CORVARA (BZ) – Per vincere un Grande Giro da pro’ devi fare tesoro dell’esperienza acquisita col tempo. In un momento del ciclismo in cui spesso si ha troppa fretta di vedere crescere talenti e si rischia di bruciarli, abbiamo affrontato il tema con Fabio Aru, a margine della Maratona dles Dolomites-Enel che il sardo ha corso da ambassador del Team Enervit.
In particolare, l’ultimo italiano capace di vincere la Vuelta di Spagna (2015), ci ha parlato di due manifestazioni che l’hanno forgiato come il Giro Next Gen (2° nel 2012 dietro a Joseph Dombrowski) e il Valle d’Aosta, corsa che ha vinto due volte (2011 e 2012) e che peraltro scatterà giovedì prossimo.


Hai bei ricordi di quello che adesso si chiama Giro Next Gen: ce li racconti?
Il Giro Under 23 l’ho affrontato per la prima volta nel 2010, perché se non ricordo male non si poteva fare da primo anno. Poi, comunque, andavo a scuola e avevo la maturità per cui non avrei potuto farlo. E’ stata una bellissima esperienza, ricordo tappe in cui abbiamo dormito in dei “cameroni” tutti insieme (si trattava del Giro Bio, organizzato da Giancarlo Brocci, ndr). Chiaramente, per un giovane partito dalla Sardegna, ritrovarsi al Giro d’Italia, seppur nella categoria under, era una grande emozione. Ho faticato e non poco, però è stato speciale.
E sull’onda lunga, trovasti una buona gamba anche al Val d’Aosta, chiuso al quarto posto: che cosa ti balza alla mente?
Il Giro era stato importante per arrivare con la gamba giusta al Val d’Aosta. Gara durissima, la mia preferita da under 23 insieme alla Bassano-Monte Grappa. Come regione è adatta agli scalatori perché che tu vada a destra o a sinistra dalla vallata, trovi praticamente solo salita. Già nel 2009 ero arrivato a ridosso dei dieci in una tappa e fare quarto al secondo anno, lottando coi più forti, è stato bello. Come corsa si addiceva perfettamente alle mie caratteristiche e poi a luglio anche col clima buono mi trovavo bene.
Le differenze tra le due corse?
Il Valle d’Aosta è sempre stato disegnato dagli organizzatori per gli scalatori, mentre il Giro d’Italia era una gara adatta a corridori più completi e non per forza per chi andava forte in salita. Fare secondo nella corsa rosa all’ultimo anno prima di passare pro’ è stato più faticoso che vincere i due Valle d’Aosta che erano più modellati sulle mie caratteristiche.


Il ricordo più bello al Giro?
Il tappone del Gavia con il Tonale nel 2012: non ricordo neanche quanti metri di dislivello abbiamo fatto (5 gpm per oltre 5.000, ndr). Finire secondo è stata la conferma di essere un atleta portato per le corse tappe e che aveva già firmato un contratto da professionista. Può contare poco, ma per me è stato un segnale importante.
Che cosa ti piaceva di più del Val d’Aosta?
La cronoscalata finale e terminare in salita. Soprattutto quando l’ho vinto per la prima volta nel 2011. Trionfare così, per le mie caratteristiche da scalatore, in cima a Champdepraz è stato qualcosa che mi porto ancora nel cuore. Da under 23, il Valle d’Aosta, l’Avenir e il Giro erano le gare più importanti.
Nell’ordine come le classificheresti?
Ai miei anni, avrei messo il Valle d’Aosta al pari o appena sotto il Tour de l’Avenir, che non ho mai avuto il piacere di correre, però un po’ sopra al Giro. Adesso sono passati tanti anni e preferisco non esprimermi sul livello attuale delle tre corse giovanili.


Ti è spiaciuto non correre l’Avenir?
L’ultimo anno sono passato pro’, mentre nelle stagioni precedenti era subito dopo il Valle d’Aosta e ci sarei arrivato avendo nelle gambe anche la Coppa delle Nazioni e il Giro d’Italia, per cui non era fattibile.
Però ti sei rifatto al Tour dei grandi…
Ma sì, ci abbiamo provato (sorride, ndr).
Hai seguito, invece, l’ultimo Giro Next Gen?
Non nel dettaglio delle singole tappe, ma ho visto una grande prestazione di Finn. Gli ho fatto i complimenti di persona quando l’ho visto ai campionati italiani. Lo lascerei crescere con calma, è un atleta molto valido, avendo vinto il mondiale da junior prima e da under poi, per cui direi che merita di maturare con tranquillità.
Ti sembra, infatti, che si abbia un po’ più fretta dei tempi tuoi e di Nibali con cui ti abbiamo visto pedalare alla Maratona sulle Dolomiti?
Senza dubbio. Pellizzari, ad esempio, è un ottimo corridore da corse a tappe che quest’anno ha avuto un po’ di sfortuna e parecchi problemi al Giro. Penso che la ricerca ossessiva del corridore da corse a tappe non sia mai produttiva. Dobbiamo lavorare per cercare di far crescere questi atleti nella maniera giusta e parlo sia dei tecnici sia della stampa, che deve evitare di sovraccaricarli di pressioni, come ad esempio succede con Seixas in Francia. Ribadisco: Pellizzari è un corridore da corse a tappe e potrà continuare ad esserlo.


E Finn?
Deve ancora dimostrare di poter arrivare inizialmente su un podio e poi di vincerlo. La distanza di ogni step è tanta, tra fare top 5, salire su uno dei tre gradini e poi trionfare.
Forse per i giovani non aiuta vedere chi, invece, ha conquistato tutto e subito come Pogacar.
Lì stiamo parlando di quello che, a mio parere, è l’atleta più forte di sempre. Non bisogna far paragoni solo con Tadej, ma tararci sugli altri. Comunque, già raggiungere una top 5 in uno dei tre Grandi Giri significherebbe il rientro del ciclismo italiano ai vertici internazionali.