Facciamo un piccolo salto indietro, perché non tutti si sono accorti che all’ultimo Giro di Sardegna, fra coloro che sono stati protagonisti c’è stato anche Jan Michal Jackowiak, polacco della Bahrain Victorious. Da poco diciottenne, proveniente da Torun teatro questo weekend dei mondiali indoor di atletica e città leader in campo sportivo nel suo Paese, Jackowiak ha dimostrato lo scorso anno di essere uno dei migliori prospetti mondiali, sul quale la Bahrain ha fatto un grande investimento di speranze per il futuro.


Un gioiello da modellare con pazienza
Per questo, pur inserito nel devo team, Jacko come già viene chiamato dai suoi compagni ha subito assaggiato il ciclismo dei grandi e le sue esperienze nel team principale non saranno sporadiche, perché i dirigenti sanno di avere tra le mani un autentico gioiello, che lo scorso anno ha vinto la Corsa della Pace, è stato bronzo mondiale ma soprattutto, cosa davvero inconsueta, non è quasi mai uscito dalla Top 10, pur gareggiando molto a livello internazionale fra gli junior.
Per questo Jackowiak è diventato un personaggio da tenere sotto osservazione come uno dei campioni di domani, magari per ora meno debordante rispetto a Seixas ma in prospettiva considerabile alla sua stessa altezza.


Ti aspettavi un inizio così ricco di risultati al tuo esordio alla Bahrain?
Questa era la prima gara da Under 23 e mi sono trovato di fronte a diverse novità, come le comunicazioni radio e tappe piuttosto lunghe rispetto al livello juniores. Gareggiavamo con corridori di livello mondiale, quindi c’era un grande punto interrogativo su cosa avrei potuto fare in gara. La Top 10 era un obiettivo che volevo raggiungere, era un buon risultato, partendo dall’affrontare una tappa alla volta e dare il massimo ogni giorno. Gli altri però avevano già corso parecchio in questa stagione, per me era la prima gara dell’anno, quindi è stata anche una bella sfida. D’ora in poi le aspettative potrebbero essere un po’ più alte, ma questo è il prezzo da pagare…
Come sei arrivato al ciclismo?
A 11 anni, con la mountain bike nei fine settimana, divertendomi un po’ nei boschi. Gradualmente, ho provato anche la pista e il ciclocross, poi la strada è stata il passo successivo, ma era tutto solo divertimento, non sono andato in bicicletta seriamente per i primi tre o quattro anni. Poi sono diventato un po’ più competitivo e più capace di pensare al risultato. Così gradualmente è diventato tutto più intenso di pari passo con la convinzione di quello che voglio fare.


Chi è stato fondamentale nella tua scelta?
Innanzitutto Copernicus, l’accademia fondata da Kwiatkowski e mio padre insieme. E’ lì che ho iniziato e gradualmente la mia vita è diventata sempre più incentrata sul ciclismo, ho passato sempre più tempo in sella, ho partecipato ai primi training camp con il gruppo, è successo tutto in modo naturale.
La cosa più sorprendente della tua stagione da junior è che non sei mai uscito dalla top 10. Qual è il tuo segreto?
Non essere mai sovrallenato, essere sempre pronto a lavorare sul posizionamento, essere in grado di affrontare diversi tipi di gare essendo sempre competitivo, che si tratti di una classica, di una corsa di un giorno in salita o di una corsa a tappe, semplicemente migliorare in generale come ciclista in diversi ambiti. Quindi l’obiettivo era essere il più costante possibile, il che significava anche non sovraccaricarsi e accumulare molta esperienza, essere sempre presente. Questa era la sfida. Contro le grandi squadre, che lavoravano bene insieme, spesso mi ritrovavo da solo nel finale, quindi non era sempre possibile vincere, ma io c’ero, questo contava.


Consideri il terzo posto ai Campionati del Mondo positivo o negativo?
Positivo, senza dubbio. All’inizio dell’anno abbiamo definito gli obiettivi, chiari: la Corsa della Pace e i campionati del mondo e forse anche i campionati nazionali. Quindi salire sul podio in Ruanda, vincere la Peace Race, il titolo nazionale e sorprendere un po’ tutti alle classiche belghe di primavera. E tutto questo siamo riusciti a realizzarlo. Probabilmente, ripensando alla corsa di Kigali, ci sono diversi modi di affrontare una gara e non si sa mai come andrà a finire. Ma sono contento che avessimo un piano, che abbiamo eseguito e che ha portato a un bronzo.
Hai ottenuto ottimi risultati nelle corse a tappe e anche nelle classiche. Cosa preferisci fra i due contesti?
Credo che, da junior, non si debbano avere preferenze. Le salite e le corse a tappe sono il mio punto di forza. Preferibilmente con una tappa con cronometro. Magari ho una leggera preferenza per le corse di più giorni, ma le classiche mi hanno dato altrettanta esperienza e divertimento, se non di più. Quindi penso che per crescere come ciclista alla mia età, sia fondamentale partecipare alle classiche. E garantisco che ci si diverte molto. Mi piacerebbe parteciparvi anche in futuro.


Come ti trovi alla Bahrain, hai trovato un punto di riferimento fra i corridori della prima squadra?
Penso che, in generale, valga la pena ascoltare tutti i rider del team WorldTour e passare del tempo con loro. Penso che ogni sessione di allenamento, cena o qualsiasi altra cosa, con un rider di livello mondiale, che ha più esperienza di te, possa essere molto utile. Ci sono sicuramente dei grandi rider in Bahrain e tutti noi del devo team possiamo imparare da loro. Kamil Gradek è nel team, forse è il più facile da cui imparare per via della stessa nazionalità ed è quindi più semplice entrare in sintonia con lui.
Qual è la situazione attuale del ciclismo polacco?
Penso che non abbia mai smesso di essere popolare. Credo che ci siano stati degli errori e forse un approccio un po’ datato al ciclismo professionistico in Polonia. Ma il ciclismo in generale è in ripresa, sta diventando più popolare anche tra gli utenti comuni come i dilettanti. C’è più movimento rispetto a qualche anno fa. Sicuramente il fatto che abbiamo meno corridori nel WorldTour rispetto a 10 anni fa influisce, ma spero che siamo sulla strada giusta. Negli ultimi tre o quattro anni le cose sono andate sempre meglio, abbiamo già diversi progetti per quest’anno come squadra nazionale, almeno fra gli Under 23, quindi sono ottimista al riguardo.


Molti ti considerano in prospettiva al livello dei più grandi, come Pogacar o Evenepoel, che cosa ne pensi?
Credo che sia presto per dirlo, ci sia ancora molta strada da fare. Ho 18 anni, quindi è molto difficile fare previsioni. E’ difficile anche essere sicuri di che tipo di corridore sarò, almeno per ora. Ci sono moltissimi fattori che influenzano i nostri limiti e li scopriamo solo quando li raggiungiamo. Quindi continuerò a lavorare sodo e a fare del mio meglio per essere il più forte possibile. Tra cinque o sei anni vedremo a che punto sarò…