Diego Bragato ha confermato di essere rimasto sorpreso per la determinazione di Francesca Selva nell’intraprendere la via della velocità. Ivan Quaranta ha raccontato che il primo test ha fatto vedere dei numeri interessanti, per cui la veneziana prosegue nel suo lavoro di trasformazione tecnica e atletica. Gli ultimi 6-7 anni di endurance hanno impresso al suo corpo una direzione ben precisa, per cui si tratta di fare un vero reset e iniziare a lavorare in modo diverso. Il fatto che Francesca abbia sempre avuto fibre più veloci che resistenti avrebbe favorito la trasformazione se la decisione fosse stata presa 5-6 anni fa.
Oltre al dato tecnico, va considerato che la sua principale fonte di reddito erano le Sei Giorni, cui nella nuova veste dovrà rinunciare. Lei scherzando ci propone di pubblicare il suo IBAN, ma è innegabile che al sacrificio tecnico corrisponderà anche un sacrificio economico. Per questo ha iniziato a spingere sul canale YouTube e a raccontare in modo competente e ironico la sua nuova sfida.


Tre giorni in palestra
La quotidianità la vede in palestra, ma anche in bicicletta per dare modo al corpo di abituarsi al nuovo modo di lavorare. Sarebbe sbagliato, abbiamo capito, passare senza gradualità alla dimensione della velocista.
«Sono in palestra per tre volte alla settimana – spiega Selva – quindi come facevo prima, perciò per me non è un gran cambiamento. Mi segue Nicola Nasetti, il tecnico per la palestra che lavora con i velocisti. Non escludo che elabori le schede con Marco Compri, facendo tutti parte del team performance della FCI. Cambiano l’intensità e i modi, perché mi hanno fatto capire che la velocità di esecuzione è uno degli elementi fondamentali dell’allenamento in palestra del velocista. E’ un aspetto che prima non avevo mai calcolato, invece adesso, grazie alle strumentazioni di cui disponiamo, ci sono dei valori da rispettare. Quello che poi serve in bici è pedalare veloce e potente, quindi non serve a niente essere un culturista fermo, praticamente piantato lì».


Poche ore su strada
La strada però rimane. Conclusa la stagione delle madison con la caduta che le ha impedito di arrivare in fondo alla Sei Giorni di Brema, Francesca ha iniziato a pubblicare sui suoi social foto di bilancieri, con la bicicletta ferma (malicononicamente) sullo sfondo.
«Più o meno in bici andrò tutti i giorni – sorride – anche se ce ne sono due di riposo previsti dalla scheda. Però anche Diego (Bragato, ndr) mi consigliava di tenere un po’ più di endurance rispetto a un velocista puro, almeno per questo primo anno di transizione. L’idea è di non dare uno shock troppo grande al corpo. E poi perché torna sempre utile avere un po’ di base, pur parlando di base veramente minima: non parliamo delle 5-6 ore dello stradista, ma dell’oretta che faccio quando dovrei fare riposo totale. E’ un volume molto ridotto in bici perché ovviamente il monte di ore è bassissimo».


Eliminata la parte aerobica
Su pista invece i lavori in bici saranno molto meno dolci. Come spiegava la stessa Selva nell’articolo precedente, mentalmente dovrà passare dal performare per 10 minuti a 45 orari, al farlo sotto il minuto. Anche se capiterà che in un giorno di allenamento dovrà fare solo due volate massimali: di quelle che, appena concluse, non devi essere in grado di parlare.
«Tutti i giorni che sei in bici in pista – spiega – fai lavori a tutta, è un lavoro massacrante. Su strada, ci possono volere due ore e mezza per fare un allenamento. In velodromo magari ci stai per lo stesso tempo, però giri in pista solo per 15 minuti. In quel quarto d’ora però sei più che a tutta, quindi è proprio un lavoro diverso. Praticamente, togli tutta la parte aerobica».




Come il gatto col topo
Il suo compagno Oscar Winkler, di cui Selva è anche allenatrice, pare abbia preso la metamorfosi di Francesca con grande entusiasmo.
«Lui è contento – ride la veneziana di Marcon – perché tra l’altro la velocità è il mondo in cui ha iniziato, per poi passare all’endurance. Qualche giorno fa abbiamo fatto una prova di team sprint, sapendo che i tempi che fanno le donne in gara è più o meno quello che lui fa come lanciatore del quartetto. Quindi mi va bene fare come il gatto col topo. La sfida è provare a vedere quanto riesco a stargli dietro. Se non mi stacca troppo, allora vuol dire che stiamo andando nella direzione giusta. Il cronometro parla, non ci sono dubbi. Ma lui non deve andare a tutta, perché sennò io resto al vento».