POTENZA – Fa un freddo cane e piove. Arrivano e non riescono a parlare: labbra che tremano, massaggiatori che faticano a infilargli mantelline sempre più strette. E’ stata una tappa cattiva e pazza, con un finale di cadute ed errori di cui si potrebbe persino ridere se non fossero stati causati da braccia incapaci di tenere fermo il manubrio e gambe intirizzite. Ciccone ha il casco rosa sopra a una maschera trasfigurata e sporca. L’unico giorno in maglia rosa della carriera si è convertito in un supplizio e il sogno che ieri gli aveva reso dolce la serata gliel’ha strappato di dosso un ragazzino portoghese che quella maglia non sa quasi cosa sia.
«Penso che oggi non sia stata la giornata migliore – dice Ciccone – per indossare la prima maglia rosa. Questa di Potenza è stata una delle giornate più difficili e snervanti della mia vita in bicicletta. Anche per il meteo, che a tratti è stato davvero pazzo. Ho sofferto molto il freddo e penso che si veda anche dalla mia faccia, che è quasi blu. Come ho già detto stamattina, siamo qui senza una squadra per difendere una maglia di leader».


Eulalio come Arroyo
Chissà se Ciccone pagherà questa giornata balorda, passata a tirare in testa al gruppo. Alle sue spalle, Vingegaard non ha fatto il minimo cenno di dargli una mano, allo stesso modo Pellizzari e la Red Bull. A loro non importava che la maglia la prendesse Eulalio: il loro obiettivo è più alto e forse qualcuno avrebbe potuto suggerire all’abruzzese di sollevare il piede dal gas, lasciando ad altri la patata bollente. Anche Arroyo nel 2010 era un signor nessuno prima di azzeccare la fuga dell’Aquila, poi Basso dovette sudare sette camicie per recuperare quei dieci minuti e vincere il secondo Giro. Ora Vingegaard ha 6’22” di ritardo dal nuovo leader, magari gli basterà poco, ma dovrà riguadagnarli.
«Avrei voluto davvero tenerla più a lungo – ribadisce Ciccone – ma non abbiamo potuto fare più di così. Devo ringraziare Derek Gee, perché è qui con grandi ambizioni di classifica, eppure mi ha aiutato molto, dandomi supporto, portandomi i rifornimenti e la mantellina venendo verso Potenza. Non potevo chiedergli di più…».


Il rodeo di Potenza
La tappa di Potenza l’ha vinta Igor Arrieta, ragazzino di 23 anni del UAE Team Emirates che aveva già vinto ieri con Narvaez la tappa di Cosenza. E’ capitato spesso nella storia del ciclismo che i corridori privati del loro capitano si siano trasformati in leoni, ma oggi l’impeto dello spagnolo si è snodato lungo il filo di un finale da follia.
Sopravvissuto ai quasi quattromila metri di dislivello della tappa, Arrieta è caduto in discesa mentre cercava di staccare Eulalio. Si è rialzato e si è lanciato all’inseguimento, ma la sua bici ha perso aderenza in un paio di occasioni. E quando ormai pensava alla volata, ha sbagliato strada, infilandosi per qualche metro nella rampa sbagliata. Infine, quando ormai sembrava tutto perduto, la caduta di Eulalio al comando ha rimescolato tutto. E Arrieta, tornato sul portoghese dolorante, lo ha battuto in una volata fra uomini sfiniti.
Quando parla ha le labbra che battono per il freddo, al punto che Valerio Bianco, incaricato di RCS di seguire la conferenza stampa, gli passa la propria giacca e lentamente Arrieta smette di tremare.
«E’ stata una giornata durissima per il freddo – commenta il vincitore – e folle per via del tempo. All’inizio non era così, ma alla fine, con la lunga discesa, ho sofferto tantissimo. E’ stato difficile perché le radio non funzionavano e non sapevamo chi fosse in testa al gruppo. Eravamo in 20 e ho pensato che qualcuno avrebbe attaccato sulla salita più ripida, così ho anticipato, seguito da Eulalio. Abbiamo collaborato per arrivare insieme a Potenza, ma sono caduto. Poi è caduto lui. E quando alla fine ho visto che anche lui soffriva, ho pensato di potercela fare ancora e alla fine ce l’ho fatta».


Tappa o maglia?
E’ tutto molto relativo. Ieri Ciccone ha paragonato la maglia rosa a una vittoria, oggi Eulalio non lo dice, ma forse pensa che avrebbe preferito vincere la tappa. Annuisce e gestisce domande e risposte con grande spontaneità. Ha un anno più di Arrieta e nel sentirne le risposte ha sorriso, condividendo le stesse sensazioni.
«Il piano stamattina – dice Eulalio – era di dare il massimo per la vittoria. Sapevamo di essere a un solo minuto dal leader, ma l’obiettivo era vincere. Solo in finale ho cominciato a pensare alla maglia rosa. Penso che non sia un sogno, ma è pazzesco. Sono appena arrivato al World Tour, prima mi divertivo con la mountain bike.
«Alcune squadre in Portogallo mi hanno chiesto di provare la bici da corsa e ora sono qui al Giro e indosso la maglia rosa. Non so come stiano le gambe e il mio corpo, ma di sicuro ho ancora molto da imparare e devo capire come correre. Non ho l’esperienza del mio capitano Damiano Caruso…».


La scommessa con Caruso
Dice che trova più divertente correre nel fuoristrada, ma probabilmente saper controllare la bici sui fondi scivolosi, gli ha permesso di salvarsi nelle mille curve del finale. Anche la Bahrain Victorious ha perso il suo leader e senza Buitrago in corsa, gli altri si sono messi in caccia di buone occasioni, con la regia di Caruso.
«Damiano è il mio capitano – sorride Eulalio – Santiago (Buitrago, ndr) era il leader della squadra. Dispiace che non sia più qui con noi, perché aveva lavorato duramente per arrivare nella migliore forma possibile. Damiano è una delle persone migliori della squadra e io ho cercato di afferrare il più possibile da lui e di imitarlo. Prima del Giro, ho fatto un ritiro con lui sul Teide per prepararmi. Mi ha detto che se vincerò due tappe al Giro, firmerà un prolungamento di contratto (Caruso ha annunciato dallo scorso anno che questo sarà il suo ultimo anno in gruppo, ndr). Oggi sono andato vicino a vincere la prima, ma è andata male. Però ci riprovo: non voglio che Caruso si ritiri».


Lo sprint più lento
Della tappa sfumata sorride come uno che non aveva più altro da dare. Dopo la caduta è parso dolorante e quando Arrieta lo ha ripreso, Eulalio ha dato la sensazione di non potersi opporre a un destino già scritto.
«Sono caduto – ricorda – ma il meccanico è stato velocissimo. Ho controllato la bici, poi ho guardato di lato ed ero già pronto a ripartire. E’ stato un momento pazzesco in cui non mi sono reso conto di nulla. Volevo solo continuare per vincere e alla fine è arrivata la maglia rosa. Non sono neanche sicuro che si possa parlare di uno sprint. Siamo arrivati a Potenza completamente esausti ed è stato uno degli sprint più lenti della storia. Ora abbiamo molti minuti da difendere sugli altri corridori, ma la cronometro è troppo lunga e io non sono così bravo. In più nel weekend ci saranno tappe durissime».
Quando si alza e lascia la stanza, fuori il cielo si è parzialmente rischiarato. Lo attende un trasferimento di 60 chilometri fino all’hotel di Contursi Terme, poi finalmente verranno i massaggi e il meritato riposo. Domani fra Paestum e Napoli il dislivello sarà di 680 metri: al contrario di Ciccone, probabilmente Eulalio ha scelto il giorno giusto per vestirsi di rosa.