Non solo McNulty. Perché l’ultimo mondiale di Montreal, con Simmons ai piedi del podio ma autore dell’azione che ha fatto esplodere la corsa e Jorgenson ottavo ma grande protagonista anche lui ha visto la nazionale USA imporre la sua legge in maniera schiacciante, inattesa ma forse non sorprendente perché solo citando i tre notiamo un tasso di talento che pochissime nazioni possono eguagliare e superare, anche nella vecchia Europa.


La vittoria di McNulty, capace di far saltare il banco in una gara iridata resa scoppiettante dalla mancanza di un favorito assoluto come sarebbe stato Pogacar, non è nata per caso. Tutta la nazionale ha contribuito, in primis il cittì USA Tanner Putt, rimasto ai bordi del grande successo, forse sconosciuto ai più ma capace di gestire una squadra con molte grandi firme tirandone fuori il meglio. La sua forza? Il fatto di essere, con i suoi 34 anni, uno di loro, dotato della giusta sfrontatezza per dare scacco matto a gente come Evenepoel e Seixas. Dalla sua casa nel Colorado, Putt ha accolto con favore la possibilità di rivivere una domenica destinata a rimanere nella storia.
Quando hai preso la guida della nazionale americana e qual è la tua storia?
Ho corso per la squadra di Axel Merckx nella categoria under 23 e, successivamente, per cinque anni con la UnitedHealthcare Pro Cycling, vincendo anche qualche gara di pregio lontano dagli USA. Ho fatto parte della nazionale juniores e di quella under 23 per un totale di circa sei anni, quindi prima di ricoprire questo ruolo, ho maturato una notevole esperienza all’interno della nazionale, sia come corridore che collaborando con il team. La responsabilità assoluta del team USA su strada l’ho assunta nel gennaio 2024.


Il giorno del mondiale di Montreal, McNulty era il vostro capitano o avevate costruito una tattica con più leader?
Abbiamo puntato su Quinn Simmons e Brandon McNulty come co-leader; Matteo Jorgenson ha ricoperto anch’egli un ruolo di leadership, pur essendo presente soprattutto per supportare Quinn e Brandon nelle fasi finali della corsa. La nostra gerarchia di corsa era ben chiara e ognuno ha svolto la sua parte, anche gli altri che erano selezionati, tutti ci hanno messo del loro.
Tra McNulty, Simmons, Jorgenson ma anche Kuss quali sono i punti in comune e come sono usciti fuori tanti corridori di simile talento?
Credo che tutto ciò sia merito dei percorsi di sviluppo che USA Cycling ha implementato negli ultimi quindici anni e più. Per un americano è piuttosto difficile affermarsi come professionista in Europa, ma la federazione ha creato programmi in Europa dedicati ad atleti già a partire dai 15 anni di età e continuiamo a portare avanti questi percorsi ancora oggi. Molti di questi atleti, come Jorgenson e McNulty, provengono da questi programmi fin da quando avevano 15 anni, anche Simmons fa parte del programma da quando era nelle categorie giovanili, ma ha iniziato nei programmi dedicati alla MTB, per poi passare al ciclismo su strada in un secondo momento.


Qual è la ricetta vincente di questo programma?
La scelta che è stata fatta nel corso degli anni in federazione è di consentire ai giovani americani di trasferirsi in Europa e di crescere fin da giovanissimi. E’ questo a rappresentare il fattore chiave per questi atleti, facendoli crescere non solo ciclisticamente ma anche dal punto di vista umano restando tanto tempo lontano da casa. E’ il motivo per cui questa nuova ondata di americani sta ottenendo risultati così brillanti in Europa.
E’ secondo te uno dei periodi migliori per il ciclismo americano?
Direi che questo è probabilmente il momento migliore in assoluto. Abbiamo la campionessa olimpica Kristen Faulkner e ora anche il campione d’élite su strada Brandon McNulty. Credo che sia il miglior risultato ottenuto dagli USA da moltissimo tempo a questa parte, forse addirittura da sempre, perché non è legato a un singolo nome, c’è un movimento di vertice in evidenza.


Che risonanza ha avuto la vittoria di Brandon nel vostro Paese?
E’ stata enorme, togliendo spazio ai grandi sport nazionali. Credo che la sua vittoria sia un evento di grande portata per gli Stati Uniti. In molti hanno accolto questo successo con grande entusiasmo. Ma ciò che ha reso il tutto ancora più significativo è il fatto che ci trovassimo a solo un’ora dal confine statunitense. C’erano tantissimi americani a Montreal ad assistere all’evento; il solo fatto che si sia svolto in Nord America ha dato, a mio avviso, una risonanza ancora maggiore a questa vittoria.
Dietro questa generazione di campioni che cosa c’è, quali sono i ragazzi sui quali sei pronto a scommettere sul loro futuro?
Sì, per il discorso fatto prima. Penso che Ashlin Barry sia una persona fantastica, è il nostro campione del mondo nella categoria Under 23. Credo che abbia davanti a sé un grande futuro e la possibilità di diventare anche campione del mondo a livello assoluto. Artem Schmidt, a soli 22 anni era già nel nostro team assoluto e come loro ce ne sono altri in rampa di lancio.


Corridori a parte, il movimento statunitense sta crescendo anche come numeri di partecipazione, come calendario?
Sì, abbiamo un circuito di gare su strada per la categoria junior, chiamato “USA Juniors Cup” che di anno in anno ha registrato una crescita davvero notevole. Se guardiamo al livello di partecipazione, così come ai nostri campionati nazionali, è impressionante vedere quanti atleti stiano crescendo in questi ambiti.
Quanto sarebbe importante, secondo te, avere una gara del WorldTour nel vostro Paese?
E’ forse l’aspetto che ci manca. In passato avevamo il Tour of California, e molti degli atleti che oggi ottengono ottimi risultati hanno tratto ispirazione proprio da quell’evento. Ci manca l’evento trascinante, che dia ispirazione. Magari un ritorno del Tour della California o un giro della Georgia, qualcosa del genere. Sarebbe fondamentale per ispirare la prossima generazione, perché il passaggio di una corsa attraverso la propria città permette di raggiungere un numero maggiore di potenziali giovani atleti.


Credi sia questo il motivo di una persistente differenza con l’Europa?
Lì si svolgono moltissime gare, mentre gli Stati Uniti sono un Paese vastissimo, per cui è difficile avvicinarsi al ciclismo, proprio perché mancano competizioni professionistiche; in Europa, invece, ogni fine settimana c’è una gara professionistica nelle vicinanze, magari proprio nella città in cui vive qualcuno, il che può spingere i più giovani a iniziare a praticare questo sport.
La crescita del ciclismo americano è legata anche ai prossimi Giochi Olimpici?
Sì, i Giochi Olimpici sono un aspetto cruciale; credo che ospitarli negli Stati Uniti sia di grande importanza, spero che possano fungere da catalizzatore, spingendo più americani ad avvicinarsi a questo sport. Ottenere buoni risultati a Los Angeles 2028 è fondamentale per noi: ci permetterà di ispirare la prossima generazione e di continuare a far crescere il ciclismo negli Stati Uniti.


Cosa ti è rimasto, personalmente, di quella giornata ai campionati del mondo in Canada?
Ho un’immagine nella mente e paradossalmente non riguarda Montreal: vedere Brandon vincere la sua ultima gara della stagione in Italia, indossando la maglia di campione del mondo… E’ qualcosa di talmente straordinario che sto ancora cercando di realizzare appieno quanto sia incredibile. Conosco Brandon da tantissimo tempo, è stato compagno di squadra di mio fratello minore quando lui correva, l’ho visto crescere all’interno dei vari programmi sportivi e abbiamo anche gareggiato l’uno contro l’altro. Quel gruppo, la nazionale, è unito da molto tempo, li conosco tutti da un bel po’ e vedere tutto questo concretizzarsi in Nord America è qualcosa di incredibile. Sto ancora cercando di metabolizzare il tutto..