A suo modo anche questa è un’impresa. Barbara Malcotti è arrivata alla Vuelta con appena 3 giorni di gara nelle gambe, eppure alla fine ha centrato la nona piazza assoluta, sfiorando la sua miglior prestazione in un Grande Giro (lo scorso anno era stata ottava al Giro Women), ma proprio la meccanica di come il risultato è arrivato lo rende davvero speciale.
Per la trentina è una sorta di risarcimento per tutto quel che le è successo dall’inizio della stagione: visti i suoi risultati dello scorso anno, la sua assenza si è fatta fortemente sentire, pesando sul magro bilancio in chiave italiana di questa prima parte dell’anno. Lei come altre ha pagato un pesante dazio alla sfortuna e nel raccontare il perché di un approccio così diverso dal solito alla corsa spagnola, si coglie nella sua voce quella venatura tipica di chi sa di essere uscito dal periodo più brutto.


«Tutto è nato a novembre, quando mi sono rotta il bacino. Nel periodo peggiore, quando solitamente ci si approccia alla parte più importante della preparazione per la nuova stagione. Il recupero è stato abbastanza lungo e la squadra (la Human Powered Health, ndr) ha saggiamente deciso di non affrettare i tempi e dedicarmi alla ripresa senza correre, anche perché comunque tutte le gare da quando io ho iniziato a essere “abile” per competere non erano adatte alle mie caratteristiche».
Come hai gestito la ripresa da una frattura importante come quella del bacino, che certamente non è semplice da gestire?
Il primo mese l’ho passato a letto e poi ho iniziato dopo tre settimane a fare fisioterapia. Sono stata comunque fortunata pur stando ferma, mi hanno sempre fatto almeno muovere per andare in bagno, per alzarmi dal letto al divano e quindi non ho perso tantissimo. Anche la fisioterapia è durata un mesetto e poi ho ripreso in bici quasi in contemporanea, quindi dopo un mese già pedalavo. A Natale ho iniziato la mia preparazione e quello è stato un bellissimo regalo che aspettavo molto…


Quando hai ripreso a gareggiare, in che condizioni eri?
Sono andata alla Vuelta a Extremadura in una condizione proprio di base. Non avevo nelle gambe la possibilità di competere con chi era già in forma, anche se nel complesso non ero andata malissimo. Ho fatto fatica, ma mi serviva anche per capire a che punto ero.
Sei poi arrivata alla partenza della Vuelta con solo tre giorni di gara. La condizione è arrivata nel corso della settimana?
Io sono arrivata alla Vuelta con più dubbi che certezze. Avevo fatto un ritiro in altura per prepararla, perché comunque ci tenevo visto che sapevo che si concludeva sull’Angliru e ci tenevo a fare bene. Ma nessuno era convinto di quel che avrei potuto fare, io in primis. Dalla prima tappa la condizione è salita tanto, la Barbara dell’ultimo giorno era completamente diversa da quella del primo. Mi ha però aiutato, quando ero in altura, provare a simulare le corse, quindi fare tanto dietro moto e lavori specifici per arrivare al meglio possibile.


Ti ha aiutato anche il fatto che l’Angliru fosse proprio alla conclusione della Vuelta?
Sicuramente – ammette Malcotti – anche perché è una mia caratteristica migliorare nelle corse a tappe col passare dei giorni. Riesco a recuperare meglio di tante altre, quindi penso che essendo stato l’ultimo giorno ho avuto quel qualcosa in più, anche se devo dire che son partita sull’Angliru ancora con tanti dubbi, perché il giorno prima, su una salita completamente diversa, avevo preso una bella imbarcata, quindi non sapevo cosa mi aspettasse.
Tu dal fine settimana sarai al Giro d’Italia. Come ci arrivi, sia dal punto di vista fisico che morale?
Sicuramente rispetto alla Vuelta con molte più certezze. Conosco i miei limiti e sono consapevole però anche della mia forma e delle mie condizioni. Sto abbastanza bene, in maniera ben diversa da quella di inizio mese se devo essere onesta. Dopo la Vuelta sono tornata in altura per crescere ancora e cercare di arrivare al Giro con quel qualcosa in più. Vedremo se siamo riusciti ad ottenerlo. Il Giro mi è rimasto nel cuore dopo l’ottavo posto dello scorso anno e quindi spero di riuscire a fare bene.


Il fatto che arrivi al Giro con molte meno giornate di gara rispetto alle avversarie può anche essere un vantaggio?
Non correre tanto mi ha permesso di arrivare un po’ più riposata rispetto alle altre. Comunque la Vuelta è stata una corsa importante, abbastanza tosta, di fatica ce n’è stata sicuramente tanta, ma non avendo fatto tutte le gare che fanno le altre, soprattutto tutta la Campagna del Nord, potrebbe darmi quel qualcosa in più.
Com’è il percorso del Giro per te?
Non essendoci la crono pura, ma una cronoscalata mi piace molto. Ho provato delle tappe nel Cadore e poi le ultime due tappe. Ho scelto di fare altura al Sestriere proprio per testarmi al Colle delle Finestre. E’ un Giro che mi si adatta, questo è il motivo per cui sì, sono andata alla Vuelta cercando, dopo aver visto l’Angliru, di fare bene, ma era propedeutico per la corsa rosa.


Ti vedremo poi al Tour?
Sì, non so ancora se per le tappe o da capitana, ma di sicuro faccio la tripletta. Per me non è un’impresa perché già lo scorso anno lo avevo fatto, ma non è certamente lo stesso valore che ha per gli uomini, è fattibile secondo me. Ovviamente, non avendo gareggiato tanto come l’anno scorso, posso arrivare al Tour con una condizione migliore rispetto a quella che avevo l’anno scorso, quando sinceramente ero un po’ cotta…


Hai trovato la Vuelta un po’ diversa rispetto agli scorsi anni?
Era un po’ più lunga e sicuramente più tosta rispetto al passato. Di solito c’è una tappa dura, ma le altre sono più per velociste o comunque un gruppo ristretto, ma il livello si è alzato talmente tanto che siamo arrivate sempre in gruppo ristretto, tranne le ultime due tappe.
Che cosa ha detto la squadra della tua prestazione, considerando quel che c’è stato prima?
Noi siamo arrivati lì con l’obiettivo top 10 e se fosse arrivata una top 5 sarebbe stato un sogno. Tutti erano felici, soprattutto perché sull’Angliru ha vinto la mia compagna Stiasny e penso che sia stato uno dei giorni più indimenticabili per la storia del team. Io ho fatto la mia parte e va già bene così.