Giro delle Fiandre 2024, Koppenberg, Mathieu Van der Poel, Matteo Jorgenson

Un altro Koppenberg bagnato, Mozzato fra ricordi e ambizione

04.04.2026
7 min
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Mancavano 44 chilometri all’arrivo, quando approfittando del fango sul Koppenberg, Van der Poel piazzò l’attacco decisivo. Dietro tutti misero piede a terra, mentre l’olandese in maglia iridata (con lui Jorgenson e poco dietro Pedersen, entrambi staccati) volava alla conquista del terzo Giro delle Fiandre. Nel gruppo di coloro che furono costretti a scendere di sella viaggiava anche Luca Mozzato che da quell’attacco di Mathieu ottenne persino un vantaggio. Il gruppo dietro infatti si coalizzò per inseguirlo, nessuno tentò azioni solitarie e quando si presentarono all’ultimo chilometro pensando alla volata, il vicentino tirò fuori lo sprint della vita e ottenne il secondo posto.

Lassù Mozzato ha vinto le sue corse e in tante altre si è piazzato bene, ma quel secondo posto nella Ronde cambiò la sua storia. E sì che nel momento in cui fu costretto a scendere di bici, non lo avrebbe mai pensato. Ma che cos’è questo Koppenberg e perché anche domani, stando ai racconti dei corridori che fra ieri e oggi lo hanno assaggiato, rischia di essere nuovamente uno dei punti della svolta?

Luca Mozzato, classe 1998, qui alla In Flanders Field. E' pro' dal  2020, il contratto con la Tudor arriva al 2028
Luca Mozzato, classe 1998, qui alla In Flanders Field. E’ pro’ dal 2020, il contratto con la Tudor arriva al 2028
Luca Mozzato, classe 1998, qui alla In Flanders Field. E' pro' dal  2020, il contratto con la Tudor arriva al 2028
Luca Mozzato, classe 1998, qui alla In Flanders Field. E’ pro’ dal 2020, il contratto con la Tudor arriva al 2028

La schiena del coccodrillo

Quando vi si arriva dopo la svolta a destra e la stradina stretta che lo introduce, il Koppenberg appare come la schiena di un coccodrillo addormentato sulla collina. A novembre è il teatro di una gara di cross sentitissima da queste parti. La sua elevazione è irrisoria – appena 77 metri sul livello del mare – e fu introdotto nel Giro delle Fiandre per la prima volta nel 1975. Bassa la quota, alta la pendenza: media dell’11 per cento, massima del 22, per una lunghezza di 700 metri. Il fondo in pavé e le due scarpate di terra che lo delimitano ai fianchi fanno sì che quando piove si trasformi in un toboga strettissimo e scivoloso.

La storia del Fiandre è piena di foto di corridori che salgono a piedi e proprio questo suo essere angusto fu la ragione per cui nel 1987 si decise di toglierlo di mezzo. C’era infatti Skibby in fuga con due minuti sul gruppo. E mentre il danese scalava il Koppenberg sulla canalina di destra, venne urtato e fatto cadere dall’auto della direzione corsa che tentò improvvidamente di passarlo. Skibby cadde, la sua bicicletta ne uscì distrutta e il Fiandre lo vinse il belga Criquielion. Tanto bastò per dichiarare la salita fuorilegge, quando magari sarebbe bastata un po’ di attenzione in più da parte di quell’autista.

In ogni caso, il Koppenberg è tornato nel percorso del Fiandre a partire dal 2002 e oggi si trova a 44 chilometri dall’arrivo, dopo il primo passaggio nel circuito del Qwaremont e del Paterberg, in una posizione strategicamente decisiva. Non ci stupiremmo se Pogacar tentasse l’assolo da lì, mentre tutti lo aspettano in qualche tratto successivo.

Nel fango con le tacchette

Mozzato ricorda. La Tudor Pro Cycling in questi giorni di vigilia ha soggiornato a Kortrijk, ma per stanotte si è spostata ad Anversa, in modo da non dover viaggiare domattina per raggiungere la partenza. Fra i marginal gain c’è anche quella mezz’ora di sonno in più e la possibilità di fare colazione con calma.

«Misi piede a terra intorno a metà del Koppenberg – dice – perché il problema non fu tanto pedalare o portare la bici in cima al muro, quanto ritrovarsi in mezzo a tanti corridori, uno accanto all’altro, su quella strada strettissima. C’era stata la lotta per prendere le posizioni e non potendo andare più di tanto in larghezza, appena il primo perse una pedalata e quello accanto sbandò per evitarlo, successe il panico. Un disastro. Fu una reazione a catena e se perdi quel poco di inerzia che riesci ad avere, è davvero finita.

«Cosa pensi in quei momenti? La reazione – prosegue Mozzato – fu provare ad uscire più velocemente possibile. Sul momento e per pochi secondi, pensai di poter ripartire in bici. Poi vidi uno o due corridori che mi passavano andando a piedi ed erano più veloci di me e allora scesi nuovamente anche io. “Se lo fanno loro – pensai – e non sono più forti di me, devo farlo anch’io”.

«Per cui passammo il pezzo più duro spingendo la bici e poi, una volta che cominciò un po’ a spianare, uno dopo l’altro iniziammo a ripartire. Camminare con le tacchette non è divertente a prescindere, se poi ci mettete il pavé bagnato, diciamo che quello non fu il momento più bello della giornata».

Reagire o anticipare?

Anche Mozzato pensa che il Koppenberg potrebbe essere uno dei punti di svolta della corsa e su questa prospettiva si sta ragionando per capire come contrastare gli attacchi o fare come l’ultima volta: lasciarli andare e provare a inseguirli. Se fosse uno solo, l’inseguimento di gruppo avrebbe un senso. Se andassero via in tre o quattro, allora la situazione sarebbe meno semplice da sbrogliare.

«Dipende da come stai – dice Mozzato – e dalle tue caratteristiche. Per come sono io, se l’obiettivo è quello di arrivare davanti come ho fatto due anni fa, mi converrà salire il Koppenberg e le salite successive al mio ritmo e sperare di arrivare il più avanti possibile. Se invece sei un corridore capace di prendere più vento, allora puoi provare l’anticipo. Così che se i big attaccano, ti raggiungono una volta che hai passato il Koppenberg.

«Io sto bene. Ho fatto un bell’inizio di stagione, è mancato lo squillo chiaro e forte, ma penso che al momento possiamo essere abbastanza soddisfatti. Mancano le due classiche più belle, la condizione è buona, ma il Fiandre per me rimane una corsa durissima. Ho un rapporto speciale, ma so anche che se non sei un fenomeno come Van Der Poel, Van Aert o Tadej, per ottenere un risultato si devono mettere in fila tutti i fattori. Per come si corre adesso, cioè con tanti attacchi da lontano, nascondersi nel gruppo è diventato più difficile. Si va talmente forte, che a un certo punto saremo tutti in fila indiana».

Sul podio di Kuurne per un buon inizio: Mozzato secondo dietro Brennan e prima di Trentin
Sul podio di Kuurne per un buon inizio: Mozzato secondo dietro Brennan e prima di Trentin
Sul podio di Kuurne per un buon inizio: Mozzato secondo dietro Brennan e prima di Trentin
Sul podio di Kuurne per un buon inizio: Mozzato secondo dietro Brennan e prima di Trentin

L’esempio di Trentin

Dall’Arkea alla Tudor, dall’essere il solo corridore di riferimento per il Nord al ritrovarsi accanto a Trentin e Kung (purtroppo infortunato), il cambiamento di vita e ambiente per Mozzato sta sortendo a suo dire ottimi frutti.

«Mi sto trovando veramente bene – dice Mozzato – dopo tanti anni nelle squadre francesi, il fatto di cambiare la mentalità in generale è stato uno stravolgimento che mi ha fatto bene. Si vedono delle cose nuove, in squadra si parla una lingua diversa e per il momento sono contento. Nelle squadre in cui ho corso, c’erano dei grandi corridori, però mai nessuno esperto di classiche come ad esempio Trentin. Matteo è sempre davanti e puoi farci affidamento. Quindi per me, che mi considero ancora un corridore in divenire, è davvero un bel vantaggio avere accanto un uomo così».

Sul pavé scivoloso del Fiandre, in questi giorni che si annunciano ancora bagnati, le scelte tecniche si somigliano un po’ tutte. «Abbiamo adottato soluzioni simili a quelle dell’anno scorso. Quindi ruote ad alto profilo, copertone da 30 bello morbido e per il resto la bici che uso tutti i giorni. Ruota libera 10-36 e poi io sono uno di quelli che ancora non è passato alla monocorona, per cui davanti uso la doppia: il 41-54.

«Il 41 non si usa per tanto tempo, però magari su certi muri ti permette di salvare un po’ la gamba. Saranno in tutto 5 o 6 minuti per volta, ma sommandoli in una corsa di 6 ore e mezza, magari respiri un po’ di più».