Julian Alaphilippe 2019, Deceuninck-Quick Step, Vuelta San Juan

Il ritiro di Alaphilippe e Bramati ricorda quel magico 2019

04.09.2026
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Il ritiro di Alaphilippe ha stupito e se ne è parlato anche poco, perché la decisione era imprevedibile (avendo ancora un anno di contratto) e probabilmente l’ha presa lui da solo, senza coinvolgere il suo entourage. Quando smette uno così, chiunque l’abbia vissuto si ritrova in mezzo a un mucchio di ricordi e chi scrive è andato diretto al 2019 delle magie più belle.

Di lì Julian avrebbe vinto due mondiali e altre tappe al Tour, ma quei giorni vissuti in presa diretta dal Tour Colombia al Tour de France sono rimasti fra i ricordi più belli legati alla sua carriera e probabilmente anche per lui i più intensi. Prima che l’anno del Covid e vari incidenti ne minassero l’integrità e la capacità di fare risultato.

La guida del “Brama”

Sull’ammiraglia c’era Davide Bramati, probabilmente il tecnico che più ha inciso sulla carriera di Alaphilippe, passato professionista nel 2015 alla Omega Pharma-Quick Step dopo una stagione nella Etixx, che di fatto fu uno dei primi devo team della storia. “Brama”, che resta una delle colonne portanti della Soudal-Quick Step, condivise con il francese un tempo eterno in avvio di stagione e lo guidò nelle vittorie di tutto l’anno.

«Facemmo insieme la Vuelta a San Juan in Argentina – ricorda – e poi il Tour Colombia. Prima e anche in mezzo, facemmo anche due ritiri, il secondo in altura. Si era creato davvero un bel feeling. Fu un grande anno, per quei giorni insieme con le prime tre vittorie di stagione, fino alle corse in Italia, con la Strade Bianche, le due tappe alla Tirreno e la Milano-Sanremo. Poi il Tour. Quell’anno fece grandi cose davvero».

Pronto per esplodere

Nel 2019, Alaphilippe aveva 27 anni, era cresciuto all’ombra di Philippe Gilbert e quel tipo di affiancamento si pensò probabilmente di farlo fra lui e Remco Evenepoel, sbarcato nel WorldTour proprio in quella stagione dopo il 2018 delle meraviglie fra gli juniores. Nel palmares del francese c’erano a quel punto 18 vittorie: 12 soltanto l’anno prima, con due tappe del Tour e la Clasica San Sebastian. Bramati, che nella Quick Step era passato come tecnico già nel 2006, subito dopo aver smesso di correre, lo aveva seguito sin dagli esordi.

«Il 2019 fu anche l’anno della tappa al Delfinato – ricorda – e dei 14 giorni in maglia gialla al Tour de France. Aveva già fatto vedere dei lampi, ma quello fu l’anno della svolta e Julian divenne un campione. Si sapeva che fosse un grande corridore e non dimentichiamoci i due mondiali che avrebbe vinto nei due anni successivi. E anche la tappa al Giro nel 2024, lui che al Giro d’Italia non c’era mai venuto. Quell’anno si decise che avrebbe partecipato, andò vicino a vincere a Rapolano Terme nel giorno degli sterrati e ci riuscì a Fano con un grande numero.

Siamo nell’epoca dei motori straordinari, nel 2019 forse se ne parlava meno: Alaphilippe vinceva con grandi gambe o con grande grinta?

Julian aveva le sue caratteristiche fra cui una grande grinta, ma anche un grande motore. Solo con la grinta, nel ciclismo attuale e anche nel ciclismo che c’era prima, non vai da nessuna parte. Puoi avere grinta finché vuoi, ma per fare certi risultati devi avere anche un grande motore.

Si può dire che sia stato leader con i compagni?

Un vero leader e tutti i compagni, ma anche il personale gli hanno sempre voluto bene in squadra, basta guardare le foto dopo gli arrivi. Penso che con le sue vittorie sia entrato a far parte della storia di questo gruppo.

Ricordi tutti quei giorni in Sudamerica e poi le corse: oggi non è così frequente che un direttore sportivo possa passare tanto tempo con un corridore, soprattutto uno così importante…

Adesso il calendario è veramente folto, capita di stare a lungo con i corridori, ma sicuramente prima c’era più spazio. C’erano queste trasferte in Sud America e le prendevamo anche come ritiro. Uno prima della gara in Argentina e uno prima della gara in Colombia. Quando stai insieme veramente per un mese, si crea davvero un grande gruppo. Adesso lo puoi fare ancora, ma sicuramente devi trovare lo spazio e il tempo per poterlo organizzare.

Il 2019 fu anche l’anno della maglia gialla al Tour. Che cosa vuol dire per la squadra avere un francese al comando del Tour?

Io c’ero e devo dire che avere Alaphilippe in maglia gialla era veramente uno spettacolo. Fuori dagli hotel, alle partenze, agli arrivi, durante il percorso… C’erano scritte per lui da tutte le parti. Sono stati veramente 14 giorni bellissimi in maglia gialla. Penso che tutti si ricordino la grande prestazione che fece nella cronometro di Pau, vinta in maglia gialla.

Batté Geraint Thomas e De Gendt, due che a crono andavano davvero forte…

Fu un grande numero, mi ricordo. Eravamo in ricognizione. Dall’ammiraglia vedevamo come affrontava i muri e ci siamo detti: «Oggi ci andiamo vicini». Fu una grande prestazione, in un Tour bellissimo. Ne ha fatti anche altri, insieme abbiamo preso altre maglie gialle, ma sicuramente portarla per tutto quel tempo è stato il massimo per lui e anche per noi come squadra.

Secondo te lui ha mai creduto di poterla portare fino in fondo?

Ci speravamo e ci abbiamo provato sino alla fine. Il giorno che ci fu la grandinata e la frana verso Tignes, lui si era già staccato. Bernal aveva fatto il vuoto e alla fine presero il tempo sull’Iseran. Ci abbiamo provato, anche il giorno dopo con quella tappa corta…

Quella vinta da Nibali a Val Thorens?

Esatto, proprio quella. Julian provò ad attaccare, diede tutto quello che poteva dare e finimmo quinti. Sicuramente non ci fu rammarico, perché andammo a tutta fino all’ultimo giorno.

Che tipo di rapporto si è creato fra voi due in quell’anno così magico?

Anche se negli ultimi due anni ha cambiato squadra, Loulou lo sentivo spesso e penso che ci sia sempre stato un bel feeling. Sicuramente mi sento di dire che resteremo in contatto anche adesso che ha smesso di correre. Mi sembra che avesse già accennato qualcosa ai Campi Elisi, ma così all’improvviso è stata una sorpresa per tutti.