L’età alla quale si passa professionisti è scesa drasticamente negli ultimi anni, non lo scopriamo di certo oggi. Questo fattore ha però portato alla luce diversi parametri da tenere in considerazione nel momento in cui si ha a che fare con giovani campioni. La crescita e la maturazione fisica e mentale sono due di questi. In un’intervista rilasciata a L’Equipe qualche mese fa si parlava della possibilità di vedere Paul Seixas alla partenza del prossimo Tour de France. Un’opzione possibile, ma allo stesso tempo ancora da comprendere e da valutare fino in fondo. Le incognite sono parecchie quando si mette un ragazzo così giovane (anche se di assoluto talento) davanti a corse impegnative come possono essere i Grandi Giri.
Allo stesso modo Jakob Omrzel, vincitore del Giro Next Gen 2025, non prenderà parte a nessun Grande Giro nella prossima stagione. Nel 2026, quindi, c’è la probabilità di non vedere entrambi i vincitori delle corse a tappe di riferimento della categoria under 23 in un Grande Giro.


Sempre più pronti
Più che delle parole dei direttori sportivi o degli addetti ai lavori c’è da affidarsi a quelle di un preparatore, perché preservarli? La scelta a nostro avviso è corretta, ma per capirla si deve entrare nel merito, siamo così andati da Giuseppe De Maria, preparatore del Team Polti VisitMalta che ha seguito negli ultimi anni l’avvicinamento di Davide Piganzoli al professionismo e il suo debutto al Giro d’Italia.
«Tanti corridori passano professionisti molto presto – analizza Giuseppe De Maria – qualcuno salta direttamente la categoria under 23, mentre altri ci rimangono per poco tempo. Questi ragazzi arrivano molto preparati nel WorldTour, ormai fanno la categoria juniores ad alti livelli e il gap si chiude prima. Il fattore da tenere in considerazione, in un Grande Giro, è quanto sia lungo. Tre settimane sono un periodo di tempo che si fa fatica a concepire fino a quando non lo si vive, che poi diventano quattro settimane se si considera tutto il contorno».


Catapultarlo subito in una realtà del genere è un vantaggio o uno svantaggio?
E’ un’arma a doppio taglio, perché magari il suo profilo tecnico-metabolico gli consente di fare bene, ma comunque non credo che fare una gara a tappe di tre settimane sia una necessità per un ragazzo giovane. Nei Grandi Giri trovi sempre un livello altissimo, i primi quaranta in classifica generale sono corridori in grado di vincere e sanno come farlo. Per questo penso ci siano percorsi migliori di crescita.
Quali?
Portare un ragazzo di primo anno al Tour of the Alps o al Delfinato (come ha fatto la Decathlon AG2R con Seixas, ndr) è un bel banco di prova. Queste sono gare dove i corridori che trovi sono gli stessi ma in un tempo più breve, magari farà sempre fatica ma diventa un’esperienza positiva.


Hai parlato di qualità atletiche e fisiche, i giovani quindi sono pronti per grandi sforzi?
Sì, lo sono, ma non sono pronti per replicarli su tre settimane, o per lo meno non sono pronti subito. Serve un periodo di adattamento. Lo si vede nelle corse a tappe juniores come il Lunigiana o in quelle under 23, i parametri e i valori sono alti, ma per trasportarli su un Grande Giro il passo è lungo.
Come si capisce se un corridore ha il profilo adeguato per i Grandi Giri?
Dal VO2 Max e dal Lav Max. Il primo indica una elevata capacità di recuperare dagli sforzi. Il secondo è il VLaMax, che indica la massima potenza anaerobica. Ma non ci si può basare sul profilo metabolico, si deve guardare alla maturità generale dell’atleta. Quanti step ha fatto dal punto di vista esperienziale? Quanto è maturato? Inoltre c’è un fattore non calcolabile ma che fa tutta la differenza del mondo.


Quale?
La terza settimana di un Grande Giro, non si può replicare in nessun modo. In allenamento è impossibile e inutile fare tre settimane di carico, per avere dei vantaggi e una crescita evidente ne bastano due. La terza settimana è quella che fa la differenza tra un corridore adatto o non adatto ai Grandi Giri, ma lo si può scoprire solo facendogliela fare.
In questo modo sembra corretto il pensiero di portare i giovani subito ai Grandi Giri…
No. Perché quei parametri che emergono nella terza settimana, come il riposo, la capacità di recupero e tanti altri fattori, migliorano con il passare del tempo e facendo esperienze. Bisogna bilanciare la loro quotidianità e quindi con prudenza, prima gli fai fare un percorso di avvicinamento graduale, poi possono fare l’esordio in un Grande Giro.
Le ore di allenamento necessarie per preparare un Grande Giro possono essere un ostacolo per un giovane?
No, parliamo comunque di ragazzi che hanno un motore potente e importante. Sono corridori che anche se giovani sono in grado di reggere le 30 ore di allenamento a settimana. Magari è un’accelerazione di cui non c’è strettamente bisogno per la loro crescita a lungo termine, ma tendenzialmente lo possono fare.


Si tiene ancora conto della maturazione fisica, che porta a un miglioramento nell’endurance?
In realtà sì però nella pratica vediamo che i ragazzi di vent’anni vincono in Grandi Giri o comunque fanno bene, quindi non proprio. Per carità parliamo di atleti estremamente dotati e di alto livello, se guardiamo agli altri allora questa considerazione ha ancora più valore.
Del Toro è un esempio di corridore che è andato subito a un Grande Giro…
La Vuelta che ha corso al suo primo anno nel WorldTour, nel 2024, è stata fondamentale per costruire il Giro d’Italia della scorsa stagione. Esordire a un Grande Giro a fine stagione permette di metabolizzare il lavoro fatto durante l’anno. Quando noi lasciammo fuori dal Giro Piganzoli, al suo primo anno da professionista, lo facemmo con l’idea di lasciargli i giusti tempi di crescita e progressione.