BUDAPEST (Ungheria) – Seduto su una sedia di tessuto, ai margini della presentazione della MBH Bank-Csb-Telecom Fort, Vincenzo Nibali incalza ogni nostra domanda. L’argomento che dà il via a tutto è la partecipazione di Jonas Vingegaard al prossimo Giro d’Italia. Il danese, due volte maglia gialla a Parigi, ha vinto a settembre la sua prima Vuelta Espana e arriva alla Corsa Rosa con in testa l’obiettivo della tripla corona. Un ospite importante alla ricerca di un traguardo ambizioso.
Gli ungheresi sono un popolo caloroso, al contrario di quanto molti possano pensare, e Vincenzo Nibali è la figura che raccoglie tanti sorrisi e foto. Esportare la nostra conoscenza e il nostro ciclismo è anche questo, non solo un progetto come quello italo-ungherese, ma anche le storie e i personaggi che lo hanno reso grande.


L’ottavo Re
Vincenzo Nibali è tirato per la giacca, in maniera metaforica in ogni momento, e dopo averlo lasciato alle domande delle televisioni e dei colleghi ungheresi è il nostro turno. Ma per questo discorso serve calma e concentrazione.
«Vingegaard – attacca subito Nibali appena messo sul tavolo il discorso – arriva da una vittoria come quella della Vuelta. Essere al Giro potrebbe dare continuità al risultato ottenuto in Spagna. Venire in Italia credo sia la scelta giusta, oltre al fatto che potrebbe diventare l’ottavo corridore a conquistare la tripla corona (Nibali fu il settimo e la conquistò grazie alla vittoria del Tour de France nel 2014, ndr)».


In ottica Tour de France, la scelta di Vingegaard la ritieni corretta?
Sì, emotivamente e moralmente arriva al via del Tour dopo aver vinto due Grandi Giri consecutivamente potrebbe essere interessante. Certo che fare Tour e Vuelta, come ha fatto lo scorso anno, è molto diverso dal fare Giro e Tour.
Potrebbe pagare nel confronto diretto con Pogacar?
Tadej fa un pacchetto di gare molto impegnativo, quello delle Classiche, e anche quello porta via tante energie. Non come una grande corsa a tappe, vero. Ma penso arriveranno al Tour più o meno ad armi pari. Una cosa del genere, la doppietta Giro e Tour, è possibile farla in maniera molto più scientifica grazie ai metodi di allenamento e recupero.
Negli anni abbiamo visto tanti corridori provare a fare la doppietta Giro e Tour, l’ultimo è stato proprio Pogacar…
Vero, in passato ci aveva provato anche Contador, Froome, Dumoulin, anche io. Personalmente non l’amavo molto, perché dopo dieci giorni al Tour “esplodevo”. Non riuscivo a restare concentrato così tanto tempo.


E’ un motivo solo di concentrazione o può essere anche di condizione?
Anche di condizione, perché anche se con la testa volevo essere lì a competere sentivo delle differenze a livello fisico. Le gambe mi abbandonavano. Alla fine in quegli anni il Giro era il mio principale obiettivo stagionale, far sì che lo fosse anche il Tour diventava molto difficile.
Quindi Vingegaard dovrebbe arrivare al Giro con una condizione non al 100%, ma può essere sufficiente?
Potrebbe. Però ultimamente il Giro d’Italia propone sempre degli inizi non facili. Anche il prossimo, che partirà dalla Bulgaria, prevede tre tappe insidiose. Nulla di troppo difficile, ma sicuramente complicato. Arrivati in Italia si riparte con il Blockhaus e altre tappe toste. Insomma, è un Giro che costringerà i partecipanti ad essere in forma fin da subito. Adesso la ricerca e lo sviluppo in termini di allenamento e integrazione permettono di lavorare al meglio, calcolando tutto.


Nulla toglie che nei 3.500 chilometri da fare al Giro possa trovare qualche insidia…
E’ una corsa molto imprevedibile. Arriva in periodo dell’anno in cui ci possono essere giornate molto calde alternate ad altre fredde. L’incognita meteo alza il rischio di correre su strade bagnate e imprevedibili. E l’asfalto del Giro non è quello del Tour o della Vuelta. Ogni corsa a tappe ha il suo “terreno”.
Non conoscere le strade può essere un problema? Servono le ricognizioni?
Solo per vedere percorsi particolari, come possono essere le strade bianche o il pavé. Altrimenti giusto qualche passo di montagna. La miglior cosa per prendere confidenza è correrci sopra.
Finito il Giro quale può essere il miglior avvicinamento al Tour per Vingegaard?
Concentrarsi sul recupero, se possibile farlo in altura. Questo perché ti aiuta a ripristinare meglio le energie e fare buoni allenamenti senza dover forzare. Si tratta di mantenere la condizione, con allenamenti più corti e mirati.


Vincere il Giro può dare al danese una consapevolezza in più? Cosa che magari in questi anni è mancata…
A mio avviso andare ogni anno direttamente al Tour era un errore. Fare un cammino intermedio dà modo di attivare il fisico, rodare le gambe e la testa. Arrivare alla parte della Grande Boucle con la maglia rosa in bacheca dà una bella iniezione di fiducia. Scusate il gioco di parole, ma vincere aiuta a vincere. Togli dubbi, pensieri, tensione. Paradossalmente magari meno stress.
Poi c’è questa sfida a distanza per arrivare per primo alla tripla corona.
Ho sempre creduto che Pogacar prima o poi andasse alla Vuelta per provare a chiudere il cerchio. Se Vingegaard dovesse conquistarla prima dello sloveno, sarebbe comunque un mettergli pressione. Prima o poi anche Pogacar ci proverà, non so se sia meglio conquistarla prima o dopo. Se anticipi alzi l’asticella, se lo si fa dopo rischi di rubare la scena all’altro.
Però rimandare alza il rischio di avere una sola stagione buona per provarci, no?
Questo è vero. Credo che magari Pogacar arriverà a chiudere il Tour e poi da lì deciderà se eventualmente puntare ancora l’accoppiata mondiale e Lombardia o se fare la Vuelta.