ROMA – Ci teneva così tanto a salire sul podio con i due figli in braccio, che Vingegaard ha faticato più a ricevere il premio della maglia rosa che a concludere l’ultima tappa. Frida e Hugo si guardavano intorno incuriositi dalla folla ai piedi del podio e quando Jonas ha messo giù il più piccolo, quello si è messo a guardare dentro il bicchierone del premio, convinto di trovarci qualcosa.
Roma ha accolto la vittoria del Re Pescatore, che giusto qualche giorno fa ha detto di trovare il soprannome azzeccato, con lo stesso calore riservato negli ultimi due anni a Roglic e Pogacar. Il pieno di turisti lungo le strade si è trasformato nel pieno di tifosi sul percorso e questo ha reso la corsa una sfilata chiassosa, che per un po’ ha vivacchiato tra brindisi e foto ricordo e poi si è infiammata fino ai 42,296 chilometri di media e la vittoria di Milan.




Un’emozione inattesa
Vingegaard ha vinto cinque tappe, ma non si è avuto per un solo giorno la sensazione che abbia voluto battere il record di Pogacar che ne vinse sei prima di conquistare la maglia rosa. Avrebbe potuto farlo, in realtà, ma nel giorno di Alleghe ha preferito riconoscer il merito del compagno Kuss. Il suo vantaggio nei confronti di Tadej adesso è la conquista della Tripla Corona. Il campione del mondo sloveno potrebbe coglierla già quest’anno decidendo di correre (e vincere) la Vuelta, ma nelle statistiche il primato resterà appannaggio del danese.
«E’ davvero speciale – dice con un sorriso che gli abbiamo visto raramente – è persino più speciale di quanto avrei mai potuto sognare. Faccio ancora fatica a realizzare cosa sia successo e di aver vinto tutti e tre i Grandi Giri. Vedere gli altri sette nomi in quella lista (Anquetil, Gimondi, Merckx, Hinault, Contador, Nibali e Froome, ndr)… Sono alcuni dei più grandi nomi del ciclismo, anche se io non mi vedo proprio in quel modo».



Il ruolo della famiglia
Jonas non è stato un vincitore che abbia emozionato, non il campione dell’attacco plateale, della borraccia al bambino e del ciuffo ribelle che fuoriesce dal casco. Forse questo non ha scatenato l’empatia del pubblico, ma se ci liberassimo per un istante del clichet del campione superstar, forse saremmo anche in grado di apprezzare il ragazzo che si commuove fino alle lacrime quando parla della sua famiglia.
«E’ vero, ho pianto – dice Vingegaard e forse si commuove ancora, ma non si vergogna – perché la mia famiglia era lì e mi è sempre stata vicina. Non so cosa farei senza di loro, a dire il vero. Significano assolutamente tutto per me e mi supportano sempre al 100 per cento in tutto ciò che faccio, mi danno la motivazione. E quando li ho visti, mi sono commosso.
«Quando sono con i miei figli, mi godo il tempo con loro, ovviamente anche giocando. Quando sono a casa, voglio essere un buon papà. Se qualcuno dice che sia impossibile, io ho la sensazione di potercela fare. Posso conciliare le cose. Posso allenarmi duramente, posso mangiare o perdere peso, se è quello che voglio, e posso comunque trascorrere del tempo di qualità con la mia famiglia».


Troppo più forte
La sua sfortuna, se tale si può chiamare, è stata quella di essere troppo più forte dei rivali, che sono spariti per infortuni e manifesta inferiorità. Probabilmente se Yates e Vine non fossero caduti nei primi due giorni, la UAE Emirates che ha vinto quattro tappe, avrebbe potuto impensierirlo. Gall, Hindley, Arensman e Gee non hanno mai mostrato la solidità per attaccarlo. Pellizzari ha provato a tenergli la ruota sul Blockhaus, ma quello sforzo eccessivo ha scritto la parola fine sotto una condizione arrivata troppo presto e finita prevedibilmente prima del tempo.
Il destino dei campioni del Tour che sbarcano in Italia è quello di dominare. Fu così per Basso nel 2005 e 2006, per Roglic e Pogacar più di recente. Ma la colpa non è loro, se non di quelli che si focalizzano soltanto sul Tour, pur consapevoli di uscirne con le ossa rotte. Il Giro merita di più.
«Sento che è un periodo speciale per il ciclismo – analizza – c’è un corridore come Pogacar che praticamente potrebbe vincere tutte le gare dell’anno. Certo, essendo un corridore, per me è difficile dirlo, in realtà potreste dirlo meglio voi, perché come giornalisti, avete vissuto più periodi. Io ho vissuto il passato da tifoso…».


La strada verso il Tour
Passerà i prossimi quattro giorni a Roma con la famiglia e poi rientrerà nella modalità terminator per iniziare il cammino verso il Tour de France. La sfida contro Pogacar è spietata: lo sloveno appare in tutti i social e si allena come una macchina. Per questo qualunque possibilità di avvicinarlo merita di essere presa in considerazione.
«Quest’anno con la squadra abbiamo deciso di non fare festeggiamenti – dice – perché devo ancora concentrarmi sul Tour de France. Quindi starò per qualche giorno a Roma e poi inizierò ad allenarmi. Ora ho bisogno di rilassarmi un po’, anche mentalmente. Per quanto mi riguarda, ho sempre creduto in questo progetto, sin da quando abbiamo preso la decisione a novembre dello scorso anno.
«Dire che cosa mi aspetti dal Giro in funzione del Tour è la previsione più difficile. Ho corso per due volte la Vuelta dopo il Tour e conosco abbastanza bene il mio corpo e come reagisce. Il mio rendimento nel secondo Grande Giro dell’anno è sempre migliore del primo. Certo dipende da come si esce dal primo. Se sei completamente a pezzi, non è un bene affrontare il successivo. Ma se stai abbastanza bene, come mi sento in questo momento, credo che potrei averne un vantaggio interessante».


Italia, io ti amo
L’Italia lo ha conquistato. L’aveva conosciuta con la Coppi e Bartali, poi dominando la Tirreno-Adriatico e anche se sembra un duro, quando parla del nostro Paese sfodera lo stesso sorriso che ha mostrato per la sua famiglia.
«Sono già stato in vacanza in Italia diverse volte – ammette – amo molto l’Italia, ma con il Giro ho scoperto tutte le diverse zone di questo splendido Paese. La gente qui è davvero accogliente e ti fanno sentire che sono felici di averti in casa loro. Apprezzo molto anche quando vado in vacanza da qualche parte.
«Certo, ogni posto ha i suoi pro e i suoi contro e per essere giusto con tutti, forse dovrei elencarli uno per uno. Tutti i posti in cui siamo stati mi hanno lasciato qualcosa, anche il Sud mi è sembrato molto bello. Tornerò sicuramente in vacanza qui».
Lo lasciamo mentre firma maglie e si tiene stretto il Trofeo Senza Fine. Jonas Vingegaard ha vinto il Giro d’Italia numero 109, come era prevedibile che accadesse. In attesa del Giro d’Italia numero 110, la riflessione ora passa a RCS Sport, che ha affrontato la corsa senza un direttore e con alcune sbavature che è stato impossibile non annotare. Il Giro merita di più, l’assenza di Mauro Vegni si è sentita più di quanto qualcuno avrebbe potuto pensare.