Racconta Scaroni che gli ultimi chilometri della salita di Jabal Al Akhdhar, nota meglio come Green Mountain, ultimo arrivo del Tour of Oman, sembrava che non dovessero finire mai. Ma quando sono cominciate le transenne, questo bresciano di 28 anni con ancora tante cose da dire, ha tirato su la catena, ha saltato Plapp ed è andato come una scheggia fino al traguardo. Tappa e maglia al Tour of Oman, piegando Adam Yates che con la UAE Emirates le ha provate tutte per conquistare la corsa e lassù aveva già vinto nel 2024.
Ancora una volta i consigli di Diego Ulissi gli hanno permesso di gestire il finale e conquistare quella che ad ora è la sua vittoria più importante. Nel dirlo Christian quasi si commuove, al culmine di una serata di brindisi e festa nel ristorante subito fuori dall’hotel. La sua solidità si fa più evidente dopo ogni corsa, così come la serenità nel parlarne.
«Abbiamo appena finito di festeggiare – racconta Scaroni – stanotte si sta svegli un po’ di più, così riprendiamo il fuso dell’Italia. Ne parlavo giusto stasera, penso che sia la vittoria più completa, nel senso che ci sono state gambe, tantissima testa e tanta consapevolezza. E’ la vittoria più bella e la più importante».


Eri partito per l’Oman convinto che si potesse vincere o è venuto un po’ giorno per giorno quando hai visto che stavi bene?
A Mallorca e nelle primissime corse in Spagna avevo dimostrato di avere una buonissima condizione (Scaroni ha vinto la prima corsa di stagione, la Classica Camp de Morvedre a Mallorca, ndr). La mia unica incognita è sempre stata quella del caldo. Ci siamo basati tanto sulla condizione che avevo in Spagna, ma non sapevamo cosa aspettarci. Però il fatto che stessi bene ci dava un motivo in più per crederci. Giorno dopo giorno ho sentito che mi adattavo bene alle temperature più calde. Così stamattina (ieri per chi legge, ndr) sono stato il primo a dire ai miei compagni che ci potevamo credere e che avevamo il dovere di provarci.
Quali sono stati i momenti chiave della tappa?
Alla fine, come tutte le tappe dure, si è decisa sull’ultima salita. La UAE Emirates ha tirato perché era interessata alla vittoria e agli abbuoni per ribaltare la classifica. Abbiamo chiuso sulla fuga e poi Yates ha impresso subito un ritmo fortissimo già dalla prima parte della salita. Ai meno 2 chilometri ha sferrato il secondo attacco e lì sono andato un po’ in difficoltà, non volevo fare fuori giri, anche su consiglio di Diego (Ulissi, ndr) che questa salita l’aveva fatta già un bel po’ di volte.
Che cosa ti ha detto?
Che l’importante era non fare fuori giri, perché il tratto determinante dove si guadagnava e dove si perdeva, era l’ultimo chilometro. Così ho mollato, ho perso qualche metro, mentre evidentemente davanti qualcuno il fuori giri l’ha fatto davvero. Mi hanno permesso di rientrare e poi è successo quello che forse non mi aspettavo, cioè che mi portassero all’arrivo.


Come è andata?
Eravamo forse tutti al gancio, ma io sapevo che se mi facevano respirare avevo un discreto spunto veloce. Mi hanno portato ai 150 metri e lì ho creduto di poter vincere anche la tappa, mentre fino all’ultimo chilometro e mezzo avevo pensato solo a difendere la maglia virtuale che indossavo in quel momento.
A costo di ripeterci, bisogna dire che se Ulissi non ci fosse, bisognerebbe inventarlo…
Sì, decisamente. Diciamo che Diego ha cambiato il volto della squadra, sia mentale sia l’attitudine con la quale andiamo ad affrontare la corsa. E’ sempre stato accanto a me, mi ha sempre protetto anche dal vento. E’ stato magnifico il lavoro che mi ha portato a vincere, gliene sono grato ogni giorno.
Adam Yates è un signor corridore, credi che vederti a questi livelli stia cambiando la considerazione del gruppo?
Sarebbe da chiedere agli avversari. Sicuramente quello che interessa a me è la consapevolezza che ho acquisito nell’ultimo anno. Vedere che sono riuscito a tenere testa anche a Yates, che è uno degli scalatori più forti nel mondo, mi dà grande motivazione anche per il seguito della stagione. Siamo partiti molto bene. Avere già tre vittorie all’attivo fa lavorare con serenità e siamo solo febbraio. La stagione è ancora lunghissima, gli obiettivi principali devono ancora arrivare, vediamo di continuare così.




Inizi a somigliare allo Scaroni che hai sempre sognato di diventare?
Questa è una vittoria bella grossa, anche perché arriva su una salita veramente dura, che era un’altra incognita. Quei 20 minuti di scalata potevano essere tantini per me, che sono più per corse molto nervose e salite da massimo 10 minuti. Era un’incognita e vedermi lì è un motivo d’orgoglio, quindi sì: diciamo che ci siamo.
Grande festa stasera?
C’era un ristorante giusto fuori dall’hotel e abbiamo brindato con tutti. I massaggiatori che hanno lavorato tutti i giorni, i direttori. E’ sempre bello condividere un momento di gioia tutti insieme e con i compagni di squadra. Domani finalmente torniamo a casa dopo un periodo davvero lungo, io sono via dal 6 gennaio. Poi correrà in Francia al Tour des Alpes Maritimes, che ho vinto l’anno scorso, ma questa volta è corsa di un giorno. Quindi Drome et Ardeche, Laigueglia e poi andrò sul Teide.
E poi arriveranno i primi obiettivi di cui per scaramanzia non parleremo?
Esatto, giusto così. Siamo partiti bene, un altro brindisi e domani si torna a casa. Una settimana per stare con la ragazza e con gli amici è quello che ci vuole.