La stagione delle ragazze sta entrando sempre più nel vivo. In Asia è di scena il UAE Tour Women, e con questo grande appuntamento è scesa in pista anche Elisa Longo Borghini (in apertura foto Ajona Diaz).
La leader del UAE Team ADQ viene dai lunghi ritiri spagnoli, prima a Benidorm e poi sul Teide, quindi di corsa negli Emirati Arabi Uniti per iniziare la sua 16ª stagione da elite. Ma come è arrivata a questa gara? Come ha lavorato sul Teide? Tutte curiosità che abbiamo chiesto al suo coach storico, Paolo Slongo, che sul vulcano l’ha seguita metro per metro.


Dunque, Paolo, il primo ritiro dell’anno in quota è andato: quanti giorni siete stati sul Teide?
Due settimane alla fine. Siamo tornati il 28 gennaio ed eravamo andati via il 14, quindi un periodo lungo ma non lunghissimo. Oggi va spesso di moda fare tre settimane, io preferisco farne due (perché comunque di testa pesa meno) e magari fare più blocchi ravvicinati. Alla fine hai la stessa resa, se non migliore.
Che Elisa hai visto? A noi, da quel che abbiamo percepito da fuori, è sembrata una Longo Borghini felice, serena…
Sì, molto. Elisa mantiene l’entusiasmo e la voglia di fare di quando era junior o di quando ha iniziato a correre. Questo è sicuramente un punto di forza. Lei ama il suo mestiere e quindi anche andare in ritiro non le pesa, anzi è una cosa che le piace proprio. E questo è un vantaggio anche per chi le sta attorno: lavorare con un’atleta motivata è sicuramente un plus. E’ giusto anche considerare che il marito (Jacopo Mosca, ndr) era in Australia per il Tour Down Under e a casa sarebbe stata sola, per di più con un clima invernale spesso piovoso.


E al Teide il bel tempo è quasi una garanzia…
E anche i percorsi per allenarsi. Metti insieme tutte queste cose ed ecco che il ritiro le è venuto con più sorriso. Dal lato della performance diciamo che volutamente siamo leggermente più indietro dell’anno scorso, pur restando competitivi.
Passiamo al lato tecnico, appunto. Che tipologia di lavoro avete impostato?
L’anno scorso siamo arrivati in UAE Team ADQ per il primo anno e giustamente la corsa di casa, cioè il UAE Tour, era importante. Abbiamo quindi lavorato per arrivare con una forma già abbastanza avanzata. E’ normale poi dover fare i conti con il resto della stagione: arrivano quasi subito le classiche italiane e le classiche del Nord ed essere sempre competitivi diventa più difficile. La sensazione è quella di stare un po’ più indietro, ma sempre competitivi, e poi vedere come andranno le cose, sapendo di avere ancora un margine da incrementare con il secondo blocco che faremo al Teide subito dopo il UAE Tour.
Per questo parlavi di blocchi in quota ravvicinati. Ma quindi, Paolo, come avete lavorato nello specifico? Ancora bassa intensità?
Devo dire che di bassa intensità quest’anno ne abbiamo fatta tantissima, anche a casa. Dall’inizio dell’anno abbiamo costruito una base davvero importante, affiancata al lavoro di forza: palestra, partenze da fermo e lavori di forza in bici. Però nelle ultime tre settimane, quella prima del Teide e le due settimane sul vulcano, abbiamo lavorato anche sulla qualità, sulla soglia, perché quando vai a competere questo è fondamentale. Come dico sempre, la parte aerobica ci mette tanto a costruirsi e poco a perdersi, mentre quella anaerobica si costruisce in fretta e dura di più per certi aspetti. Per questo abbiamo deciso di inserire anche un po’ di brillantezza.


Questi lavori più intensi li facevate in quota o nella parte più bassa di Tenerife?
Nella parte più bassa. Dalla mia esperienza e anche dagli studi, i lavori brevi puoi farli anche in quota, ma quelli un po’ più ampi richiedono valori e riferimenti tarati per l’altura, e noi ce li siamo costruiti. I lavori brevi li avevamo a livello del mare, quindi preferivamo evitare errori o esperimenti e mantenere un metodo classico. Fino a 30″-40″ puoi lavorare anche in quota, gli sprint per esempio danno un ritorno maggiore proprio in altura.
Quindi quando parliamo di qualità al Teide cosa intendi?
Ripetute alla soglia progressive da due minuti, poi da tre, da quattro, per due o tre volte. E poi lavori sui 30″ o 40″ al massimo dei valori che poteva esprimere, alternati anche questi per tre o quattro volte. Ovviamente mantenevamo sempre una giornata di lungo, o come si dice oggi di Z2 o Fatmax.
A proposito di Fatmax, a Benidorm l’abbiamo vista già magra…
Sì, diciamo che non è ancora l’Elisa del Giro Women. Quel chilo, chilo e mezzo in più è voluto. Prima dei Giri ci sono le classiche e, specie in quelle del Nord, puoi trovare freddo e quella lieve massa in più può proteggerti. Essere troppo tirati potrebbe essere controproducente. Più massa significa anche più potenza espressa in pianura. Elisa comunque non è ingrassata in inverno, è stata brava.


Elisa ha utilizzato anche la bici da crono sul Teide?
Sì, abbiamo portato la bici da crono e l’abbiamo lasciata su per ritrovarcela nel secondo ritiro. Al Tour Femmes si userà, mentre al Giro no, perché c’è la cronoscalata del Nevegal dove penso si userà la bici da strada. Le crono però sono sempre importanti. Nel primo ritiro di dicembre abbiamo lavorato con la struttura interna UAE su biomeccanica, aerodinamica e materiali, testando anche nuovi caschi. Abbiamo fatto prove in pista a Valencia durante il training camp. Su un’atleta evoluta come Longo Borghini non cambi tantissimo, ma qualche aggiustamento lo si fa comunque. Per adattarsi a una posizione più estrema bisogna lavorarci, se poi si vogliono raccogliere i frutti.
Paolo, dici sempre che non è facile non mandare al massimo un campione o una campionessa. Ricordiamo quando Nibali storceva il naso perché non lo portavi al 100 per cento alla Tirreno. Anche Elisa scalpita?
Il discorso è un po’ diverso, ma ci sono anche molte similitudini. A un atleta non essere competitivo non va giù, soprattutto se è un campione o una campionessa. Tuttavia, per Elisa, ma direi per il ciclismo femminile in generale, è più gestibile perché riesci a modulare la forma meglio rispetto agli uomini. Anche senza essere super tirata, una campionessa può essere competitiva fin da subito e mantenere la condizione.
E tra gli uomini?
Con gli uomini è quasi impossibile, soprattutto oggi. Con il primo Nibali era ancora fattibile, ma l’esasperazione attuale delle squadre porta tutti ad essere competitivi al massimo quando si presentano alle corse. Un Nibali, anche non al top, poteva lottare per un podio alla Tirreno. Oggi un leader, se non è al 100 per cento, non entra nemmeno nei primi dieci. Nelle donne, pur con un livello che cresce ogni anno, c’è ancora un filo di margine.


Chiaro, non c’è quell’esasperazione…
Anche perché subentra un altro fattore: gli organici dei team. Noi siamo la squadra con più atlete nel WorldTour, venti, ma altri team ne hanno sedici. Le gare sono tante quasi quanto quelle degli uomini e alla fine le ragazze corrono sempre. Pogacar, Vingegaard o Van der Poel fanno poche corse mirate e a fine anno ne hanno meno delle donne, anche grazie a organici più ampi. Tra gli uomini ogni team ha circa trenta atleti. Con un calendario diverso, la preparazione diventa più gestibile.
In queste prime tappe del UAE Tour Women tanta (solo) pianura, domani si sale in quota. Al netto della condizione che hai ben spiegato, cosa ti aspetti da Elisa?
Elisa è comunque competitiva. Al UAE Tour di quest’anno ci sono più avversarie rispetto alla passata edizione. Come le ho detto: noi diamo il massimo e quello che viene, viene. Siamo sereni, sappiamo cosa abbiamo fatto e dove dobbiamo arrivare. Ma sono certo che Elisa lotterà, come sempre, con il coltello fra i denti.
Come ha già dimostrato in queste prime tappe del resto…
Esatto, lei è così: non molla mai. Neanche col vento.