Da Mattia Cattaneo a Lorenzo Finn. Stessa maglia, stessa grande vittoria: il Giro Next Gen, un tempo GiroBio, ma sempre Under 23. Fra i due ci sono 16 anni. Cattaneo è un classe 1990, Finn un 2006. Altro che tre generazioni: oggi 16 anni sembrano un secolo. Senza nulla togliere a Cattaneo. I due hanno anche delle affinità tecniche e fisiche: sono longilinei, vanno forte a cronometro e si difendono molto bene anche in salita.
Chiaramente la carriera di Lorenzo Finn è tutta da scrivere, mentre quella di Mattia Cattaneo è già ricca di esperienze. Ma quanti sogni c’erano in quel giovane Cattaneo? E quanti ne coltiva oggi Finn? Come sono andate davvero le cose per Mattia? E soprattutto, cosa può dire il “vecchio” al giovane?


Mattia, quanto conosci Lorenzo Finn?
Né poco, né troppo bene. Il tempo passato insieme non è stato tantissimo. Non abbiamo avuto modo di approfondire la nostra conoscenza, anche perché abbiamo calendari, ritiri e squadre diverse. Però un po’ di tempo insieme l’abbiamo trascorso. Ci siamo visti durante il ritiro invernale e alla cronosquadre di Mallorca a inizio stagione. Poi ci siamo ritrovati al campionato italiano, dove abbiamo anche condiviso la camera prima della cronometro.
Che impressione ti ha fatto?
Mi ha stupito la sua consapevolezza di essere forte. Se penso a me stesso alla sua età, dubitavo molto di me, sia come atleta sia, forse, anche come persona. Lorenzo invece mi sembra molto consapevole. Si basa molto sui valori e su quello che può fare. Forse è anche il ciclismo attuale che ti porta a conoscere già certe cose. Non dico che io fossi abbandonato a me stesso, ma non avevo certo attorno la stessa struttura che ha lui, come tutti i suoi coetanei del resto. Loro hanno dati, feedback numerici, una miriade di informazioni. Io tutto questo non l’avevo, pur essendo in una delle squadre migliori d’Italia. Tuttavia la struttura che avevo allora era irrisoria rispetto a quella dei ragazzi di oggi. Loro sanno già dove possono arrivare e come arrivarci. Io sapevo soltanto che sarei passato professionista, perché era quello che volevo fortemente e avevo capito che ci sarei riuscito. Non sapevo però cosa avrei fatto una volta arrivato tra i pro’.
Entrambi avete vinto il Giro Under 23. Cosa cambia poi nella vita?
E’ molto diverso il mio successo dal suo. Certamente cambia l’aspetto mediatico attorno a te, ma lui ci è già abituato in qualche modo.
Finn ha anche vinto il mondiale U23…
Io ricordo che nei primi anni soffrii quella pressione. C’era grande aspettativa attorno a me quando passai professionista: «Ecco il nuovo Nibali». «Abbiamo l’uomo per le corse a tappe». Poi però non arrivavano i risultati. Psicologicamente non è stato facile. Dentro di te ti aspetti certe cose, pensi magari di poterle fare e ti poni un’asticella molto alta. Poi però la realtà non corrisponde alle aspettative. Il passaggio tra i professionisti è comunque uno step importante e, se qualcosa non gira per il verso giusto, è un attimo perdere fiducia.


Che consigli ti sentiresti di dargli?
Di nuovo, il discorso è diverso. Oggi contano molto i valori e la consapevolezza di quanto si vada forte. In ogni caso gli direi di non caricarsi di troppe aspettative. Non tanto per quello che dicono gli altri, quanto per quello che sente dentro di sé. Io ci ho messo parecchio tempo a ritrovare il mio equilibrio interiore dopo quella sofferenza.
Potrebbe essere proprio questo il suo punto debole? Più mentale che fisico?
Potrebbe. Almeno questa è stata la mia esperienza. Sei forte, sei ambizioso e alzi continuamente l’asticella. Io non dico che fossi esaltato, ma ero un vincente. Poi, una volta passato professionista, quando ho iniziato a prendere legnate e a non vincere più, le cose non sono state facili. E non è scontato riuscire ad accettarlo. Però torno a dire che Finn e i suoi coetanei hanno altre sicurezze.
Intendi dire che sono più pronti anche dal punto di vista mediatico e mentale?
Ci sono più abituati. E’ l’era dei social. Fra tutte le strutture che hanno attorno c’è anche questo tipo di supporto. Ricevono feedback continui e questo li aiuterà a risolvere tanti problemi. Il discorso è collegato anche all’aspetto fisico. Penso, per esempio, alla nutrizione. Loro sanno già tantissime cose. Hanno informazioni per non allenarsi né troppo poco né troppo. Quello della nutrizione, per esempio, è un altro aspetto sul quale io feci fatica. La differenza sostanziale tra il Cattaneo di 16 anni fa e il Finn di oggi è che lui, di fatto, è già un professionista… al 90 per cento. Io e quelli della mia generazione invece eravamo ancora dilettanti. Dilettanti che lavoravano con grande professionalità.


Qual è allora quel 10 per cento che gli manca per essere un professionista completo?
Che noi siamo una squadra WorldTour e loro una continental! Scherzi a parte, per esempio noi utilizziamo l’App FoodCoach e loro no. E grazie al cielo, aggiungo. Lo ripeto: grazie al cielo. Possono ancora sperimentare, capire, conoscersi e imparare ad ascoltare sé stessi.
Questo è ciò che ancora gli manca?
Sì. Noi non avevamo i numeri e loro invece sì. Tu dicevi di essere stanco e ti regolavi in base alle sensazioni. Loro lo sanno dai dati se sono stanchi oppure no. Se glieli togli, rischiano di perdersi. Tutti questi aspetti sono piccoli mattoni che ti fanno diventare un professionista al cento per cento.
Quindi Finn ha ancora strada da fare. Però è sulla strada giusta…
Esatto. E’ un bravissimo ragazzo, un atleta fortissimo. Si allena molto e ha tutto quello che serve per continuare a crescere. Dopo la sua vittoria al Giro Next Gen gli ho fatto i complimenti. Alla fine mi fa piacere che l’italiano che, dopo di me, è riuscito a vincere questa corsa sia proprio lui.