Sarà più facile raccontarlo una volta iniziato, che immaginare sin d’ora scenari e prospettive. La presentazione delle squadre di mercoledì a Burgas, sulle spiagge del Mar Nero, lancerà il Giro d’Italia 2026: il primo senza un ammiraglio al timone e con la maglia rosa dei quattro sponsor.
Dopo Cougnet e Torriani, Castellano, Zomegnan, infine Mauro Vegni (che al disegno del prossimo Giro ha avuto parte), presa nota delle voci che vorrebbero Nibali al centro della scena, la corsa rosa partirà senza la più classica figura di riferimento, che al Tour è Christian Prudhomme e alla Vuelta Javier Guillen. Qualcuno con cui parlare di ciclismo e temi pratici al villaggio di partenza o con cui affrontare un approfondimento derivante da quel che la corsa proporrà nelle tre settimane. Il suo nome sarà annunciato in Bulgaria? Staremo a vedere.


Capitan Vingegaard
Dovendo e volendo immaginare lo svolgimento della corsa, in cima alla catena alimentare va collocato Jonas Vingegaard. Difficile dire se il danese abbia ragionato come Roglic, il quale dichiarò in tempi non sospetti che il solo modo rimastogli per vincere grandi corse fosse andare in quelle senza Pogacar. Se si sia concentrato sulla possibilità di ottenere la tripla Corona prima del campione del mondo, avendo già vinto per due volte il Tour e nel 2025 anche la Vuelta. Se, come hanno spiegato i suoi tecnici, il Giro prima del Tour gli dia la giusta base di lavoro per arrivare meglio alla sfida francese. O se infine abbia ricevuto un profumato invito su cui ha poggiato tutte le motivazioni precedenti.
Sta di fatto che il leader della Visma Lease a Bike, come tutti coloro che siano riusciti in precedenza a essere protagonisti del Tour, sarà l’uomo da battere e avrà attorno una squadra di grande solidità, in cui pedalerà anche Davide Piganzoli: corridore da non perdere di vista.


La carta Pellizzari
Accanto a Vingegaard ci piace immaginare che Giulio Pellizzari, fresco vincitore al Tour of the Alps, possa fare la sua parte puntando al podio e sperando ovviamente in meglio. I ragionamenti che ci ha affidato Paolo Artuso e che abbiamo pubblicato sabato sera fanno pensare che la sfida sia possibile e che il marchigiano, affiancato da Jai Hindley, possa contendere la leadership del danese con cui si è confrontato all’ultima Vuelta, chiusa al sesto posto in cui tuttavia non aveva mire di classifica.
A ben vedere, Vingegaard dovrà vedersela con la coppia Red Bull-Bora, ma anche quella della Netcompany-Ineos (così si chiamerà la squadra britannica proprio a partire dal Giro) illustrata stamattina da Leonardo Basso. Per il resto avrà a che fare con una serie di clienti certamente scomodi, con nobili trascorsi e un presente ancora al di sotto delle righe. Derek Gee, come pure Ben O’Connor, Enric Mas e Adam Yates, Christen, Storer, Gall, Buitrago e Caruso potrebbero determinare una serie di situazioni tattiche imprevedibili.
Al novero dei corridori da seguire ci piace aggiungere anche Giulio Ciccone, che ha già detto di non voler puntare alla classifica, ma che lo scorso anno fino alla caduta di Gorizia ne carezzava l’eventualità. Ci sarà da capire se la Visma-Lease a Bike sarà al Giro per schiacciare la corsa o cercherà di vincere col minimo sforzo, avendo in testa soprattutto il Tour.



L’immagine del Giro
Non è detto che per avere una bella corsa servano i migliori attori del cast, che comunque aiuta. Il Giro d’Italia del 1994 vedeva al via Miguel Indurain che negli ultimi quattro anni aveva vinto tre Tour e due Giri, poi una serie di nomi dal grande passato e dal presente da interpretare come Bugno, Chiappucci e Tonkov. Ne venne fuori una delle corse più belle che il pubblico italiano ricordi, con la vittoria di Berzin e Pantani, che si rivelò anche al mondo del professionismo, che mise in croce il grande spagnolo nell’indimenticabile tappa di Aprica.
Anche quest’anno abbiamo lo straniero fortissimo, sfidanti da interpretare e un giovane italiano che sta crescendo con passi solidi. Potrebbe esserci quello che serve per dare luce alla sfida, senza però dimenticare che il Giro d’Italia ha bisogno di un progetto a lungo termine su cui poggiare la sua grande storia. Altrimenti anche la sua immagine di corsa più bella del mondo nel Paese più bello del mondo rischia di uscirne sfocata, con le inevitabili (a quel punto) defezioni dei grandi corridori, attratti come falene dalla forte luce del Tour che sarà pure una macchina da soldi, tuttavia mantiene una potentissima identità tecnica.
Il fatto di avere quattro sponsor sulla maglia (Io sono Friuli Venezia Giulia, Altograno, ENIT e Masaf-La Cucina Italiana) è il frutto di una grande ricerca di mercato o spia della difficoltà nel trovare un nome più grande cui legarla?