MONTREAL (Canada) – Quando i tecnici ci hanno ricondotto al punto di partenza della visita canadese, che vi abbiamo raccontato la settimana scorsa nel primo articolo, la curiosità che ci ha assalito riguardava prevalentemente la gestione commerciale del marchio. Argon 18 rimase per quattro anni nel professionismo, con la Bora prima e poi l’Astana: un periodo sufficiente per farlo conoscere, anche se poi l’uscita dal WorldTour portò via la luce.
Nel frattempo il fondatore Gervais Rioux cedette la proprietà e da qualche tempo il marchio è di proprietà danese: non a caso infatti la sede europea si trova nei dintorni di Copenhagen e qui vengono montate tutte le bici destinate al mercato del Vecchio Continente.


Lo sviluppo del prodotto
A farci da guida questa volta è Thomas Spang-Thomsen, Head of Brand & Marketing (in apertura, sulla sinistra, assieme al product manager Carl Oliveira), che nella realtà Argon 18 vive da poco, anche se sembra farne parte da sempre, tale è l’intesa con lo staff dell’azienda. Si parla del più e del meno ed è lui a portarci nel discorso, dicendo che con il lancio della nuova Anti Matter, si è reso conto del grande lavoro fatto dal reparto di sviluppo del prodotto.
«Ciò che trovo davvero affascinante nel lavoro di Carl Oliveira e Alexander Coté (rispettivamente product manager e responsabile della gestione dei prodotti) è che sono quasi dei ricercatori di tendenze. Sono capaci di fare la sintesi di tanti aspetti, cercando di capire cosa potrebbe esserci fra tre anni, perché quello è il tempo necessario per lo sviluppo.
«Qual è l’esigenza? Qual è il vuoto nel mercato? Dove vediamo un’opportunità? Dove dobbiamo migliorare le cose? Cosa cercano davvero le persone? Penso che molte volte – spiega – non si tratti solo di creare una bicicletta per il semplice gusto di farlo. Se poi nessuno la comprasse, che senso avrebbe?


Lo sguardo sempre avanti
Carl Oliveira, si diceva, è il product manager, come recita il biglietto da visita che ci allunga gentilmente. Ha la barba, indossa un gilet smanicato comodo e inizia a raccontare come si possa stare nel mercato sapendo che ogni cambiamento o correzione richiede comunque un tempo molto lungo.
«La parte più importante del nostro lavoro – dice – consiste nel capire chi siano i nostri clienti e quali siano le loro esigenze nei diversi mercati. Un cliente in Italia potrebbe avere esigenze diverse rispetto a uno in Nord America. Quindi cerchiamo di capire il più possibile quali attività svolgano e come possiamo rispondere alle loro esigenze. Ci piace dire che ciascuno di loro è un eroe e dobbiamo dargli gli strumenti per raggiungere il suo obiettivo.
«Dialoghiamo il più possibile con gli atleti, partecipiamo agli eventi, ovviamente ci confrontiamo anche con i nostri rivenditori, poiché sono in contatto con molte più persone di noi, dato che trascorriamo la maggior parte del tempo in ufficio. Tutto per capire dove si dirigerà il mercato nei prossimi due o tre anni, perché per progettare una nuova piattaforma ci vogliono dai 24 ai 30 mesi».




Anti Matter, ma non per tutti
Già, come si fa? Non si guardano i rivali, ma si cercano le risposte nelle richieste degli atleti di riferimento. Prima di Anti Matter avevano già la Dark Matter, una gravel robusta, adatta per l’avventura, i sentieri difficili e gli ambienti impervi. Poi si sono resi conto che qualcuno voleva ricreare sulla gravel la stessa posizione aggressiva della strada, in termini di stack e reach. Così è nata Anti Matter, con le stesse geometrie della Nitrogen da strada (con l’interasse più lungo e una superiore lunghezza della catena) per cui il passaggio fra le due bici è immediato.
«E’ importante – spiega Thomas Spang-Thomsen – che il prodotto venga realizzato attorno all’atleta, non può essere fine a se stesso. Ma non tutto è pensato per i professionisti o per i ciclisti d’elite. C’è anche chi pedala per hobby e dobbiamo tenerne conto. Per il 90 per cento dei ciclisti, la Dark Matter sarebbe lo strumento ideale.
«Però abbiamo capito che c’era bisogno di una bicicletta da gara ed è arrivata Anti Matter. Siamo consapevoli che sia adatta per una piccola nicchia, ma abbiamo ritenuto utile farla. Recentemente abbiamo ricevuto la recensione di una rivista spagnola in cui si diceva: “Adoriamo l’Anti Matter, ma non è per tutti, perché è decisamente troppo veloce per le persone normali. E’ così aggressiva e veloce che devi stare attento a tutto». Mi piace che si pensi questo, perché vero e perché volevamo che fosse proprio così».


Il ciclista al centro
Tutto molto chiaro: si fanno bici per tutti, ma quando si mette mano a quelle per i corridori, non si fanno sconti sulla reattività la rigidità e le prestazioni possibili. Quel che ancora desta curiosità e interesse è il modo con cui si arriva a progettare una bici che arriverà sul mercato fra tre anni.
«Ovviamente dobbiamo posizionarci sul mercato – ancora Carl Oliveira – ma il modo in cui vogliamo offrire ai ciclisti il nuovo prodotto dipende principalmente dal rapporto che abbiamo con loro. Non parliamo con Cervelo, con Factor o qualsiasi altro marchio. Noi ci concentriamo solo sul ciclista.
«Cerchiamo di capire cosa sta succedendo nel settore del ciclismo, perché cambia davvero molto velocemente. Ora tutti stanno puntando sulle ruote da 32 nel gravel. Cerchiamo di prevedere anche noi cosa accadrà in futuro, ovviamente, tenendo conto di tutti i diversi standard e di ciò che anche i nostri fornitori vorranno adottare. Se nessun fornitore ha intenzione di produrre ruote o pneumatici da 32, sarebbe praticamente impossibile andare avanti su quella strada».




La perfetta sintonia
Non si tratta di una “corsa ai prodotti”, una competizione per vedere chi realizza per primo una certa bici. La sensazione è che in questo laboratorio di idee, che si trova lungo il corso del fiume San Lorenzo a pochi chilometri dal confine con gli Stati Uniti, abbiano grande fiducia nel processo e nel modo in cui lavorano e collaborano con gli atleti.
«Molto spesso li coinvolgiamo nello sviluppo del prodotto – prosegue Carl – andiamo nelle gallerie del vento in varie località con diversi di loro per raccoglierne i feedback. E’ anche capitato di dover cambiare drasticamente direzione, fermandoci e rimodellando tutto, perché abbiamo capito di essere finiti fuori strada. Non si tratta semplicemente di lanciare un prodotto solo per il gusto di farlo.
«Non siamo un marchio enorme e neanche puntiamo a diventarlo. Vogliamo creare ottimi prodotti, collaborare con gli atleti offrendo loro una piattaforma eccellente con cui possano sentirsi in perfetta sintonia. Non c’è niente di peggio che usare un prodotto con cui non ci si sente perfettamente a proprio agio».


Qualità e artigianalità
La bicicletta dovrebbe essere un’estensione dell’atleta e non solo lo strumento che usa. E qui in Argon 18, fa capire Thomas Spang-Thomsen, hanno scelto da anni di adottare l’approccio più possibile olistico, considerando l’interezza del sistema.
«E se questo significa che siamo un marchio di nicchia – sorride – e che non abbiamo lo stesso numero di negozi o la stessa capacità produttiva di altri marchi, allora va bene. Per noi, la qualità e l’artigianalità sono il motore principale».