Quale valore ebbe nella storia del Giro d’Italia la vittoria nel 1930 di Luigi Marchisio, ventun anni, il più giovane vincitore della maglia rosa, almeno fino all’arrivo nel 1940 dell’altro piemontese Fausto Coppi?
Sarebbe certo interessante poterlo chiedere all’allora direttore della Gazzetta dello Sport (Emilio Colombo) e al fondatore della Legnano (Emilio Bozzi), che alla vigilia della 18ª edizione della corsa si sentì chiedere proprio da Colombo di lasciare a casa il suo capitano Alfredo Binda.


Il cannibale Binda
Il campione di Cittiglio aveva dominato quattro edizioni – nel 1925 e poi consecutivamente dal 1927 al 1929 – e i corridori e le squadre avversarie avevano iniziato a fare pressioni sul giornale organizzatore affinché Binda non venisse invitato. Fra gli argomenti portati da Colombo al commendator Bozzi, c’era che quel modo di correre e di vincere senza lasciare neppure le briciole agli avversari non rendesse una grande pubblicità alla sua marca. Dopo il 1925 in cui vinse soltanto una tappa e la classifica finale dovendo vedersela con Girardengo, Binda vinse 12 tappe su 15 nel 1927, 7 su 12 nel 1928, 8 su 14 nel 1929.
Bozzi prese atto e incredibilmente accettò. E quando Binda andò personalmente a chiedere spiegazioni, Colombo gli disse che sul piano sportivo aveva ragione e per questo gli offrì un indennizzo di 22.500 lire. Tale era infatti la somma in palio per la vittoria del Giro d’Italia. Il campione, che di lì a poco avrebbe conquistato la seconda maglia iridata, fece buon viso a cattivo gioco. Prese quei soldi e nelle tre settimane senza il Giro, se ne andò a cumulare ingaggi all’estero, raddoppiando – dicono – quella cifra. E la vittoria di quel Giro orfano di Binda se la prese, appunto, Marchisio. Quale valore ebbe nella storia del Giro d’Italia quel trionfo ottenuto perché il vincitore annunciato fu pagato per restare a casa?


La rivelazione di Sanremo
Fino alla Strade Bianche, sia pure scherzando, avremmo condiviso l’idea che qualcuno proponesse una soluzione del genere a Gianetti. Ovviamente Mauro non avrebbe accettato né si capisce perché avrebbe dovuto farlo. Tuttavia lo strapotere di Pogacar che aveva appena ottenuto la quarta vittoria senza quasi sudare e sorridendo in cima allo strappo di Santa Caterina (dimostrando che il livello del suo impegno fosse in quel momento elevato ma non massimale) ci era parso quasi irriverente nei confronti degli avversari.
Invece sabato, dopo avergli visto ottenere a quel modo la vittoria di Sanremo, la valutazione dei suoi successi ha cambiato faccia. Il troppo stanca, a meno che non sia l’espressione di una superiorità di cui non si possa fare a meno: quasi imbarazzante quando tutto va bene, ma che resta ugualmente schiacciante quando si cade, si insegue, si cerca di staccare un avversario che non vuole perdere e per vincere si deve dare fondo a tutte le energie. Lo sguardo di Tadej quando realizza di aver centrato la vittoria tanto a lungo inseguita ricorda lo stupore del primo Tour: una spontaneità che nelle vittorie successive si è andata affievolendo.


I punti deboli di Pogacar
La vittoria di Sanremo ha mostrato il Pogacar delle origini, lo stesso che probabilmente troveremo alla Roubaix. Un conto sono le corse che può vincere per manifesta superiorità, un altro sono quelle che lo costringono a cercare la selezione nei dettagli e che probabilmente in questo momento esercitano su di lui il fascino maggiore.
In questo suo impegnarsi sempre per vincere, acquisiscono valore anche le prestazioni di avversari come Vingegaard, Van der Poel, Van Aert e ora Pidcock. Non perché siano condannati a inchinarsi, ma perché la presenza in gara del campione del mondo sloveno li costringe a esprimersi al livello più alto che solo in rare occasioni può bastare per fare la differenza. Perché anche Pogacar ha dei punti deboli, ma per trovarli, approfittarne e strappargli la vittoria bisogna essere al massimo e azzeccare la mossa giusta.
Van der Poel è riuscito a farlo lo scorso anno a Sanremo e a Roubaix, sabato non è stato capace. Vingegaard lo ha battuto in due Tour de France, con grandi prestazioni, approfittando delle sue difficoltà e con un immenso gioco di squadra. E Pidcock che ha detto di non averlo potuto staccare nella discesa del Poggio, perché Tadej la conosceva troppo bene, è andato a sua volta a studiarla metro dopo metro per metterlo in difficoltà?


Un periodo eccezionale
Non serve invocare che Tadej non venga fatto correre, serve invece lavorare come fa lui per essere il migliore. Impossibile dire se sia il più grande della storia e tutto sommato non è una consapevolezza che aggiunga qualcosa alla sua grandezza. I numeri probabilmente gli sono contro, ma il livello del ciclismo attuale, unito a quel che serve per primeggiare davanti ad avversari poco meno che imbattibili, confermano che stiamo vivendo un periodo eccezionale. E si farà meglio a goderne e raccontarlo come merita, magari sperando che nel frattempo maturi coi suoi tempi un giovane rivale (magari italiano) che un giorno sia capace di farlo soffrire.
Perché una cosa è certa: prima o poi anche Pogacar, come a suo tempo Merckx, Hinault e Indurain, inizierà a scoprire il lato più pesante della fatica e troverà qualcuno capace di farlo soffrire. Speriamo che accetti la sfida e non si fermi prima di aver assaporato la sconfitta: in questo modo contribuirà a rendere grande il campione del futuro, come altri in precedenza hanno reso grande lui.