Intorno al Tour appena vinto da Tadej Pogacar per l’ennesima volta, si è sviluppata l’annosa discussione se tornerà o no a correre la Vuelta. I segnali ci sono, tanto che è stato lo stesso Principe Alberto di Monaco a dare per certa la presenza dello sloveno allo start del terzo grande giro che prenderà il via proprio da Montecarlo, residenza del vincitutto.
Che Pogacar ci sia o meno, bisogna anche tenere conto che la doppietta Tour-Vuelta non è cosa da poco. In passato, da quando la corsa iberica ha lasciato la collocazione primaverile, solo Chris Froome nel 2017 è riuscito a realizzare l’accoppiata, sfuggita di poco a Vingegaard nel 2023, quando i giochi di squadra lo costrinsero ad accontentarsi delle tappe lasciando via libera al compagno di colori Sepp Kuss.


Tre italiani a scortarlo verso Madrid
Quando Froome vinse erano 9 anni fa, eppure sembra passata un’intera era geologica. In quel fortissimo Team Sky, dove c’era un leader unico ma tanti grandi corridori intercambiabili al suo servizio, come compagni alla Vuelta c’erano anche tre italiani: Gianni Moscon, Diego Rosa e Salvatore Puccio, ritiratosi lo scorso anno ma che ha ancora freschissimi i ricordi di quella grande impresa.
«Fu un traguardo centrato nel senso che tutti gli anni Froome voleva realizzare quella doppietta. Nel 2014 era rimasto deluso al Tour dalla caduta che l’aveva estromesso di gara con brutte fratture ma andò alla Vuelta finendo secondo. Nel 2015 col Tour in tasca cadde più volte rompendosi un piede. Nel 2016 ci era andato vicino, con la maglia gialla in tasca finì a poco più di un minuto da Quintana. Insomma, ci provava tutti gli anni, era un chiodo fisso».


Com’era nel 2017?
Quell’anno lì andava veramente forte, era motivato, voleva fare questa impresa e quindi anche la squadra nel suo complesso lavorava per quello, ognuno nel suo ruolo e nella sua gara. Mi ricordo che un po’ tutti andavamo bene e avevamo un po’ spianato la strada. Il Tour lo aveva vinto proprio “di squadra”, con un grande supporto collettivo, infatti non vinse tappe ma dimostrò di essere il più forte finendo con 54” su Uran e 2’20” su Bardet.
Qual era la difficoltà?
La Vuelta è sempre un palcoscenico per chi fallisce Giro o Tour e quindi ti ritrovi alla partenza tanti campioni. Il Giro, essendo la prima grande corsa a tappe, è un po’ schiacciato dal Tour, chi viene magari si risparmia, tanti lo evitano pensando alla corsa francese. La Vuelta automaticamente, senza invitare nessuno, si ritrova ad avere tanti campioni solo perché magari hanno fallito il Giro, hanno fallito il Tour e quindi c’è una bella startlist. Io penso che per certi versi sia la corsa più complicata delle tre.


Come fu quella Vuelta?
E’ stata dominata sin dall’inizio. Ha preso la maglia già alla terza tappa ad Andorra, dove aveva vinto Nibali. Poi vinse la nona tappa e fu secondo nell’undicesima tenendo lo Squalo a oltre un minuto. Vinse la cronometro che apriva la settimana finale, ma non furono tutte rose e fiori. Nella tappa numero 17 perse rispetto a Nibali 42”, lì fu la squadra, con Nieve e Poels che lo scortò al traguardo facendolo rimanere al comando. Era un ciclismo diverso da quello di oggi, il team aveva un ruolo più importante perché le tappe venivano decise nel finale quando c’era un vero cambio di ritmo. Lui utilizzava molto la squadra e poi alla fine faceva la differenza.
Nel cercare la doppietta, la Vuelta ti dà meno tempo per riuscire a prepararla specificamente. I rischi aumentano quindi alla terza settimana?
Alla Vuelta, avendo solo fatto il Tour e non il Giro, arrivi un po’ di slancio. Nel senso che il Tour ci si riposa poco, si arriva alla Vuelta riprendendo a fare dei fuori giri e ci si ritrova quasi con la stessa condizione. Almeno era così qualche anno fa, adesso è più difficile se le medie sono più frequentemente oltre i 50. Forse l’unico che ci può riuscire è solo Pogacar.


Il Froome di quell’anno ti ricorda un po’ il Tadej di oggi come superiorità nei confronti degli avversari?
Non proprio. Lo sloveno è veramente di un altro livello. Quello che fa Tadej è impressionante, vince qualsiasi tipo di gara e ha una sete inestinguibile di successi. Froome era un po’ più selettivo, puntava determinate tappe per imporre la sua supremazia ed era incentrato sulle gare a tappe. Pogacar le punta tutte, non fa distinzione.
Che tu ricordi, per lui fu più difficile il Tour o la Vuelta?
Ricordo che era particolarmente motivato, dopo il Tour andò a fare uno stage in altura. L’anno precedente aveva preso un’imboscata su una tappa corta con arrivo ad Aramon Formigal dove attaccò la Movistar. La tappa la vinse Brambilla e Quintana prese quasi 3 minuti di vantaggio, il team lo inseguiva ma non riuscirono a chiudere e Froome perse la corsa. Quindi l’anno dopo arrivò con quella particolare cattiveria di voler vincere, era molto più preparato, non aveva lasciato nulla al caso.


Tu sei ancora corridore perché ti sei ritirato a dicembre dello scorso anno. Da osservatore, l’eventualità che Pogacar vada a fare la Vuelta è reale?
Sinceramente, credo che la fa con una gamba sola, è troppo superiore agli altri. Al momento non ha proprio avversari e nell’ottica sua sarebbe anche un peccato non farlo. Lo poteva fare già lo scorso anno, poteva fare la tripletta, era alla sua portata.