ROUBAIX (Francia) – Lo avevamo scritto alla vigilia di questo fine settimana di Parigi-Roubaix: l’ultimo italiano a vincere la gara under 23 (la Paris-Roubaox Espoirs) era stato Filippo Ganna in maglia Colpack-Ballan. La statistica ora però è da aggiornare, perché Davide Donati ieri ha regolato un gruppetto di dieci corridori, imponendosi all’interno del velodromo che ora gli sembrerà il più bello del mondo.
«Ecco, Ganna per l’appunto – ci dice con ancora negli occhi l’incredulità di quanto accaduto – l’ho incontrato in aeroporto a Linate, a entrambi avevano cancellato il volo. Ci ho parlato un po’ ed è stato bello, mi ha trasmesso grande tranquillità, che sono riuscito a trasportare qui in gara».




Sentirsi forti
Davide Donati vive momenti concitati una volta finita la corsa, perché non si sa ancora chi abbia vinto. Serve il fotofinish per decretare il vincitore e intanto il tempo passa. Chiede a tutti, in inglese, poi ci guarda e in italiano ci dice: «Quindi?». Vorremmo dargli la risposta, ma la realtà è che nessuno sa nulla. Il verdetto arriva: «Il vincitore è Davide Donati», un secondo di silenzio e parte la festa.
«Era un obiettivo che avevo dall’anno scorso – ci dice sul prato del velodromo – quando ho capito che si doveva provare almeno una volta questa gara prima di vincerla. Sentivo di poterlo fare, sono stato uno dei più forti in gara, sul pavé chiudevo su tutti e ho tirato spesso. Nella passata edizione avevo peccato di inesperienza, questa volta sapevo dove mettere le ruote e chi seguire. Ho rischiato, perché non si possono assecondare tutte le mosse, ma alla fine ho corso perfettamente.
«E’ una corsa che ha sfornato diversi campioni – prosegue – e vedremo nel futuro. Mi piacerebbe anche vincere quella dei professionisti, con i nomi che ci sono ora è difficile, ma continuerò a lavorare per realizzare questo sogno».




Freddezza
Nella curva a destra che dalla strada porta i corridori all’interno del velodromo il cambio di terreno e la pendenza portano un corridore della Visma Lease a Bike Development a scivolare. Si crea così un piccolo gap fra tre corridori e gli altri sette. Tra i corridori avvantaggiati c’è Davide Donati, a chiudere il terzetto. Passano sotto l’arrivo, poi sulla curva ed entrano negli ultimi 400 metri. Il bresciano della Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies continua a guardare dietro e aspetta, aspetta fino a quando la volata parte.
«Siamo stati sempre davanti – analizza – perché volevamo avere il controllo della gara e saltare su ogni azione pericolosa. Con il passare dei chilometri siamo rimasti sempre meno, fino a quando si sono avvantaggiati due gruppetti. Noi favoriti eravamo tutti insieme, quindi siamo rimasti sulle ruote. Sul Carrefour de l’Arbre siamo rientrati e di forza siamo arrivati fino al velodromo. Una volta sulla pista volevo stare davanti, quindi sono entrato in testa. Così facendo ho evitato la caduta. La volata è partita lunga, lunghissima, con Donwoody (poi secondo, ndr) che si è lanciato presto. Per un momento ho temuto di non riprenderlo, invece è andata bene».




La pietra
Lo lasciamo andare al podio, dal quale scende qualche minuto dopo pieno di targhe e premi, tra questi c’è la pietra dedicata al vincitore della Roubaix Espoirs. Un ricordo che andrà di diritto in cima alla bacheca dei premi in camera di Davide Donati, anche perché non capita tutti i giorni di uscire vincitori dall’Inferno del Nord.
«Scendere dal podio della Roubaix con la pietra in mano fa un certo effetto – dice ridendo – pesa abbastanza. Penso che ci vorrà ancora qualche giorno prima di realizzare, allora potrò godermela con calma. Tanto avrò tempo, visto che ora staccherò dopo il primo blocco di gare.
«Oggi ho vinto in volata, c’è chi mi definisce sprinter, ma non mi piace come etichetta perché non sono solo questo, sono ancora da scoprire».