ALPE D’HUEZ (Francia) – «Sulla Croix de Fer e sul Galibier mi sentivo molto bene. Poi le cose sono cambiate. Ho provato fino all’ultimo a staccare Del Toro, ma lui è stato più forte di me. Però ho dato tutto». E su questo non si discute. Paul Seixas è arrivato stremato sull’Alpe d’Huez, anche oggi. «Questo quarto posto è un risultato importante da cui partire».
Certo, poi, riavvolgendo il nastro, la tattica della Decathlon-CMA appare all’improvviso meno chiara. Quel forcing sul Sarenne con Nicolas Prodhomme e Matthew Riccitello, infatti, ha avuto poco senso. Seixas è andato in grande difficoltà. Se alla fine non è naufragato del tutto è solo grazie al suo talento sconfinato.


Sarenne, perché quel forcing?
Vista da fuori si poteva pensare ad un atleta di personalità, che ci prova comunque. E va bene. Ma ha chiesto lui ai compagni di tirare? O è stata l’ammiraglia? Non stiamo certo mettendo sulla graticola Seixas. A 19 anni arrivare quarto al Tour de France, il primo Grande Giro della carriera, è qualcosa di incredibile. Non solo: fino alla fine ha lottato per il podio e per la maglia bianca.
Una sensazione che abbiamo noi, viste anche le tantissime maglie Decathlon già ieri lungo l’Alpe d’Huez e il tifo enorme per lui durante tutto il Tour, è che forse in casa Decathlon si siano fatti trascinare dall’onda dell’entusiasmo. Che si sia deciso di provarci comunque.
«Noi – spiega Julien Jurdie, direttore sportivo della Decathlon-CMA – abbiamo cercato fino all’ultimo di mettere pressione a Del Toro. Sapevamo che questa tappa finale aveva un dislivello mostruoso, ma non credo ci sia mancato qualcosa. Quello che abbiamo fatto è ciò che avevamo deciso questa mattina sul bus. Non volevamo avere rimpianti, sentivamo che questa fosse la strada giusta. Per questo abbiamo provato con Prodhomme e Riccitello. Poi avevamo anche un certo margine sul quinto posto e abbiamo deciso di provarci comunque».
Magari, sotto questo aspetto, nella gestione tattica del team conta anche la conoscenza di sé del leader. E non è detto che Seixas si conosca ancora così bene, anche se oggi sembrano comandare gli strumenti, ne ha tutto il diritto vista la sua giovane età. Sono aspetti psicologici e di non-esperienza del ragazzo, che una squadra dovrebbe tenere in considerazione.
«Cosa mi ha detto Paul sul Sarenne? Che era al limite, che era stanco e non poteva seguire gli altri. A quel punto c’erano pochi piani da fare. Di buono c’è che in una giornata come questa Paul ha sicuramente imparato tanto soprattutto sotto l’aspetto mentale. Ha capito che esistono giornate così dure. Però non c’è nulla da dire. E’ la legge dello sport. Ha acquisito forza mentale».




Seixas il predestinato
Chiaramente, e inevitabilmente, dopo questo tappone alpino non si può non tracciare un bilancio del Tour di Seixas. Il discorso ci scivola in automatico e allora non possono che arrivare applausi per il giovane francese e, se vogliamo, anche per la sua squadra. Al netto di qualche errore tattico qua e là. Lo hanno protetto con decisione, non solo in corsa.
«Era logico che dopo 20 tappe – va avanti Jurdie – fosse difficile per Paul. La sua e la nostra è stata una battaglia collettiva lunga tre settimane. Anche oggi è stata una battaglia. E’ stato un Tour molto intenso: il grande caldo, le velocità folli, il livello dei partecipanti. E resistere anche oggi è stato un grande risultato. Arrivare fin qui in questa situazione era uno dei miei obiettivi. Pertanto posso dire: missione compiuta».
Uno dei grandi temi era se fosse giusto che la Decathlon-CMA portasse Seixas al Tour de France. Le pressioni, gli sforzi fisici estremi ai quali sarebbe stato sottoposto.
«Sì, è stato giusto portarlo al Tour. Non c’è niente di meglio che combattere con i migliori per crescere. Seixas è un predestinato. E’ un grandissimo talento, potrà competere per i Grandi Giri. Nessuno ha fatto qualcosa di simile prima di lui. Conosco il ragazzo, il suo recupero, la sua forza mentale… è mostruoso. E infatti non sono sorpreso. Ha capito cosa significhi disputare un Grande Giro, ha già una grande capacità di recupero e continuerà a migliorarla».


Ora il team deve crescere
Tempo fa avevamo parlato con Jolie al Giro d’Italia, di una squadra in crescita. E’ così e il collettivo si è mostrato compatto. Non va dimenticata, per esempio, la vittoria di Olav Kooij. Ma è stato molto interessante vedere l’unità dei corridori della Decathlon-CMA.
«Riccitello – prosegue Jurdie – è stato in difficoltà nelle prime tappe, ma poi ha saputo reagire e oggi, in qualche modo, era lì. Nico Prodhomme è stato il miglior scalatore della squadra. L’uomo ideale per aiutare Seixas. Tutto questo fa crescere la squadra. Ma tutti si sono amalgamati e questo era un altro dei miei obiettivi. Lo dico spesso ai ragazzi e allo staff: il ciclismo è uno sport individuale che si corre in squadra. Penso proprio a Prodhomme. Lui avrebbe potuto arrivare a ridosso della top 10, eppure si è sacrificato. Ogni giorno è rimasto vicino a Paul, cercando di farlo stare tranquillo, parlandoci molto»».
Un aspetto importante, in tal senso, è stato anche Teijs Benoot. Il belga è approdato questo inverno alla Decathlon-CMA. E’ un uomo da classiche, ma è anche un corridore che arriva da una grande squadra come la Visma-Lease a Bike e certe situazioni le ha già vissute al fianco di Vingegaard.
Jurdie annuisce e lascia capire che il lavoro di Benoot e la sua presenza siano stati un valore aggiunto tutt’altro che secondario. Il belga si è trasformato, prima di tutto mentalmente e poi tatticamente. Quante volte è rimasto al fianco di Seixas, scortandolo anche in salita? Oggi è stato con lui fino a 5-6 chilometri dalla vetta del Galibier.
Magari, se Benoot fosse stato ancora presente anche sul Sarenne, il ritmo sarebbe stato diverso e, senza quel forcing, la squadra avrebbe potuto limitarsi a seguire Del Toro. Sono tutti passaggi nel processo si sviluppo di un team che punta a diventare grande. Errori di crescita se vogliamo chiamarli così.