Parlando con Mirco Maestri dell’arrivo di Dario Igor Belletta nel Team Polti VisitMalta siamo arrivati a toccare il tema dei devo team. Tutte le formazioni WorldTour, e non solo, hanno ormai una formazione di sviluppo. Lo richiede il mercato e la spinta nel cercare già il futuro del ciclismo tra gli juniores. Con la necessità di portare i ragazzi all’interno di sistemi in grado di farli crescere seguendo uno schema preciso. Il rischio, però, secondo il parere di Maestri (e di chi scrive), è di avere una standardizzazione della crescita che passa prevalentemente dai numeri e il consenso sui social.
«Vanno bene i dati, il nutrizionista, il preparatore – diceva Maestri – ma non devi farti inghiottire da questo mondo. Anche lasciare giù il telefono e non concentrarsi sempre sulla bici e l’analisi dei numeri è importante. Il rischio è di entrare in un confronto diretto e costante, dove si mette in dubbio quello che si sta facendo. Credo che per i giovani sia sempre più importante avere un sostegno psicologico, noi compagni possiamo dare una mano, ma non sempre basta».


L’adolescenza
Insieme a Manuella Crini, psicologa alla quale ci siamo affidati per leggere tante altre situazioni e aspetti, abbiamo analizzato questa situazione e i suoi sviluppi.
«L’adolescenza – dice Manuella Crini – è caratterizzata da un senso di precarietà continua, dovuto al fatto che il nostro cervello sviluppa nuovi collegamenti ogni giorno. E’ un aspetto che porta i ragazzi a non sapere davvero chi sono. E quando non sai chi sei, guardi agli altri cercando una risposta. Se mi sento parte del gruppo vado bene, altrimenti scatta un senso di inadeguatezza».


Il rischio si amplifica con i social?
I social mostrano una fetta della nostra vita, quella che vogliamo far vedere agli altri e che spesso è quella “vincitrice”. Ciò che si ha davanti è il successo o il traguardo raggiunto, ma non si vede quello che c’è stato prima, vedi un giorno su 364. Se ci pensate nei profili social degli atleti, soprattutto tra i giovani, non si mostra mai la vita privata. Solo lo sport.
Come se non ci fosse altro?
Sì, ma dell’altro c’è. Sono degli adolescenti, hanno una fidanzata, escono con gli amici, qualcuno andrà anche a ballare il sabato sera. L’immagine che mostrano è lontana dalla realtà e questo crea un distacco nella percezione che si può avere tra coetanei.
Insegnare a usare i social vuol dire anche questo?
Vuol dire imparare a farne un sano utilizzo. L’educazione digitale sta arrivando, piano piano. Scegliere chi seguire e come, smettere di farlo se questa cosa ci fa stare male. Anche perché il rischio è di entrare in un loop di tristezza, rabbia e malumore.


Da adolescenti si riesce già a fare un distinguo del genere?
Si è abbastanza grandi per decidere cosa non fare, i social sostituiscono la dopamina. Un “mi piace” messo a caso da un’altra persona ci cambia l’umore, sono scariche di adrenalina che ci condizionano e possono condizionare molto i giovani. Soprattutto quando si parla di atleti, che vivono di emozioni e gratificazione.
Il passo quale deve essere?
Dire di mettere via il telefono è banale e impossibile. Ma si può analizzare ciò che si ha davanti, cosa che faccio con i miei studenti delle superiori. A loro dico spesso che nessuno mostra tutto sui social, come noi lasciamo fuori delle cose che non ci piacciono o che non vogliamo condividere allo stesso modo lo fanno gli altri.
Se ne può fare un utilizzo migliore…
L’invidia nei confronti degli altri, che a volte i social ci lasciano, può anche essere positiva. Non deve diventare comparazione, ma voglia di riuscirci e migliorare. Se vedo un ragazzo andare a fare una corsa importante mi impegnerò per arrivarci anche io. Tanto però dipende dagli stili di attaccamento.


Cioé?
Ci si deve interrogare su chi si è in quel momento. Ed è un aspetto legato alla nostra infanzia, nel periodo tra i sei mesi e i tre anni. Se mi sento amato per come mi mostro, oppure se mi viene insegnato a nascondere e mettere tutto sotto al tappeto. Le figure che condizionano questo aspetto sono quelle genitoriali, chi ci cresce.
Nello sport la sicurezza arriva anche da altre figure.
Certamente, quando si entra in una squadra l’allenatore, il coach o chi per loro diventano un riferimento. Anche gli stessi compagni di squadra. Pensate a un ragazzo ben voluto e che viene sempre messo al centro, mentre un altro non viene mai considerato.
Torniamo ai social, bisogna togliere tempo al loro utilizzo ma anche distrarre la mente?
Si deve cercare di sostituire. I social creano dipendenza, quindi il tempo che si dedica deve essere reindirizzato su altro. Uscire con gli amici, fare un giro in bici solamente per divertirsi, stare con i compagni di squadra o altre figure. Non è vero che gli adolescenti non sanno stare senza telefono e social, ma devono essere stimolati. E’ normale a quell’età.


C’è l’aspetto del voler tutto subito?
Esiste perché tante cose sono cambiate a livello sociologico. I social velocizzano tutto e siamo entrati nell’era in cui i ragazzi guardano cose veloci e che non richiedono tempo. Manca l’attenzione a lungo termine. Inoltre i social giocano un ruolo importante anche in termini di autodeterminazione.
In che senso?
Più io credo in una cosa e maggiori saranno le possibilità di farcela perché il mio cervello guarderà gli aspetti positivi. Al contrario meno sono convinto più nascono dei meccanismi nell’inconscio, che mi porteranno a non farcela, e questo solo per dirmi: «Lo sapevo».
Perché?
Perché la mente ha bisogno di certezze e sicurezze. Da soli non si esce da questo loop negativo, si deve trovare la forza di ascoltarsi ma anche di avere qualcuno con cui parlare. La consapevolezza e la voglia, però, devono partire dai ragazzi.