Terzo sul traguardo di Ussel, Tom Pidcock si è avventato sul primo giorno di riposo con il provvidenziale senso di risveglio che si è guadagnato dopo la tappa di domenica. Per un motivo o per l’altro, il Tour continua a essergli indigesto, anche se la Ineos Grenadiers gli aveva proposto uno dei contratti più ricchi della sua storia, convinta di essersi assicurata uno dei futuri vincitori della maglia gialla. Tale era stata la sua veemenza nel vincere il Giro d’Italia Giovani U23 del 2020, che era difficile pensare che non ci sarebbe quantomeno andato vicino.
Dopo quattro anni nel team di casa, con il trionfo sull’Alpe d’Huez nel 2022, si è capito che le classifiche generali di Grandi Giri non siano il suo terreno preferito: quantomeno il Tour de France, dato che nel 2025 il terzo posto della Vuelta ha rimesso il punto interrogativo. Il 30 luglio Pidcock compirà 27 anni e i tre precedenti in terra di Francia non sono certo lusinghieri, anche se ogni volta il britannico ha dovuto fare i conti con problemi di prearazione.
Anche quest’anno le seccature non sono mancate. Il secondo posto della Sanremo ancora brucia. Al Catalogna, è finito in un dirupo e per localizzarlo è stato necessario triangolare il segnale della sua radio. A Sierra Nevada, mentre lavorava per preparare il Tour de Suisse, Pidcock si è ammalato e ha dovuto saltare la corsa svizzera. Quando è arrivato a Barcellona per la partenza del Tour de France, i suoi giorni di corsa dopo la Liegi erano due: Francoforte del primo maggio (in cui è arrivato secondo) e la Andorra Morabanc Classica (che ha vinto).


Debutto incandescente
Un po’ la condizione imperfetta e un po’ il caldo che da dieci giorni attanaglia la carovana – tra la Spagna e poi la Francia – l’avvio di Pidcock è stato piuttosto faticoso. Si potrebbe dire al pari di quello altrui, anche se le sue ambizioni dopo il terzo posto alla Vuelta e la squadra costruita attorno lui non fossero di poco conto. Sul Montjuic e poi nella sesta tappa a Gavarnie-Gedre, nel giorno del Tourmalet, Tom è parso un fantasma.
«Non credo di aver mai sofferto così tanto per il caldo – ha detto del secondo giorno di gara – è stato assurdo. Sono completamente esausto. Invece quando Pogacar ha attaccato sul Tourmalet, non avrei desiderato altro che scavare una buca nel terreno e nascondermici dentro».
La chiara ammissione che le sue possibilità di fare classifica, già precarie alla vigilia, potrebbero essere ormai del tutto compromesse, dati gli oltre 8 minuti subiti in quella drammatica (per tutti tranne che per uno) sesta tappa.


Il cambio bloccato
Invece la tappa di Ussel, la nona del Tour de France 2026, gli ha dato la scossa, come pure l’ha data a Van der Poel, rimasto ugualmente vittima del grande caldo. Pidcock è entrato nella fuga che l’olandese ha portato al traguardo e pur chiudendo con un terzo posto che sa di beffa, ha mostrato finalmente di essersi rimesso in carreggiata.
«Ho pedalato in modo aggressivo – ha spiegato – le mie gambe erano di nuovo molto forti. Nel 2024 sono arrivato secondo nella tappa su sterrato (Troyes-Troyes, ndr) e anche allora ero nella fuga giusta, ma domenica sono stato molto più in gara di allora».
Purtroppo per lui, il terzo posto finale non lo ha ripagato per il lavoro fatto: proprio Pidcock che sulla carta avrebbe potuto giocarsela con Van der Poel che poi ha vinto la corsa.
«Nel bel mezzo dello sprint finale – ha spiegato Kurt Bogaerts, il suo allenatore di sempre, a Het Nieuwsblad – il cambio ha smesso di funzionare e gli unici rapporti che poteva mettere erano i più corti. A quel punto non c’era neanche il tempo per cambiare la bici, perciò il suo sprint non è stato quel che avrebbe sognato, anche se Mathieu sarebbe stato obiettivamente difficile da battere. Se i problemi siano davvero passati lo vedremo già domani a Le Lioran».