La vittoria di Marco Brenner al Giro di Polonia, la prima del tedesco in una prova del WorldTour, è un traguardo raggiunto, come il completamento di una predizione. Perché di Brenner si parla da tanto, sin da quando era junior come di un vero predestinato, un corridore che ha le potenzialità per fare tutto. Un talento puro, sbocciato nel lontano 2019 quando portò a casa tante vittorie tra cui il Giro della Lunigiana, condito dal bronzo iridato.
La particolarità di Brenner è che, a differenza di tanti altri corridori, è stato tirato su alla vecchia maniera. In un ciclismo dai ritmi folli, dove i talenti sono spremuti sin da subito, su di lui sono state adottate ricette vecchie, facendolo crescere pian piano, affidandogli responsabilità crescenti, ma che non lo schiacciassero troppo. Per questo la vittoria in Polonia ha il sapore del battesimo del fuoco: ora Brenner è pronto a fare tutto.


E anche per questo il suo successo non poteva essere uno dei tanti momenti che scorrono nel rullo perenne del ciclismo odierno, ma meritava un approfondimento con lo stesso ventitreenne di Augusta, diamante nelle mani dell’ambiziosa Tudor.
Che cosa rappresenta per te la vittoria al Giro di Polonia rispetto alle altre da te ottenute?
Questo successo significa molto per me, è la mia prima affermazione in classifica generale ma soprattutto in una prova del WorldTour e so quanto questo valga nella carriera di un corridore. Ne sono davvero felice.


Qual è stato il momento decisivo per la tua vittoria?
Non c’è stato uno specifico momento, credo sia dipeso tutto dalla mia determinazione nel corso dell’intera settimana di corsa. Ho iniziato bene la stagione in Australia, dove ho potuto capire cosa si può fare in una corsa di questo livello. Poi nel corso dell’anno le cose non sono andate benissimo, ma mi sono preparato alla grande in altura e mi sentivo in ottima forma, quindi sono arrivato in Polonia con fiducia e motivazione.
Quanto è contato l’esempio di tuo padre per introdurti al ciclismo?
Sono stato molto fortunato ad aver avuto un grande supporto dai miei genitori quando ero piccolo: mi portavano alle gare e mi aiutavano in tutto quello che potevano. Senza di loro, il mio successo di oggi non sarebbe stato possibile. Diciamo che sono cresciuto a pane e ciclismo, come si suol dire.


Tua madre è italiana: quanto ti ha trasmesso della nostra cultura e quanto ti senti anche italiano?
Da giovane ho trascorso parecchio tempo in Italia, ho parenti sia al Nord che al Sud. Ora non capita più così tanto, la mia attività mi porta a girare per il mondo ma mi piace ancora correre in Italia quando ho la possibilità di parlare un po’ della lingua di mia madre. Grazie a lei comunque ho ha doppia cittadinanza.
Da junior avevi dimostrato una grande propensione per le prove a tappe vincendo il Pays de Vaud e il Lunigiana: l’approccio con la categoria superiore e il ciclismo professionistico è stato difficile?
Sì, la transizione è stata abbastanza complicata e ha richiesto del tempo, più che per i miei coetanei, ma credo che fosse il cammino di cui avevo bisogno. Quando passai nel 2021 mi etichettarono come “il nuovo Ullrich” e questo ha pesato, c’erano enormi aspettative. Speravo sinceramente di fare il salto di qualità molto prima. Ci sono stati ostacoli, problemi legati anche a un vecchio incidente del 2020 con un trattore che mi aveva lasciato dei postumi, anche per questo la vittoria in Polonia ha il sapore di una liberazione.


Parlando di te con Schrot e Zeske (rispettivamente diesse alla Grenke Auto Eder al tempo e tecnico della nazionale), dicevano che hai un grande talento ma dovevi essere fatto maturare lentamente per poter arrivare ai vertici. A che punto pensi di essere ora?
Credo di essere finalmente arrivato a un buon punto in una buona posizione, almeno sapere cosa posso fare se tutto va per il verso giusto mi dà fiducia. Devo solo essere più costante in questo, per certi versi sento che adesso inizia un nuovo capitolo della mia carriera e io sono pronto ad affrontarlo.
Resti sempre un corridore da corse a tappe e pensi di poterti evolvere anche come corridore da grandi giri?
E’ una domanda alla quale non so rispondere. Credo che le corse a tappe, almeno quelle di una settimana, facciano al caso mio, ma i Grandi Giri sono ancora da scoprire. Una sfida per il futuro, soprattutto per capire come potrò affrontarli, se guardare alla classifica o puntare più alle singole tappe.


Sei al quarto anno alla Tudor: quanto ti ha aiutato nella tua maturazione essere in un team che ambisce a entrare nel WorldTour?
Qui ho trovato un ambiente piacevole e sono contento di quello che faccio, quindi credo che questo sia l’aspetto principale che mi ha aiutato molto. La precedente esperienza alla DSM non era stata fortunata (Brenner ebbe problemi posturali legati all’altezza della sella che sfociarono in un aperto dissidio con il team, ndr), alla Tudor è cambiato tutto, ho trovato un team che non mi ha messo fretta, mi ha pian piano restituito la fiducia nelle mie possibilità e la gioia di correre e sono felice ora di poter restituire qualcosa alla squadra con le mie vittorie e conto di farlo almeno fino al 2030.
Che cosa ti aspetta da qui alla fine della stagione e su quali obiettivi punti?
Il prossimo obiettivo sarà la Vuelta e non vedo l’ora di correre lì con un bel gruppo e vedere cosa possiamo ottenere. Magari capirò qualcosa in più su quel che Marco Brenner può fare in un grande giro, mi attendo risposte, io come la mia squadra.