita si chiama Voie Camillien-Houde: misura 1,8 chilometri all’8 per cento di pendenza media. La seconda è lo Chemin de Polytechnique: 780 metri al 6 per cento con un tratto di 200 metri all’11. La terza si chiama Avenue Pagnuelo, misura 534 metri al 7,5 per cento di media. Infine l’arrivo, in Avenue du Parc, con 600 metri al 4 per cento.
Non è un circuito di facile interpretazione e non a caso Ciccone giusto ieri ha detto che «non avrebbe senso presentarsi con un solo capitano, perché il percorso si presta a tattiche diverse, quindi è meglio avere una nazionale più aperta».




Corridori da circuito
Le gare in circuito sono un osso difficile da spolpare e non tutti i corridori sono capaci di farlo. Bettini era fenomenale e il palmares lo conferma. Pogacar fa eccezione, perché dove lo metti vince. Valverde, capace di vincere quattro Liegi e cinque Freccia Vallone, vinse un solo mondiale. Se il mondiale di Glasgow fosse stato una corsa in linea, i suoi 3.600 metri di dislivello avrebbero tenuto alla larga un corridore come Van der Poel. Invece l’olandese si mise d’impegno a lottare strappo dopo strappo e alla fine conquistò la maglia iridata.
Per inquadrare il discorso, abbiamo coinvolto Giovanni Visconti, ex pro’ e talent scout prossimo a salire sull’ammiraglia della Movistar, che nella sua carriera da pro’ ha conquistato tre campionati italiani e da under 23 mise nel sacco il campionato europeo.
«Quando si corre in circuito – dice il siciliano – negli uomini delle classiche scatta qualcosa. Anche in un mondiale con 3.500-4.000 metri di dislivello, in cui ti aspetteresti di trovare soltanto scalatori, saltano fuori corridori che normalmente, in una corsa in linea con quei numeri, nemmeno correrebbero.
«Pedersen ha retto i 3.500 metri dello Yorkshire, quando normalmente su certi dislivelli se lo sogna di vincere. Al mondiale oppure agli europei, quando sono duri, lo scalatore può vincere, ma deve lottare anche con quelli delle classiche. Lasciate stare Pogacar, al mondiale rientrano in gioco tanti altri corridori, per questo il mondiale è sempre una gara aperta».


I riferimenti nel circuito
Ovviamente un motivo c’è. La gara in circuito raggiunge il dislivello complessivo per la somma di salite brevi e la ripetitività del gesto dà ai corridori più esperti dei riferimenti grazie ai quali dosare lo sforzo.
«Avete detto bene – conferma Visconti – il circuito ti dà dei riferimenti. Sai dove puoi mollare perché subito dopo c’è la discesa. Sai che se prendi la curva in testa al gruppo, poi puoi lasciarti sfilare perché tanto si recupera. Sono cose che apprendi giro dopo giro e che in una gara in linea difficlmente puoi fare. Sono due dinamiche di gara completamente diverse. Nelle giornate buone, in circuito potevo giocarmela con il 90 per cento dei corridori. Sapevo che giro dopo giro miglioravo e trovavo la virgola in più che mi cambiava la prestazione.
«Prendete il Giro dell’Emilia. Se ci fosse stato l’arrivo secco in cima a San Luca, non mi sarei mai visto a lottare. Invece c’erano quei cinque giri finali e per me diventava un’altra gara. Gli europei e i mondiali non ho mai avuto modo di farli da capitano, ma comunque ogni volta mi scoprivo ad andare più forte rispetto ad altri modelli di gara. Se vado a vedere il numero di gare che ho fatto in circuito e guardiamo anche i risultati, nel mio piccolo sono notevoli».


La recon sul circuito
Si fanno le ricognizioni sui percorsi delle classiche. Il circuito del mondiale lo vedono pochi giorni prima, anche se Sagan (che ne ha vinti tre) usava dire di non averne bisogno perché lo avrebbe mandato a mente girandoci sopra. Ma Peter, al pari di Pogacar, rientrava nella categoria dei fenomeni.
«Il circuito va sempre visto prima – conferma Visconti – anche se poi in corsa ci passerai sopra per 15-20 volte. Se lo vedi prima ti imposti già un’idea di gara e noti i dettagli che possono fare la differenza. A Montreal ci sono molti tratti in cui farsi trovare in testa al gruppo, mentre se sei in fondo prendi una frustata a ogni giro, che alla fine sono 12 frustate.
«Il circuito va memorizzato, fatto e va rifatto. Serve per capire anche come fare la volata, con quali rapporti. Io ad esempio ogni anno andavo a vedere il percorso dei campionati italiani, anche se avrei avuto tutto il tempo per girarci sopra durante la gara».


La noia sparisce
Infine l’aspetto psicologico, quella che Visconti definisce noia: che forse noia non è, ma che certo nelle gare in circuito viene meno, perché si è sempre in tiro.
«C’era uno stato mentale – conclude – che solo il circuito mi sapeva dare. Rispetto alla gara su strada, non mi annoiavo. In certi momenti, a parità di dislivello, entri in uno stato di sonnolenza, perché sai che comunque anche se stai scalando una salita, sicuramente il punto decisivo non è quello.
«In un circuito invece non lo puoi pensare, perché in qualsiasi punto possono andare via 30 corridori e può finire la corsa. Soprattutto perché quando si corre con le nazionali, la dinamica di gara è diversa e anche quello cambia tanto. Forse sono questi i motivi per cui correre in circuito non è per tutti…».