Il Tour de l’Avenir cambia e per la categoria U23 segna un’epoca. Perché un conto è, come sarà da quest’anno, una gara fra i vari devo team, una sorta di copia in piccolo del Tour de France, un altro la sfida fra nazionali, cosa che aveva qualcosa di epico. La storia della corsa a tappe francese (foto di apertura Getty Images) dice chiaramente che chi lo vince (o ci va vicino) è quasi sempre destinato a carriere luminose fra i pro’.
Non serve ripercorrere tutta la vita della corsa, basta analizzare gli ultimi 10 anni per comprovare la tesi. Sin dal 2016, quando l’Avenir incoronò il padrone di casa David Gaudu. Uno specialista puro delle corse a tappe, diventato presto leader della sua squadra Groupama, che su di lui ha investito tanto, arrivando al punto di prendere le sue parti quando la coesistenza con Arnaud Démare si è fatta insostenibile. Quello vinceva, e tanto, ma solo nelle volate, Gaudu poteva invece realizzare il sogno atteso dal 1985, riconquistare il Tour. Il problema è che siamo rimasti nel campo del “poteva”…


Gaudu e un podio sfortunato
Un’edizione per certi versi sfortunata quella, chi ne è uscito sugli scudi non è riuscito poi a coronare i suoi sogni. Edward Ravasi, secondo, ha cercato a lungo spazi fra i pro’, fino a ritirarsi alla fine dello scorso anno. Peggio è andata all’americano Adrien Costa, terzo, vittima di un grave incidente in un’escursione in montagna nel 2018 costatagli l’amputazione della gamba destra.
2017 e 2018. Anni nei quali la vittoria al Tour è stata solo il prologo del successo più grande. Bernal, vincitore nel 2017, di Tour ne avrebbe potuti vincere ancora senza quel terribile incidente del gennaio 2022 dal quale si è miracolosamente ripreso a prezzo di enormi e lunghissimi sacrifici, non tornando ancora però il potente scalatore di prima.


La prima avvisaglia dell’imperatore
Il 2018 è l’anno di Tadej Pogacar, che prende da lì lo spunto per volare fra i pro’ e diventare il vincitutto che conosciamo. Ma sono anni anche amari considerando le parabole interrotte troppo presto di Bjorg Lambrecht, secondo dietro Bernal e di Gino Mader, terzo nell’anno dello sloveno, corridori che stavano lavorando per ripetersi anche fra i grandi.
Nel 2019 a spuntarla è il norvegese Tobias Foss, che fra i professionisti si è messo in evidenza più come grande interprete delle prove contro il tempo arrivando a conquistare la maglia iridata nel 2022 piuttosto che come specialista delle corse a tappe. Alle sue spalle finisce Giovanni Aleotti, che il suo spazio fra i pro’ se lo è trovato, ma che ancora oggi cerca la sua dimensione e identità militando in un team di spicco come la Red Bull-BORA-hansgrohe.


Johannessen e Uijtdebroeks, pronti al colpo
Saltato il 2020 per il Covid, è ancora la Norvegia a contrassegnare la storia dell’Avenir, vincendo nel 2021 con Tobias Halland Johannessen davanti allo spagnolo Carlos Rodriguez e al nostro Filippo Zana. Tre corridori che si sono poi distinti anche nella categoria maggiore, chi più chi meno, chi in un periodo e in una specialità e chi nell’altra. Ma Johannessen è l’uomo di maggior spicco, considerato un ottimo passista-scalatore già quinto al Tour dello scorso anno.
Il Tour deve ancora affrontarlo Cian Uijtdebroeks, vincitore nel 2023, ma delle sue qualità nessuno dubita, semmai il suo percorso fra i pro’ spesso interrotto da infortuni e problemi fisici gli ha finora impedito di confermare le tante aspettative su di lui. In quell’anno Uijtdebroeks interrompe il dominio norvegese, battendo Johannes Staute-Mittet, ma certo colpisce come il Paese dei fiordi sia sempre in grado di produrre talenti capaci soprattutto di eccellere quando la strada si rizza sotto le ruote.


Italia sempre vicina al giallo, ma…
Come si vede, anche l’Italia ha avuto più presenze sul podio anche se la vittoria manca da oltre 50 anni, dal 1973 di Giovanbattista Baronchelli. Ci si è andati vicino nel 2023, con Giulio Pellizzari e Davide Piganzoli autori di una corsa strepitosa, trovandosi però di fronte un inatteso messicano, quell’Isaac Del Toro che da lì avrebbe intrapreso la sua strepitosa crescita fino a diventare il delfino di Pogacar.
Siamo ormai alla contemporaneità, ma quello del 2024 è un anno che ancora ha il sapore delle grandi promesse tutte da realizzare. Certamente Joseph Blackmore, il vincitore, il talento lo ha già mostrato, quell’anno aveva portato a casa vittorie al Circuit des Ardenne e ai Tour di Rwanda e Taiwan, ma la sua crescita si è improvvisamente arrestata da problemi fisici dopo l’infortuno al ginocchio alla Liegi 2025 tanto che quest’anno non si è ancora visto ed esordirà ogg all’Amstel. Dietro sono finiti lo spagnolo Pablo Torres, che sta crescendo all’ombra di Pogacar e l’olandese Tijmen Graat, che invece è vicino a Vingegaard.


Chi sarà l’erede di Seixas?
Nell’edizione scorsa la vittoria è andata a Paul Seixas e del francese ormai si sa già tutto, comprese le grandi speranze che poggiano sulle sue spalle, ma quelli che gli hanno fatto compagnia sul podio non sono da meno: il belga Jarno Widar e il norvegese Jorgen Nordhagen hanno già dimostrato che non sono fra i pro’ come elementi da ultime file e sono pronti ad azzannare i grandi successi. Ora non resta che attendere la nuova edizione con un italiano in maglia iridata che punta a seguire le stesse orme, prima di salire nella massima serie. Finn lo scorso anno è stato quarto, ma aveva promesso di riprovarci, staremo a vedere.