La Vuelta, per Lorenzo Fortunato, questa volta arriva con una prospettiva diversa. Non è più il secondo Grande Giro della stagione, quello in cui presentarsi dopo mesi di gare e chilometri accumulati nelle gambe: è il primo. Il corridore emiliano ha infatti saltato il Tour de France e ha costruito la sua preparazione pensando proprio alla corsa spagnola. Prima la Vuelta a Burgos, poi un nuovo periodo a Livigno, con un lavoro calibrato non sulla classifica generale, ma sulla possibilità di essere competitivo nelle singole tappe.
Fortunato arriva dunque alla Vuelta con energie fresche e una motivazione diversa dal passato. Il fatto che sia il suo primo Grande Giro della stagione scombussola in modo curioso le carte e Fortunato pare gradire, come vedremo. Anche per questo il corridore della XDS-Astana guarda alla corsa spagnola con curiosità e fiducia.


E quindi, Lorenzo, come arrivi a questa Vuelta?
Ci arrivo fresco, a differenza degli altri anni, perché era sempre il mio secondo Grande Giro. Quest’anno invece doveva essere il secondo, ma avendo saltato il Tour de France è il mio primo Grande Giro, quindi ci arriverò più fresco del solito.
Ma perché niente Tour? L’altra volta avevi parlato di problemi di salute o, con il senno di poi, c’era altro?
No, no. Come ho detto la volta scorsa, dopo il Tour Auvergne- Rhone Alpes mi sono ammalato e non ho potuto gareggiare. Ho preso un’infezione alle vie respiratorie. Nessun altro problema, tantomeno con la squadra che, anzi, mi ha supportato tantissimo e mi ha detto: prenditi tutto il tempo che vuoi per recuperare. C’è un ottimo rapporto con loro e tra di noi corridori.
Quindi adesso come stai? Sei sceso giusto ieri sera da Livigno…
Dopo il ritiro a Livigno ho corso la Vuelta a Burgos. E ci sono tornato, ma non tanto per fare ancora altura quanto per non allenarmi al caldo. Sto bene e ci arrivo pronto.
Proverai a fare classifica?
No, no. Vado per fare le tappe. Magari, chissà, salta fuori anche la maglia della montagna, però parto per fare le tappe e poi vedremo man mano come si evolve la corsa.


Hai accennato alla maglia dei GPM: chi potrebbero essere i rivali?
Un po’ i soliti. Carapaz, Paret-Peintre, ma anche lo stesso Pogacar, perché se si mette a vincere gli arrivi in salita poi è dura riprenderlo. Bisognerà capire. Il finale è duro e abbiamo visto al Tour come Carapaz sia riuscito, con due tappe, a ribaltare la classifica della montagna. Ma, ripeto, vediamo. Prima cerchiamo di portare a casa una tappa.
E’ una Vuelta un po’ particolare, Lorenzo: è parecchio impegnativa all’inizio, poi c’è una fase un po’ più morbida e solo negli ultimissimi giorni ritorna dura. Cosa ne pensi?
Penso che alla fine la Vuelta è sempre dura. In confronto agli altri Grandi Giri ha sempre molti arrivi in salita e anche quest’anno, già dalla terza tappa, c’è una frazione impegnativa con arrivo in quota. Poi penso che farà anche molto caldo e sarà da gestirlo bene, però io grossi problemi per quello non ne ho.
Senti, sei curioso di fare questa Vuelta come primo Grande Giro dell’anno?
Abbastanza. Nei primi anni da professionista facevo solo il Giro d’Italia. Dopo ho fatto Giro e Vuelta e adesso solo la Vuelta. Effettivamente ne sono curioso. Arrivavo alla Vuelta un filino stanco. Quest’anno invece non ho scuse, tra virgolette. Devo arrivarci giusto e penso di esserci riuscito.


E magari ci sono anche più energie mentali…
Esatto, stavo per dire che ci arrivo anche più motivato.
Hai già un po’ studiato il percorso? La famosa tappa cerchiata di rosso c’è?
Guarda, la quarta tappa sicuramente inizia subito a essere una tappa corta, dove si parte in salita e quindi adatta a me e dove posso fare bene. Quello può essere il primo cerchio rosso. Poi ce ne sono parecchie altre e, come detto, bisognerà anche vedere l’evoluzione della corsa.
Com’hai lavorato in altura? Hai lavorato su un canovaccio tradizionale o magari hai spinto un po’ di più?
Allora, prima di Burgos, non facendo classifica alla Vuelta, ho lavorato su due giorni. Nel senso che per due giorni mi allenavo e uno facevo riposo assoluto. Con il coach Maurizio Mazzoleni l’abbiamo gestita così. Quando provavo a fare classifica facevamo tre giorni e uno di scarico. Avendo scelto di concentrarci sulle tappe abbiamo optato per questo metodo, così da essere più freschi, ma anche da poter spingere un po’ di più nei singoli allenamenti. E infatti ho fatto più lavori specifici.
E questa settimana sempre a Livigno, dopo Burgos?
Ho fatto un po’ di intensità e due uscite di distanza. Ho lavorato un giorno sì e un giorno no, senza accumulare troppo lavoro.
Questo metodo ti è piaciuto?
Sì, parecchio. Anche l’anno scorso avevamo fatto così e non mi era dispiaciuto. E’ importante gestire bene il giorno di recupero. Nella prima vera altura facevo riposo totale, neanche toccavo la bici. Facevo una passeggiata a piedi in paese. In questo secondo ritiro, invece, uscivo un’oretta, un’ora e mezza, molto tranquillamente, visto che i carichi di lavoro erano molto meno.


E dal punto di vista alimentare era un po’ faticoso questo giorno di riposo assoluto? Dovevi stare un po’ più attento?
Sai, passi da bruciare 5.000 calorie a niente, pertanto stavo un po’ più attento sia a colazione sia a pranzo soprattutto. Ma poi a cena mangiavo di più, perché comunque il giorno dopo mi allenavo. Non soffrivo la fame, ecco! No, in generale non è stato impegnativo neanche mentalmente il giorno di riposo, anzi… Mi aiutava perché poi mi allenavo con più motivazione. Non stavo lì a impormi di dover tenere duro, ma veniva da solo.
Dopo la Vuelta sai già cosa farai?
L’anno scorso non sono riuscito a fare né Giro dell’Emilia, né Il Lombardia, che sono due delle corse che preferisco, pertanto mi piacerebbe essere in forma per quelle gare lì. Poi non so ancora bene…
Invece del mondiale se n’è parlato?
Se la nazionale dovesse chiamarmi, ben felice di esserci. Sicuramente mi faccio trovare pronto. Però, ad ora, non è l’obiettivo della stagione: ora c’è la Vuelta. Una cosa è certa: correre con la nazionale per me è sempre un onore.