VOIRON (Francia) – E poi passeggiando una mattina nel villaggio del Tour de France vedi che sul palco ufficiale della Grande Boucle c’è Michele Pallini. Per tutti è stato il massaggiatore di Vincenzo Nibali, per chi è dell’ambiente uno dei più bravi ed esperti uomini di questo grande mondo itinerante che è il ciclismo.
Pallini era su quel palco perché il Tour sa onorare chi, per anni, gli dedica parte della propria vita. E Michele, oggi alla XDS-Astana, di tempo gliene ha dedicato davvero tanto: ben 21 edizioni. Tre settimane per 21 anni significano oltre un anno della sua vita trascorso al Tour de France.


Debutto francese col botto
Dall’onore di ricevere quel premio, insieme a Steve De Jongh, oggi direttore sportivo della Lidl-Trek, ai racconti il passo è breve. Con Pallini gli aneddoti e i discorsi più profondi non mancano mai. Chi legge poesie, oltre a massaggiare i muscoli degli atleti, la sensibilità non ce l’ha soltanto nei polpastrelli.
«Il primo Tour – racconta Michele – è stato quello del 1999. Ero alla Saeco. Mugnaini faceva i programmi e, senza troppi giri di parole, mi disse: per te niente Giro d’Italia, tu fai Tour e Vuelta. L’anno dopo ancora Tour e Vuelta, poi di nuovo Tour e Vuelta. Il Giro lo facevano i vecchi e noi giovani subivamo i programmi! Però quell’anno abbiamo vinto cinque tappe: quattro consecutive con Cipollini, con tanto di maglia gialla e maglia verde, e una con Salvatore Commesso, che seguivo io. Lui aveva la maglia tricolore. Totò era forte. Aveva il fisico da classiche del Belgio, ma andava fortissimo anche con il caldo e quindi al Tour trovava il terreno ideale per sfruttare le sue qualità. Ricordo che quando vinse il campionato italiano disse: ho rovinato l’albo d’oro!
«In più, sempre quell’anno, chiudemmo quarti in classifica con Laurent Dufaux. Io pensavo: “Wow, alla grande”. Credevo che tutti i Tour fossero così… E invece decisamente no. L’anno dopo arrivò una sola vittoria di tappa e finimmo la corsa con appena tre atleti. Da lì in poi sono stati Tour di sofferenza… fino al 2014».


Da Nibali… a Seixas
Il 2014, per chi non lo ricordasse, è l’anno del trionfo di Vincenzo Nibali. E lì il bottino fu tutt’altro che magro. Dietro a quel successo, però, ci furono mesi di lavoro meticoloso. Sopralluoghi, test, ritiri in altura. E Michele c’era sempre.
Una volta ci raccontò un episodio curioso, risalente probabilmente a un ritiro prima del Tour 2012. Nell’hotel dove si trovavano per il training camp continuavano a servire piatti invitanti, decisamente poco da atleta. E Nibali li apprezzava senza farsi troppi problemi. Finché un giorno fu proprio Vincenzo a rivolgersi a Pallini: «Ohi Michele, ma qui come ci fanno mangiare?». Michele sorrise ricordando quella scena: «Finalmente se n’era accorto. Volevo vedere fino a che punto arrivava. Se fossi stato io a dirgli di stare attento, sarebbe stato molto più difficile tenerlo a bada. Doveva essere lui a rendersene conto».
E’ anche questo il ruolo di un massaggiatore accanto a un campione. Non soltanto mani che sciolgono i muscoli, ma una figura capace di leggere la persona, di entrare nella sua testa senza imporsi. Un po’ psicologo, un po’ consigliere. Perché dietro ai grandi successi c’è anche una quota importante del lavoro silenzioso di uomini come Michele Pallini.
«Devo dire però – prosegue Pallini – che ci fu anche la bellissima parentesi alla Liquigas, soprattutto con l’arrivo di Peter Sagan. Nel 2012 vincemmo tappe, la maglia verde e Vincenzo fu terzo in classifica. Poi arrivò l’apoteosi due anni dopo».
«In quegli anni – continua Pallini – eravamo concentrati sulla gara e non ci rendevamo conto di quello che succedeva fuori. Di tutta la parte mediatica, delle reazioni che scatenavamo. Anche nel Tour del 2014. Noi leggevamo i giornali, ma davamo il giusto peso a tutto. Eravamo talmente concentrato nel fare bene il nostro lavoro affinché non succedesse nulla che potesse compromettere il risultato, che non ci rendevamo conto del resto. Del mondo reale».
Pallini è poi un osservatore attentissimo. Per esempio, l’ultimo giorno sull’Alpe d’Huez ci raccontava di quanto lo staff della Decathlon-CMA e chi segue direttamente Paul Seixas debbano ancora crescere sotto alcuni aspetti. Particolari che solo uno come lui riesce a cogliere. Parliamo della distribuzione delle bevande dopo la tappa oppure la gestione dei fischietti utilizzati per accompagnare gli atleti verso i bus facendosi largo tra la folla.


Come in una bolla
Si parla spesso della grandeur del Tour de France. Di questa macchina immensa che ogni anno sembra diventare ancora più grande. Una carovana che si muove, si sposta, vive e respira tutta insieme. Un parcheggio può essere la cosa più semplice del mondo un giorno e diventare impossibile quello successivo. Oppure il contrario. Non sai mai davvero dove finirai e cosa ti aspetterà. E questo vale ancora di più per chi, come i massaggiatori, vive la corsa dall’interno molto più di noi giornalisti.
Ancora Pallini: «Una tappa del 14 luglio, non ricordo di preciso l’anno. Eravamo sulle Alpi, ero già in Astana. C’era un arrivo in salita e fu un caos incredibile. Arrivai tardissimo. Ero nervoso, innervosito dal traffico. Non riuscii neppure a cambiarmi. Salimmo in hotel e la stanza era piccolissima: non ci stava nemmeno il lettino. Iniziai così a fare il massaggio a Lutsenko. Lui entrò, rimase in silenzio e dopo un quarto d’ora mi disse quasi timidamente: Michele, come mai oggi niente musica? Mi resi conto della situazione e poco dopo gliela accesi. Anche l’umore conta in certi casi. Conta anche quello del massaggiatore.
«Il nostro stress e la nostra stanchezza non derivano tanto dalla fatica fisica quanto da quella mentale. Il Tour ha regole rigidissime e tempi che vanno rispettati. Però per 21 giorni diventa pesante per chiunque, anche per voi giornalisti immagino. Tra i massaggi più particolari, mi è capitato anche di trattare un atleta di un’altra squadra. E’ successo appena due anni fa. L’ho fatto per amicizia: era un nostro ex corridore e me lo chiese personalmente».


Il segreto per la Grande Boucle
Grandeur, caos, pressione mediatica… allora chiediamo a Pallini quale sia il segreto per vivere al meglio un Tour de France. La risposta è tanto semplice quanto efficace.
«Il segreto – spiega Pallini – è leggere sempre il libro della corsa. Il nostro Garibaldi, per intenderci. Se segui tutto quello che c’è scritto lì non hai nessun problema. Però devi leggerlo con attenzione, fare i calcoli e le valutazioni giuste. Se invece pensi di interpretare tutto un po’ all’italiana, rischi davvero di restare fuori dal Tour, di non essere sul percorso di gara oppure di arrivare tardi agli appuntamenti.
«Pensate che una volta andai da un gendarme per chiedergli se potessi avvicinarmi con l’auto a prendere Vincenzo. La tappa era finita già da un po’ e lui era al controllo antidoping. Ebbene, mi rispose che non poteva autorizzarmi perché non aveva competenza su quella strada».
Il discorso scivola inevitabilmente su quanto il Tour sia cambiato. Basta osservare il viavai continuo del villaggio di partenza per rendersene conto. E così si torna al punto di partenza: la grandezza dell’evento. La sua portata organizzativa e anche il livello tecnico della corsa. Enorme. Un divario ormai gigantesco rispetto al Giro d’Italia, che ripone grandi speranze nel nuovo corso guidato da Luca Guercilena.
Ma in questi 21 Tour, quanto è cambiato Michele Pallini? «Tanto. Oggi, anche se magari sembro ancora nervoso, dentro sono molto più tranquillo rispetto a qualche anno fa».