FELEGARA (Parma) – «Lo sapete che a Felegara, frazione sconosciuta e chissà quanto più piccola sulla cartina, ci ha dormito Eddy Merckx? A casa mia, ve lo immaginate? Il più grande ciclista della storia è stato da me e non tutti lo avevano riconosciuto per strada in quei giorni».
Quando la leggenda sportiva si interseca alla realtà per diventarne storia. La narrazione sapeva farla bene Luciano Armani quando capitavi in sua compagnia (in apertura con Merckx al Giro di Sardegna 1967, foto collezione Alessandro Freschi). Quell’aneddoto del 1969 raccontato con fierezza e ironia, che si susseguiva in quelle chiacchiere confidenziali di un dopo evento, si riferiva al pernottamento de “il Cannibale” belga nel paesino parmense per il Circuito degli Assi, uno dei tanti criterium in provincia organizzati dopo il Tour de France, dove era rientrato Merckx dopo la squalifica al Giro.
E oggi ci tornano alla memoria quelle parole perché ora sarà possibile dormire dove ha dormito Merckx: la casa di Armani ha preso una nuova vita per mano di suo figlio Andrea diventando la Locanda del Corridore.






Luciano, il ragazzo di Felegara
La nostra visita alla nuova piccola struttura ricettiva, di cui abbiamo parlato su bici.STYLE, ci ha dato lo spunto di rinverdire una volta di più la carriera del nostro protagonista attraverso le chiacchiere col figlio e gli innumerevoli cimeli ritrovati da lui con cui ha arredato il locale.
Luciano Armani era nato a Felegara di Medesano, in provincia di Parma, il 12 ottobre 1940 ed è scomparso il 3 febbraio 2023. E’ stato l’attore di un periodo ciclistico irripetibile per Parma, nel quale è stato vinto tutto, che tra il 1963 e il 1979 ha visto alternarsi Salvarani, Salamini e Scic, tre formazioni professionistiche che avevano le stigmate degli attuali team WorldTour.
Ha corso tra i pro’ dal 1965 al 1972 vincendo 15 gare: due tappe al Giro, una al Tour, una alla Parigi-Nizza, una al Tour de Suisse, la Coppa Sabatini e la Milano-Torino, giusto per citare le vittorie più importanti e che oggi solo una di queste varrebbe la carriera per qualsiasi atleta. In un ciclismo in cui i giovani di adesso crescono volendo emulare solo i fuoriclasse, sarebbe bello, diremmo propedeutico, che invece conoscessero questi personaggi del passato (più o meno recente) per prenderne ispirazione.






Destino, sagacia e ricordi
Armani aveva le idee chiare da bambino così come ce le ha avute da adulto. Voleva diventare un ciclista e lo scriveva sui suoi quaderni di scuola facendo temi su Fausto Coppi e Gino Bartali con tanto di palmares.
Era il 1952, non esistevano i siti per consultare statistiche e risultati, se volevi essere aggiornato dovevi leggere, forse studiare i quotidiani e seguire il ciclismo in televisione o alla radio. Passo dopo passo è diventato corridore esattamente come quei due miti, sfruttando al massimo le sue caratteristiche e continuando a scrivere su fogli di carta, questa volta lettere alla moglie Marina.
«Mio padre – ci racconta Andrea mentre siamo seduti ad un tavolo del suo locale – ha avuto la stima e il riconoscimento di tanti suoi colleghi. Vittorio Adorni e Eddy Merckx avevano un grande rispetto per lui. Mio padre pur avendo oggettivamente doti fisiche modeste, ha saputo raccogliere tanto grazie ad una grande intelligenza tattica. Direi scaltrezza, virtù non comune per un passista-scalatore. Capiva la corsa in un attimo ed era anche discretamente veloce, altrimenti non avrebbe vinto la famosa tappa al Tour.
«Adorni – rimarca con piacere – diceva che papà Luciano oltre ad essere suo amico fraterno, era il suo gregario ed il suo uomo di fiducia anche fuori dalla bici. Due ruoli ben distinti, ma complementari. Al di là della competitività, mio padre era una persona onesta. Ed una delle cose più belle che mi ritrovo ora sono i bei ricordi di tanta gente su di lui. Anche in questa nostra chiacchierata ho scoperto episodi curiosi e simpatici che non conoscevo. Quando hai questa eredità non puoi fare finta di nulla».




La prima da pro’
E non ha fatto finta di nulla, Andrea. Gli ambienti del bistrot e ognuna delle quattro camere della Locanda del Corridore è arredata con foto e riferimenti delle sue squadre, mentre il salone del primo piano è impreziosito di altri cimeli e divise originali dell’epoca. Non immaginatevi la classica casa-museo, quanto più un posto che vive di una storia da sfogliare passo dopo passo. In carriera Luciano Armani ha corso una stagione nella Bianchi-Mobylette, una nella Salvarani, una nella Salamini, una nella Faema e quattro anni nella Scic. Si è tolto tante soddisfazioni e alcune di esse sono entrate nella mitologia ciclistica.
Nel 1965 al suo esordio nella massima categoria conquista a tavolino a Maratea la sua prima tappa al Giro d’Italia che verrà vinto dal suo conterraneo Adorni. Nella settima frazione Armani duella in volata con Vito Taccone, suo coetaneo e compagno di Adorni, ma pro’ da quattro stagioni e con già 14 successi nel carniere di cui 7 tappe al Giro. Il “camoscio d’Abruzzo” vince stringendo scorrettamente e strattonando in modo netto Armani, che dopo il traguardo cerca di farsi giustizia da solo.






La mitica Marsiglia ’71
Anche l’ultima vittoria di Armani nel 1971 è epica ed è diventata un murales del locale. La dodicesima tappa del Tour si chiude a Marsiglia e fin dal pronti-via Merckx, che nella frazione precedente era stato attaccato e sconfitto da Ocana, è un lupo affamato che vuole solo la sua rivincita. Il “Cannibale” e un paio di suoi compagni ordiscono un’imboscata alla maglia gialla. Armani fiuta subito il pericolo e si accoda alla fuga. Merckx tira alla morte, il gruppo insegue “a blocco” per 250 chilometri senza mai avvicinarsi.
I fuggitivi vanno talmente tanto forte che arrivano con un’ora e mezza di anticipo sulla cronotabella più veloce. C’è solo la linea del traguardo, il resto non è stato ancora allestito. Fu uno sgarbo così grande che Tour e Marsiglia restarono senza tappe per 18 anni. In volata quella vecchia volpe di Armani beffa Merckx correndo un grosso rischio.




«Ogni tanto – ci dice suo figlio Andrea mentre ci mostra un video dello sprint sul cellulare – lo riguardo cercando di capire come avesse fatto mio padre ad essere certo di aver vinto. Lo fa per una decina di centimetri scarsi. Alza il braccio al cielo con sicurezza, ma Merckx era in forte rimonta. Tuttavia pagherei oro per avere l’audio se esistesse degli ultimi dieci chilometri, così come avrei voluto assistere di persona mentre rincorreva Taccone brandendo la pompa della bici per dargliela addosso urlando in dialetto parmigiano (ride, ndr).
«Mio padre – conclude sorridendo – mi ha sempre detto che lui ed Eddy, che era un suo amico, se ne sono dette di tutti i colori mentre erano in fuga verso Marsiglia. Eddy che gli dice di tirare più forte e mio padre che si giustifica rispondendogli che non ne aveva più di così. Probabilmente era così, ma solo Luciano Armani poteva compiere un’impresa del genere. Battere il più grande di tutti, che aveva dormito a casa sua».