Un anno prima di Narvaez e forse spianandogli la strada, Pavel Sivakov si è lasciato alle spalle la Ineos Grenadiers ed è approdato al UAE Team Emirates, la squadra di Pogacar. Il russo con passaporto francese, che nel 2017 vinse il Giro d’Italia U23 e poi a seguire il Polonia, la Vuelta a Burgos e il Tour of the Alps, ha accettato la nuova sfida rendendosi conto che avrebbe avuto più spazio nella squadra di Gianetti di quanto ne abbia mai avuto con i britannici.
Proprio parlando con Sivakov, si coglie lo spirito della UAE Emirates che vince nonostante le ferite. La squadra numero uno al mondo ha scoperto al Giro di poter essere fragile, ma ha dimostrato quel che si è sempre detto per riassumerne la forza: i suoi gregari potrebbero essere capitani in qualsiasi altro team. Le vittorie di Narvaez e quella di Arrieta, supportati da compagni formidabili, non sono state per caso.


Con o senza Tadej
Il suo essere francese e forte avrebbe smosso l’interesse della Decathlon, in cerca di un supporto più solido per Seixas. Secondo L’Equipe l’offerta di un triennale a partire dal 2027 sarebbe stata già ricevuta, ma per ora non se ne parla. Le sfide che lo attendono sono alte ed è bene restare concentrati.
«La stagione non è cominciata molto bene a dire il vero – racconta Sivakov – non ho mai avuto le migliori sensazioni. Da corridore, pensi sempre di superare le difficoltà e di sentirti meglio, ma per me non è successo. Sono grato alla squadra per avermi permesso di recuperare e riposare dopo il ritiro alla Parigi-Nizza».
E’ tornato alle corse all’Amstel, poi ha proseguito con Freccia Vallone, Liegi e Romandia: le ultime due in appoggio a Pogacar che ha vinto. Ma la UAE Emirates non è solo Pogacar e il Giro lo conferma. Del resto, basta scorrere il programma del campione del mondo, per rendersi conto che le giornate di gara senza di lui sono davvero tante. Nonostante sia stato fermo per un mese dopo la Parigi-Nizza, Sivakov ha 24 corse nelle gambe: Pogacar che non ha avuto intoppi è fermo a 11.


Ti piacerebbe fare il suo calendario?
Magari potessi (sorride, ndr), ma non sono sempre con lui. Ho un mio programma che abbiamo discusso con Matxin e con la squadra all’inizio della stagione, poi a causa delle mie sensazioni negative, abbiamo dovuto cambiare qualcosa e saltare il Catalogna. Ho corso nuovamente con Tadej alla Liegi e al Romandia e mi piace farlo. Onestamente, è fantastico, ma non incide molto sul lavoro. La preparazione non cambia, mi alleno sempre allo stesso modo: quello che cambia è solo il modo in cui corriamo.
Da talento negli under 23 a super gregario e leader quando si può: come descriveresti la tua crescita?
Credo che come corridore e anche come persona si migliori di anno in anno. Si continua a imparare, credo si continui a farlo sino alla fine della carriera e della stessa vita. Si impara sempre qualcosa di nuovo ogni giorno e io ho cercato di fare proprio questo. Ovviamente a un certo punto, fisicamente si raggiunge un limite, ma continuo a sentirmi giovane. Forse sono vecchio rispetto ai ragazzi che stanno diventando professionisti, ma credo che i migliori anni debbano ancora venire.
Hai mai pensato che la tua carriera sarebbe potuta andare diversamente?
Non ho particolari rimpianti. La vita è come un libro, ci sono tanti capitoli e ogni capitolo arriva al momento giusto. Da giovane avevo questo talento ed è stato fantastico, ma bisogna saper cambiare e adattarsi. Il passato non si può cambiare, ma si può continuare a migliorare e a imparare. E non credo che mi manchi qualcosa, perché altrimenti non sarei qui.


Sei stato uno dei primi corridori a passare al professionismo da un devo team: credi che oggi sia il modo più efficace per avviare una carriera?
Credo di sì. Ormai i team cercano corridori sempre più giovani, il problema sorge semmai quando il corridore di un devo team firma per una squadra diversa. Io fui un po’ criticato per questo, per il mio passaggio dalla BMC Development al Team Sky. Ma penso che questa sia la strada giusta oggi più di allora, perché adesso i corridori arrivano al professionismo prestissimo quindi avere intorno queste strutture rende tutto più facile.
Team SKY e UAE Emirates sono le due squadre che hanno cambiato il ciclismo negli ultimi vent’anni: ci sono punti di contatto secondo te?
Sono davvero grato, mi sento davvero fortunato di essere stato in queste due squadre. Il Team SKY era una squadra britannica, mentre qui c’è una cultura un po’ italiana e un po’ spagnola. Però a parte questo, la voglia di vincere è presente in entrambe le squadre: si vuole primeggiare, fare secondi o terzi non interessa. E per vincere si lavora sodo. Forse è diverso anche l’approccio.
In che senso?
Direi che forse il Team Sky è più focalizzato su qualcosa di più rigido, più strutturato, mentre alla UAE Emirates c’è un po’ più di rilassatezza. Entrambi gli approcci però funzionano e portano a ottimi risultati. Si può vedere da come si comportano i team, come si comportava il Team Sky prima e come stiamo facendo ora qui come squadra numero uno al mondo. E’ stato fantastico far parte di questi due progetti diversi.


E Pavel Sivakov con quale approccio si trova maggiormente a suo agio?
Domanda difficile, credo di preferire un mix di entrambi. Ho cambiato squadra nel momento più giusto della mia carriera. Forse avevo bisogno di qualcosa di un po’ più rilassato e, per come stanno andando le cose qui dopo aver lasciato il Team Sky, non ho nulla da obiettare su questa squadra. Ma quella è stata un’esperienza davvero positiva. Ho imparato molto, soprattutto su come fare bene le cose nonostante fossi molto giovane.
Invece alla UAE Emirates?
Sono arrivato qui al momento giusto: Gianetti e Matxin ci gestiscono benissimo, ci ascoltano e sanno come gratificare i corridori. Perciò non credo ci sia un approccio migliore, perché entrambi sono stati positivi.
Che cosa significa essere nella squadra numero uno al mondo?
Significa molto: non ci penso spesso, ma è così e forse me ne renderò conto meglio quando mi sarò ritirato. Arrivare nella squadra migliore al mondo può essere il traguardo di una carriera.


Correre con Tadej significa anche imparare qualcosa da lui oppure è talmente speciale che non c’è niente da imparare?
Penso che sia talmente speciale – sorride Sivakov – che non c’è niente da imparare. Tadej è un alieno nel ciclismo, è come se venisse da un altro pianeta. Forse si può imparare dal suo approccio al ciclismo e alla vita in generale. Penso che per i corridori più giovani possa essere un esempio anche su questo. Nonostante sia una superstar, rimane sempre una persona molto semplice. E trovo sbalorditivo il modo in cui gestisce tutta la pressione che lo circonda.
Come fa?
Non lo so. In bici lo vedono tutti che è semplicemente un gradino sopra gli altri e, se provi a imitarlo, potresti sbattere contro un muro. Ma per il resto e per quello che vedo, sono davvero impressionato dal modo in cui fa le cose. Lo trovo pazzesco.